Magazine Alternativa A Numero 1
Anno 2024
La vita in una RSA di montagna
14 Marzo 2024

Le parole di ospiti e operatori della Casa per Anziani di Montescheno. Senso di comunità, rapporti umani e condivisione: ecco gli elementi per prendersi cura della fragilità

Una recente indagine Istat (gennaio 22) afferma che in Italia sono presenti 12.576 presidi residenziali attivi. Si tratta di strutture socio-assistenziali e socio-sanitarie destinate a persone fragili (anziani, persone con disabilità, donne vittime di violenza, pazienti psichiatrici, etc.) che ospitano 356.556 individui, dei quali oltre tre su quattro sono anziani, soprattutto anziani non autosufficienti, che sono i primi utenti della residenzialità di sostegno.  Dopo il Covid è aumentata l’attenzione verso la qualità di queste strutture, in particolare per le RSA, e anche l’Italia si è mossa con la legge 33 del 23 marzo ’23 e successivi decreti attuativi.

Dati statistici, numeri, che come sempre danno un quadro generale, ma non raccontano il lato umano della storia. Insieme agli anziani e agli operatori della Casa per Anziani di Montescheno vogliamo invece andare oltre i numeri che, grazie a una progettazione visionaria, oculati investimenti e attenta ricerca fondi, sono raddoppiati nell’intenzione già pre-Covid e nella pratica durante e dopo la pandemia, e parlare di un modello organizzativo che guarda all’individuo e all’attivazione di comunità.

La Casa per Anziani di Montescheno – spiega la direttrice della Casa e della Cooperativa La Bitta Simonetta Valterio – è nata alla fine degli anni Ottanta come esperienza mista tra domicilio e residenzialità proprio per essere integrata ad accogliere le richieste dell’intera Valle Antrona. L’idea era quella di creare un servizio non solo rivolto agli anziani, ma anche a tutta la popolazione, integrando lavoratori, volontari, persone, famiglie, in un’ottica di attivazione di comunità, in modo proattivo e resiliente.

Se dovessimo identificare in un valore la gestione della Casa di Montescheno quale sarebbe?

Simonetta  Valterio (S.V.): Secondo me il nostro valore principale, in cui credo fortemente, è l’essere comunità, che significa senso di appartenenza, capacità di aiuto di fronte alle difficoltà e predisposizione al miglioramento continuo, perché sei parte vitale di uno stesso organismo.

Ilaria Farioli, coordinatrice Casa per Anziani (I.F.):Il grande valore è sicuramente il saper accogliere sempre la persona anziana come persona unica, con i suoi bisogni, con le sue caratteristiche, col suo passato e col vissuto che lo caratterizza.

Se dovessi indicare una criticità del vostro modello organizzativo quale sarebbe?

S.V.:Non è sempre facile generare il senso di appartenenza, specie quando le organizzazioni diventano grandi e introducono elementi nuovi, con legittimi obiettivi differenti rispetto a quelli di chi ne ha fatto parte sin dall’origine. Il senso di appartenenza è un sentimento che viene da dentro e si costruisce nel tempo, condividendo le fasi della progettazione, della realizzazione dei servizi e quindi, con chi arriva dopo, bisogna un pochino lavorare su questo.

E il punto di forza?

S.V.:Credo sia proprio l’essere e il sentirsi comunità, che rende naturalmente umano il servizio che stai facendo. In questo crediamo molto: essere accoglienti e avere un approccio empatico nei confronti degli anziani e dei loro familiari. Mi sento di dire che è un modello che, col tempo, paga, perché contribuisce a costruire fiducia e quando si instaurano relazioni di fiducia è più facile affrontare anche i momenti difficili che possono accadere in una casa anziani e che sono legati al senso di abbandono, alla difficoltà di mantenere i rapporti con la famiglia e con il mondo, alla malattia e alla morte.

Ero preoccupata, con la ristrutturazione della Casa, che ci ha portato a raddoppiare i posti letto e quindi il numero degli ospiti, dei parenti e degli operatori, che questo “sentire” venisse meno. Invece con l’implementazione di attività che coinvolgono tutti i soggetti, come il laboratorio di narrazione, l’introduzione di uno sportello psicologico, i lavori di gruppo misti, l’attività riabilitativa e la ginnastica non istituzionalizzata, abbiamo portato in Casa gente nuova, interessante, motivata, che ci ha aiutato a coinvolgere anziani e familiari e a farli sentire parte di questo luogo, di questa comunità.

I.F.: L’unione dell’équipe: è questa la forza che ci permette anche di uscire indenni dalle criticità: il confronto continuo ci permette di individuare gli aspetti su cui puntare, quelli da rinforzare, smussando le difficoltà, che ci sono come in ogni ambiente di lavoro, e trovando insieme le soluzioni.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

S.V.: Le relazioni, i rapporti umani. A volte sono complicati, richiedono molta energia, ma mi danno sempre molto. Anche dopo tutto questo tempo, per me sono 32 anni di lavoro qui in Casa Anziani, mi sento di affermare che mi regalano sempre tantissimo: sono l’energia che mi fa andare avanti; sono le sfide che ogni giorno mi pongo; sono la ricchezza di sorrisi ed emozioni; sono fatiche e sofferenza che, se condivisa, diventa più lieve, diventa vita.

I.F.:  Amo il mio lavoro, lo faccio con passione. Per me questa è un po’ una seconda casa, ci dedico molto tempo perché penso che dare la propria disponibilità per favorire la permanenza serena di un anziano in struttura, in un momento così difficile della vita, sia importante e meriti tutto l’impegno possibile.

Maria Teresa Maina Oss: Sicuramente la gioia che riesco a dare agli anziani nello svolgere il mio lavoro, nel prendermi cura di loro e nel fargli apprezzare le cose belle di cui possono ancora godere. Mi piacerebbe in tal senso avere più tempo da dedicare loro, a volte nei turni sono tante le cose da fare e non riesci a dare attenzioni extra, fortunatamente ci sono i volontari che in questo ci possono dare una grossa mano.

Sabrina Grattini Oss: Per me è importante sapere che con il mio impegno riesco a soddisfare i bisogni degli anziani e dargli un po’ di felicità. Credo che il modo migliore sia avvicinarsi a loro con calma e dolcezza, rispettandone carattere. Bisognerebbe avere un po’ più di tempo, per ascoltarli, fargli raccontare le loro storie; sarebbe bello per loro e aiuterebbe noi nel capirli di più e poterli aiutare nel modo migliore. Quando si lavora con le persone non si può mai pensare che tutto vada bene per tutti, bisogna relazionarsi sempre in maniera unica, facendo attenzione a quello che è più giusto per il singolo ospite.

I volontari, come affermato anche dal personale stesso, sono un supporto importante in Casa Anziani e sono parte integrante della filosofia e del senso di comunità che la anima. Ne abbiamo parlato con una storica volontaria della casa, Andreina Preioni (A.P.), classe 1944, già cuoca della struttura, sino alla pensione

Cosa significa fare volontariato e cosa ti senti di dare?

A.P.: Significa tanto! Personalmente ho ricevuto molto di più di quello che ho dato. Sempre! Anche nei momenti difficili della mia vita – ho perso mio marito che aveva 54 anni – non ho mai abbandonato il mio impegno per gli altri. Il volontariato mi ha sempre dato una grande carica. Io ci metto aiuto, compagnia e dialogo. L’importante è dare per il piacere di dare; se dai per ricevere qualcosa in cambio non dai niente.

Quando hai pensato la prima volta di fare volontariato?

A.P.: Tanti anni fa. Non saprei dire esattamente. Non mi bastava più la vita quotidiana, sentivo che dovevo fare qualcosa per gli altri. E allora ho cominciato proprio qui, nella Casa Anziani di Montescheno, quando ancora c’erano le suore; portavo i pasti in giro per la valle e a facevo un po’ di compagnia al pomeriggio, e da allora eccomi qui. Sono stata una vera pioniera qui in Casa Anziani, abbiamo cominciato quando ancora non c’erano nemmeno i soldi per gestire il personale e allora come volontari facevamo turni di assistenza di giorno e di notte. Mi ricordo quando abbiamo fatto arrivare i primi ospiti, eravamo andati a chiedere all’allora direttore della Casa di Villadossola se aveva gente in lista d’attesa e l’abbiamo portata su. Ma erano altri tempi, adesso non si potrebbe più. Vi dico solo che ho visto arrivare il primo ospite della Casa Anziani.

Un’esperienza lunghissima la tua. E poi sei davvero una super volontaria, perché non dai supporto solo alla Casa di Montescheno…

A.P.: Faccio anche parte dell’Associazione AVAS di Domodossola e presto volontariato sia nella Casa di Riposo cittadina, sia a Casa Noemi, che si occupa di donne in emergenza abitativa, dove faccio qualche turno di notte.

Un’opera d’arte relazionale accoglie in Casa Anziani, tanti volti e il cuore di chi vive, lavora o è passato nella residenza. Opera realizzata dall’artista novarese Antonio Spanedda.
Se avessi bisogno di aiuto ti affideresti a una persona terza, accetteresti l’aiuto di un volontario?

A.P.: Certo, quando si diventa anziani non bisogna aver paura di chiedere aiuto. E anche io mi sto avviando in quella direzione e vedremo cosa succederà. Mia mamma mi ha insegnato a fare, vediamo se imparerò anche ad accettare che gli altri facciano per me.

Attenzione alle persone, confronto sui bisogni, personalizzazione delle cure, ascolto costante, senso di comunità e legami umani, sembrano questi gli ingredienti per una buona convivenza all’interno della Casa di Montescheno, ma sentiamo cosa dicono anche gli ospiti e i loro familiari.

Olga Eschini: La vecchiaia non è un periodo facile. Per chi, come me, è sempre stata molto indipendente, è difficile chiedere e dover dipendere dagli altri. Qui alla Casa però mi trovo bene, mi sento accolta e non mi viene fatto pesare niente. Mi piace fare le attività che propongono, ma amo anche stare nella mia stanza, ho i miei piccoli hobby: lavorare a maglia, leggere, guardare le mie serie preferite in tv.

Maria Comaita: Diventare anziani non è sempre bello, dipende molto da come stai di salute. Se stai bene e puoi passare del tempo con la tua famiglia e hai la fortuna di poter restare a casa tua, può essere anche un periodo piacevole. Ma se stai male le cose cambiano. A me abitare qui in Casa Anziani piace, quando non sei più indipendente è una buona soluzione. Mi trovo bene perché ci propongono tante attività, amo soprattutto quelle con la musica, non vedendo più bene molte cose non riesco più a farle. E poi mi piace stare con gli altri e dialogare, bisognerebbe poterlo fare di più, avere persone con cui parlare per non perdere il contatto con il mondo esterno e con quello che succede, così ti senti ancora parte di tutto.

Marika Quadri: Non è stato facile decidere di affidare mia mamma a una struttura. Innanzi tutto mi premeva trovare un luogo in cui ci fosse un clima accogliente e familiare, con personale gentile e disponibile.  Quando ho conosciuto questa Casa Anziani mi è sembrato il posto giusto, proprio per quella sensazione di famigliarità che ho sentito subito. Poi mi è piaciuta la condivisione che c’è stata da subito delle necessità e delle problematiche di mia madre. Quando vengo in visita mi sento sempre molto accolta e mi fa piacere incontrare anche i parenti degli altri ospiti, con cui sono nati dei bei legami di amicizia. Un’altra cosa che mi fa stare bene e mi tranquillizza è vedere mia mamma, che è affetta da Alzheimer, sempre vestita, ordinata e curata e so che non è merito suo, anzi, lei si “scombina” sempre. Mi piace fare attività insieme quando la vengo a trovare, quando non riesco a portarla a passeggiare, coloriamo per qualche minuto, finché riesce a stare ferma; sono contenta se vengono proposti momenti da trascorrere insieme, l’importante è che le facciano bene e lei sia felice.

Anziano sarà lei!

Il volontariato over 65

Entro il 2050 una persona su 3 in Italia avrà più di 65 anni. Un cambiamento demografico di cui si parla spesso e di cui, altrettanto spesso, si evidenziano principalmente le difficoltà, come se gli “anziani” fossero un peso per la società.

Ma è davvero così?

Forse è il momento di rivedere la narrazione sulla popolazione anziana riconoscendone il prezioso contributo sociale ed economico, i meriti e la potenzialità.

Il recente rapporto “Unifying Generations. Costruire un percorso di solidarietà intergenerazionale in Italia”, promosso da Edwards Lifesciences, azienda leader nel settore delle valvole cardiache e del monitoraggio emodinamico, afferma che in Italia 5 milioni di over 65 si dedicano al volontariato.

Qual è il valore aggiunto che un over 65 può portare in un’attività volontaristica?

Sicuramente un’esperienza preziosa per affrontare situazioni complesse o problemi nella comunità; una maggiore maturità emotiva e una prospettiva più ampia sulla vita, che può tradursi in una maggiore capacità di comprendere le esigenze degli altri e di offrire un sostegno empatico;

una stabilità emotiva e una presenza costante nel tempo; reti sociali consolidate utili per il coinvolgimento di altri volontari;  un modello positivo che, con il proprio impegno e la saggezza acquisita nel tempo, può ispirare i più giovani.

Fare volontariato, a conclusione di una vita di lavoro, può anche rappresentare un’opportunità significativa per mantenere un senso di scopo, rimanere attivi e mantenere connessioni sociali preziose, contribuendo nel contempo al proprio benessere e a quello della comunità.

PROGETTO RISTRUTTURAZIONE CASA ANZIANI
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Fine lavori 2023
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Progetto Interreg «Pallium» dedicato alle cure palliative
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