Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2023
FORUM – Il disagio giovanile nel VCO

Fare una rivista che parla al sociale è stato il nostro primo passo, poi ci siamo accorti che talvolta questo è insufficiente e allora proviamo a suscitare confronti da cui possono partire e/o rafforzarsi collaborazioni e conoscenze in realtà che sembrano necessitare di questi momenti.

Articolo nato dall’incontro di lunedì 3 luglio a Casa don Gianni a Domodossola cui hanno partecipato: Rossana Borretti, docente Liceo G. Spezia, referente problemi giovanili; Monica Felisi, psicologa, Centro per la Famiglia della Coop. La Bitta; Andrea Gnemmi, psicologo, Ass. Contorno Viola; Sabrina Lunardon, animatrice del gruppo I.S.A. (identità sessualità affettività); Francesca Paracchini, pedagogista, Ass. Contorno Viola; Stefania Vozza, dirigente S.O.C. Neuropsichiatria Infantile ASL VCO. Ha condotto l’incontro per la redazione di Alternativa: Emanuele Puccio. Per un contrattempo è saltata la prevista partecipazione di Chiara Fornara, direttore CSS Verbano.

PuccioSiamo qui per provare a delineare insieme il quadro del problema del disagio giovanile in questo territorio. Sappiamo che si tratta di un problema complesso originato da un insieme di concause, non esauribile in un incontro, ma il concorso di varie professionalità, abituate a collaborare in analisi e progetti, può permettere di tracciare almeno le linee essenziali. Per avviare il confronto, mi chiedo, ad esempio, come il problema risenta delle contingenze del momento storico: Covid, post Covid, guerra, pressioni emotive suscitate da emergenza energetica e da cambiamenti climatici?

Felisi – Un fattore che traggo da una mia recente esperienza professionale di presa in carico dei familiari dei ragazzi è la carenza della funzione paterna, della regola del limite, non solo perché a volte questa figura manca fisicamente, ma perché nessuno la sostituisce. Il coinvolgimento dei familiari è importante quando c’è una situazione di disagio di un ragazzo, ma è un percorso difficile perché non c’è la domanda di affiancamento e a volte è vissuta come colpevolizzazione; ma se questa responsabilizzazione manca, il ragazzo da solo può arrivare solo fino a un certo punto. È poi necessario distinguere la psicopatologia dal disagio, non sempre si sovrappongono e sono realtà differenti che richiedono approcci diversi. Oggi siamo qui perché tutti crediamo nel lavoro di rete, però, se manca qualcuno che la tenga tesa, la rete si ingarbuglia: ci si mette in rete ma poi è difficile coordinarsi, è necessario che ci sia almeno un referente del caso e ciò avviene più facilmente quando si lavora in strutture o comunità; negli altri casi, malgrado la buona volontà, è più difficile.

PuccioÉ però necessario che ci sia una conoscenza dei vari nodi della rete. Quanto, ad esempio, gli altri servizi conoscono quale parte svolge la scuola e quanto la scuola conosce gli altri servizi?

Borretti – Sono soprattutto gli insegnanti di sostegno, più di quelli curricolari, i meglio informati e che fanno da tramite con la rete dei servizi. I problemi sono rilevanti e influenzano l’attività didattica. Anche la scuola dovrebbe esercitare quel codice paterno ricordato da Felisi, ma in realtà ciò non avviene più; tende semmai a prevalere un codice materno, perché l’emotività e le fragilità dei ragazzi irrompono nella didattica e condizionano i processi di apprendimento. Si crea confusione: la scuola, cui compete esercitare il codice paterno, per meglio accogliere in un contesto di utenza che è sempre più caratterizzato da difficoltà e disagi, ripiega soprattutto sul codice materno. La preoccupazione delle famiglie per la riuscita negli studi, anche come gratificazione personale del ragazzo, mantiene alto il valore della performance, con il carico di ansie e angosce che conseguono e che generano, a volte, chiusure, rifiuto o peggio. Il docente insegna la sua materia, ma, sempre più, il suo lavoro non si ferma lì, perché si percepisce un disagio crescente che non può essere ignorato.

Lunardon – Mi collego al tema della rete. La “Comunità Educante”, il progetto avviato da poco grazie al bando “Con i Bambini”, cerca la soluzione al problema di chi tiene tesa la rete e la figura indicata è il manager di comunità, la persona che presidia l’intero progetto, allacciando e mantenendo connesso alla rete ciascun partecipante. In questa rete ci sono i tre CISS, soggetti del terzo settore, la Neuropsichiatria dell’ASL VCO. A me la parola ‘disagio’ mette a disagio: spesso il malessere, la fragilità di ragazze e ragazzi non viene ben capita, viene fraintesa ed è bene che ci sia attenzione per capire cosa non va. Perché anche chi appare spensierato risente di fattori di turbamento collettivo, come l’ansia da prestazione, o suscitata da problemi ambientali o di identità personale, che possiamo definire disagio. Occorrono luoghi in cui le persone non si sentano scomode, sbagliate e questo è un primo passo. Poi, qui soccorre lo strumento della comunità educante, perché al fondo di quel disagio c’è spesso una povertà educativa, bisognosa del supporto di una rete di soggetti della comunità. E anche nella frequentazione della rete e dei social, che non sono per un ragazzo mondi separati, possono venire apporti positivi in termini di disinibizione, di libertà di espressione e manifestazione di sé, sono spazi di partecipazione del mondo che c’è intorno.

Felisi –La realtà dei social, così abitata e ricca, favorisce la frammentazione dell’identità. Dove finisce l’intimità in questa frammentazione di sé? In ciò forse la psicoterapia può aiutare a recuperare quella dimensione. Quando sui social l’immagine di sé è del tutto sconnessa da ciò che loro sono, la situazione si fa angosciante, dove si reintegrano quei frammenti di identità? Tu dici nel luogo dove sono a mio agio: a casa mia. Ma chi non ha questo luogo rimane disperso. Occorre allora costruirli questi spazi, dove magari si possa realizzare anche il contatto con ragazzi più grandi, capaci di svolgere un ruolo educativo senza presentarsi come educatori, come la peer education.

Gnemmi – La peer education ha seminato un po’ di cultura tra tanti ragazzi di Verbania, l’aver fatto di loro dei volontari non giudicanti in relazioni paritarie ha permesso tante diverse esperienze.

Paracchini – In vari e differenti contesti oggi si trova quanto la peer education abbia seminato e quanti ragazzi si siano avvicinati al sociale grazie a quell’esperienza vissuta a scuola. Anch’io, come Sabrina, sono a disagio di fronte alla parola ‘disagio’, è sempre necessario non generalizzare e contestualizzare. Quest’anno, a scuola, mi sono creata un osservatorio come “insegnante di corridoio”, non ho una classe, ma ragazzi che intercetto usando contesti informali come occasioni di incontro. Questo giocarsi nell’informalità, dove la scuola è codice paterno, ma anche materno, perché così deve essere come vocazione. In queste esperienze, soprattutto quest’anno, nella fragilità dei ragazzi traspare quella degli adulti, vedo spesso questa triangolazione: adolescenti infantilizzati o adultizzati e adulti adolescenti, come una nuova genitorialità Mi chiedo se la scuola sia non solo capace ma anche competente ad affrontare questa realtà. Non mi farei invece spaventare dai social, dalla tecnologia: sono cambiamenti, strumenti, ambienti, identità. Quale sia il confine tra intimità e “fuori” è poi un tema che riguarda i ragazzi ma anche gli adulti, spesso esibitori di un’intimità che non andrebbe così esposta.

Gnemmi – Chi sono i giovani? Quando si comincia a essere giovani? Lo si diventa sempre prima. A 11 anni, a 13, a 15 si è bambini o giovani? E quando si smette di essere giovani? A 20, 25, 29? Ci sono parametri ISTAT per i quali si è giovani fino a 39. Su cosa si basano queste soglie? Sui consumi, sugli stili di vita: a 39 anni si gioca come a 20 con la play station, si fanno le canne, si vive magari con i genitori, si ha la cameretta? È giusto così? Che uno faccia le stesse cose a 15 a 25 o a 39 anni, se no si sente in colpa, è un sintomo di disagio della società? Qui identità e mercato si mischiano e nei social ancora di più, nell’identità digitale ci si toglie almeno dieci anni e la categoria dei giovani si dilata senza limite. Quando di parla di giovani bisogna capire di chi si parla: chi va a scuola, chi lavora, chi ha un’autonomia, chi si “sente” giovane? I confini tra bambino, adolescente, età adulta sono stati frantumati perché molto di ciò che era proprio della gioventù è diventato patrimonio degli adulti; ciò genera confusione e i social hanno dato il colpo di grazia. Se noi oggi dobbiamo pensare a un aggettivo per i giovani, il primo è senz’altro “pochi”, i giovani sono pochi, il tasso di natalità da decenni continua a contrarsi, non c’è più ricambio, il rapporto giovani/anziani si è da tempo invertito e si accentua sempre più e questo cambia e cambierà le relazioni. Neppure gli immigrati ci salveranno perché ormai se ne vanno anche loro dove si vive meglio e pure il luogo comune che i figli si fanno soprattutto al Sud è capovolto, si fanno dove ci sono più servizi, al Nord. Per i giovani di oggi ci saranno pensioni misere ma, in una sorta di welfare rovesciato, tanti anziani e vecchi da cui ereditare. Per concludere, tutto ciò fa riflettere su questi ragazzi di oggi, un po’ nevrotizzati e carichi di pressioni, ma anch’io penso che il disagio che ne consegue non sia, almeno non sempre, patologia, perché il disagio in un contesto malato è, in fondo, un segno di salute.

PuccioSoffermiamoci ora sui servizi che questo territorio offre ai giovani. Nella mia esperienza, direi che qui forse i servizi sono meno che nelle grandi città, ma qui sono ancora attive le reti familiari che integrano. Per altri tipi di servizio, mi pare almeno un po’ carente il sostegno psicologico alle condizioni di disagio.

Vozza –Il nostro osservatorio raccoglie situazioni di grave sofferenza che sconfinano nella psicopatologia, e i dati allarmano, questa è un’emergenza nell’emergenza. Ci siamo concentrati sull’emergenza della pandemia, ma non abbastanza su questa del disagio giovanile, non stiamo investendo abbastanza su questo che è il nostro futuro. Confrontando i dati del nostro servizio con quelli nazionali e di altri Paesi, nell’ultimo ventennio c’è stata una progressiva crescita dei casi sempre più gravi e complessi, che la pandemia ha fatto impennare. Molte situazioni necessitano di servizi specialistici per casi conclamati per l’infanzia e l’adolescenza in grave sofferenza, che sono pochi ovunque e qui non ci sono; eppure dal duemila a oggi i casi che richiedono interventi di alta specializzazione sono drammaticamente aumentati, ma i posti letto della neuropsichiatria infantile sono pochissimi. Ci troviamo a dover ricoverare ragazzi in posti impropri come la psichiatria per adulti o la pediatria, la quale da anni ci aiuta accogliendo più adolescenti che bambini, ma gli specialisti della sanità non ce la fanno più a contenere e a dare risposta. Quest’onda per ora non tende a decrescere, i servizi sono insufficienti. Anche i colleghi psicologi, anche quelli che operano nel privato, sono stati investiti da questa esplosione della domanda e non riescono a soddisfarla, siamo in un Paese che non ha saputo prevedere la preparazione delle necessarie competenze in campo sanitario; in questo territorio (ASL VCO) a gestire questa emergenza siamo solo in due medici, dovremmo essere in cinque, ad arrangiarci a fare di tutto in tutti gli ambulatori. L’anno scorso abbiamo avuto 724 richieste di visite, di cui il 12% urgenti, e quest’anno nel primo semestre 385. In un quadro generale di continuo calo della popolazione infantile del territorio si registra un costante e sostenuto incremento dei casi che a noi si rivolgono. Con situazioni delicate, complesse che richiedono interventi multidisciplinari e, talora, ricoveri in comunità sanitarie in altri territori. Pensando al lavoro di questi anni, stando accanto a ragazzi molto sofferenti, io trovo una grande solitudine, ragazzi poco ascoltati, lasciati andare, come se nessuno se ne fosse preoccupato, nessuno avesse visto quella sofferenza. Dov’erano gli adulti? Nella grande fragilità dei giovani io trovo la grande fragilità di un mondo adulto incapace di vedere e ascoltare. Per noi medici incontrare e ascoltare è perciò il primo fondamentale passo, e a volte quando arrivano da noi è già troppo tardi e qui si pone allora tutto il tema della prevenzione. Forse quel ruolo paterno di un tempo non esiste più, tutto è cambiato anche solo da com’era vent’anni fa; dobbiamo trovare un nuovo modo di declinare il paterno e il materno, bisogna cambiare paradigma, cambiare la mente, io non posso fare la neuropsichiatra come vent’anni fa, neppure come due anni fa, bisogna rimettersi in discussione, riuscire a riprendere in mano questa situazione. Non è un bello scenario; personalmente sono preoccupata.

PuccioTutti, con le differenze che comportano i diversi punti di osservazione, stiamo percependo una situazione molto critica. Un ultimo quesito: quali strategie di prevenzione possiamo immaginare di fronte a un quadro di analisi tanto severo e al rischio di arrivare troppo tardi a comprendere e a intervenire?

Vozza – Credo che in tema di prevenzione la fascia di età 0-6 anni sia quella sulla quale è necessario investire di più, non solo nei termini di rendere più consapevoli e competenti i genitori, ma di poter disporre di servizi a supporto della famiglia, perché tutti gli studi confermano che ciò che avviene in questi primi anni ha una proiezione potentissima sullo sviluppo della personalità e su quello che succederà dopo. Cerchiamo di recuperare nelle età successive tutto ciò che è recuperabile puntando su quelle risorse e su quelle resilienze che spesso comunque ci sono, ma è indispensabile puntare a quella fascia di età, e questa è una scelta culturale, sociale, politica, educante, sanitaria; altrimenti è sempre troppo tardi… è troppo tardi!

Gnemmi – Sono convinto che sia necessario investire su impianti sportivi, sale prove, strutture che creano inclusione, con la collaborazione di agenzie educative informali come il Kantiere e Alternativa A, dove ragazzi, adulti e istituzioni si incontrano, si confrontano e dove si possono fare cose importanti. Se invece, come sta accadendo sul territorio, il campo da calcio viene dato alla scuola calcio della Juventus, la sala prove non si può fare per il rumore e lo spazio verde diventa un condominio, la direzione è sicuramente sbagliata. E’ chiaro che poi ci vorrebbero dei livelli assistenziali adeguati che sembrano non esserci. In questi anni sono stati aggrediti i diritti fondamentali alla salute. Se in tutta l’ASL ci sono solo due neuropsichiatri è evidente che non sono garantiti i servizi essenziali. A questo si aggiunge che anche il privato non sembra offrire molte alternative.

Vozza – L’azienda ha fatto un bando per le assunzioni senza riuscire a trovarne. Non ci sono più medici per la sanità pubblica; forse non è più appetibile, è troppo faticoso, forse è una missione che non si vuole più prendere. Il risultato comunque è questo.

Puccio – Quali sono i punti di forza e quali le criticità sul territorio?

Felisi – La bellezza naturale del territorio è sicuramente un aspetto positivo.

Vozza – Il territorio è molto carente nei trasporti pubblici. Questo rende problematico, soprattutto per i giovani, utilizzare anche le eventuali strutture a loro dedicate e rende difficili anche le connessioni fra i vari territori e fra i giovani. Questa è davvero una criticità rilevante, anche per i costi dei trasporti esistenti, che frammenta ulteriormente il territorio aggravando isolamento e solitudine dei giovani.

Puccio – E’ evidente che in altre realtà urbane, come ad esempio Milano, il livello dei servizi è diverso; nel nostro territorio è necessario poter attivare servizi che suppliscano alle carenze esistenti.

Paracchini – Uno dei punti di forza del nostro territorio è sicuramente la presenza di tantissime associazioni di volontariato verso il sociale e la cultura. Nello stesso tempo queste realtà presentano delle debolezze; accanto ad associazioni giovani ci sono associazioni dove manca il ricambio generazionale creando spesso una separazione fra le varie associazioni, fra giovani e meno giovani. Gli adolescenti hanno bisogno di essere visti, di essere ascoltati; è necessario che gli adulti parlino con i giovani, gli stiano accanto. E’ quindi necessario superare questa separazione; è necessario mettere i ragazzi al centro dell’attenzione altrimenti rischiamo di parlare di mondi che non conosciamo più e che rischiamo di osteggiare invece di aiutare. Bisogna quindi continuare a frequentare i ragazzi, provare ad ascoltarli; è anche questo il modo di fare prevenzione.

Puccio – Esiste sul territorio un consorzio delle associazioni, una “casa” delle associazioni?

Paracchini – C’è il Centro Servizi Territoriale che supporta le associazioni dal punto di vista burocratico-informativo, ma non esiste una “casa” delle associazioni. C’è l’esigenza ma non esiste.

Lunardon – Relativamente ai punti di debolezza vedo innanzitutto la mancanza di luoghi di partecipazione. La scuola potrebbe essere un luogo molto importante; purtroppo, a volte ci si scontra con realtà chiuse. Ad esempio, c’è una scuola importante del territorio dove non esiste la possibilità di assemblee studentesche. La scuola deve essere più aperta per evitare che da luogo di partecipazione diventi un luogo opprimente. La presenza di luoghi di partecipazione diventa un punto di forza; in questo caso i giovani sono in grado di cogliere le opportunità, di crescere insieme. La possibilità di utilizzare e gestire spazi li attiva in modo davvero importante. Un’altra debolezza è la scarsità dei fondi per le politiche giovanili che ormai sono solo a livello europeo, dove non è facile muoversi e accedere alle risorse disponibili. A livello nazionale sembra non esserci interesse, forse perché i giovani sono pochi, non sono consumatori. Quando i ragazzi hanno la possibilità di autodeterminarsi hanno la capacità di creare; mi viene in mente a questo proposito l’esempio del Consiglio comunale dei ragazzi con le sue iniziative.

Felisi – I classici spazi di aggregazione di una volta come, ad esempio, gli oratori non funzionano più tanto. Nei ragazzi c’è il bisogno di vicinanza ma spesso c’è l’impossibilità, l’incapacità di viverla. La scuola potrebbe essere il luogo già esistente più favorevole a favorire la vicinanza e la partecipazione.

Puccio – Fiducia e prestazione devono procedere insieme; oggi forse la scuola nel suo modello richiede prestazione, ma dà meno fiducia e partecipazione.

Boretti – La scuola deve lavorare tanto. Ha difficoltà a integrare mondi diversi, culture diverse. Si rimane ingabbiati in alcune modalità prestazionali, ad esempio l’Invalsi, che rendono difficile, accanto alle necessità quotidiane e burocratiche, come la conclusione del programma, attivare modalità di partecipazione. Qualche anno fa, ad esempio, al liceo si sono attivati dei momenti teatrali con risultati davvero soddisfacenti che purtroppo il Covid ha per ora interrotto. Bisogna sicuramente promuovere più momenti partecipativi; non è però facile. Ci sono una serie di problemi quali la sicurezza, la responsabilità, la burocrazia che rendono veramente difficile metterli in atto.

Puccio – Grazie a tutti per la vostra partecipazione. L’obiettivo era quello in prima battuta di raccogliere i vostri contributi per un articolo della rivista, ma c’era anche la volontà di creare circuiti virtuosi di conoscenze e relazioni.

Vozza – Sarebbe bello, attivando una mappatura delle competenze, potesse nascere una rete di collaborazione, mantenendo i propri ruoli ma creando maggiori sinergie. Incontrarsi e confrontarsi è anche il modo di avere referenti conosciuti per ogni soggetto della rete.