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18 Marzo 2026

Riflessioni sulla musica in occasione dei vent’anni del Coro San Leonardo di Pallanza

C’è un filo antico che lega la musica alla memoria: nella mitologia greca Mnemosine, dea della memoria, generò le Muse, e tra esse Euterpe, custode del canto e della musica. Il legame tra musica e memoria non è d’altronde casuale se si pensa che per secoli la trasmissione delle melodie avveniva esclusivamente per via orale, non essendoci ancora un metodo di scrittura musicale.

Vent’anni di attività dell’Associazione Culturale San Leonardo

Il coro dell’Associazione Culturale San Leonardo di Pallanza ha appena concluso i festeggiamenti per i vent’anni di attività; lo ha fatto proprio celebrando la memoria di questi anni, così rapidamente trascorsi, nei quali così tanti intrecci di relazioni, collaborazioni ed eventi hanno avuto come filo conduttore e come motore propulsivo l’amore per la musica, in particolare quella antica.

Il valore sociale e neuroscientifico del cantare in coro

Cantare in un coro è una di quelle rare esperienze del vivere comune che riescono a segnare nel profondo le esistenze di chi vi partecipa. Le neuroscienze hanno ampiamente documentato come i componenti di una compagine corale tendano a regolare il respiro e addirittura la frequenza cardiaca durante le prove. E naturalmente, cantando in coro, si apprendono le regole del buon vivere comune, regole di cui in questo periodo, per certi versi buio e confuso, abbiamo molto bisogno: nessuno predomina, tutti collaborano al bene comune, ciascuno per quanto è capace e per quanto sa fare, in un percorso di miglioramento progressivo e continuo. Come non pensare a Platone e al ruolo sociale che riveste la musica per il grande filosofo greco?

Archetipi musicali e la lettura del mondo attraverso i secoli

E se guardiamo, proprio per fare memoria, alla storia dell’Uomo, non possiamo non domandarci quale valenza, individuale e sociale, la musica abbia svolto: se non fosse importante – vorrei dire indispensabile – per la nostra vita, certamente la scure implacabile dell’evoluzione l’avrebbe recisa dalle nostre esistenze. Invece ciascuno di noi, ancor prima di vedere la luce, è immerso in un mondo sonoro e musicale che, in modo più o meno inconscio, considera parte integrante di ciò che è.

Alcuni archetipi poi, inscritti chissà quando e da chi nel nostro DNA, vengono percepiti dal nostro orecchio e, giunti alla nostra coscienza, vengono poi riconosciuti come familiari, come parte di ciò che siamo; e noi, come affascinati cercatori di bellezza, ci stupiamo nel riconoscere quella modalità espressiva non soltanto interessante o bella in sé, ma come qualcosa che ci appartiene e che la musica ci restituisce a piene mani. Questi archetipi, che compaiono abbondantemente nel sapere alchemico del Rinascimento, epoca d’oro della polifonia vocale, trovano spesso nella musica il luogo privilegiato per esprimersi.

La musica come chiave di lettura scientifica e filosofica

Il mondo stesso è stato letto “musicalmente” da grandi uomini del passato: ai nostri occhi può stupire pensare che Keplero abbia utilizzato le scale musicali per spiegare le leggi che governano i movimenti di pianeti o che Newton abbia fatto qualcosa di analogo per spiegare le sue ricerche sull’ottica, o ancora, che un importante medico-alchimista come Robert Fludd abbia mirabilmente raffigurato il funzionamento del mondo attraverso un monocordo accordato dalla mano di Dio. Dovremmo dunque archiviare queste testimonianze come bizzarrie di grandi uomini che ci hanno preceduto? Forse, ma io credo che almeno dovremmo lasciare lo spazio al dubbio che una chiave di lettura “musicale” del mondo e di ciò che ci circonda possa non essere poi così lontana dalla verità e che, Keplero, Newton, Fludd e molti altri non si sbagliassero poi così tanto.

Le pietre che cantano e la didattica di Guido d’Arezzo

Memoria e musica dicevamo.

Alcuni anni fa, un grande musicologo di nome Marius Schnider pubblicò l’esito delle sue ricerche in un libro dal titolo evocativo, Pietre che cantano[1]. In esso portava l’esito delle sue ricerche e cioè che i capitelli dei chiostri di numerose abbazie spagnole nascondevano nelle loro proteiformi fatture gli indizi per cantare correttamente alcuni moduli musicali che altrimenti in epoca medievale venivano trasmessi e memorizzati esclusivamente oralmente. Com’è bello pensare che ancora oggi quelle stesse pietre fanno memoria e addirittura “cantano”, per chi sa ascoltarle (“Qui habet aures audendi, audiat”; Mt, 11:15), le loro lodi a Dio.

A seguire, il monaco Guido, agli inizi dell’XI secolo, escogitò un metodo ancora più “comodo”, utilizzando la mano per distribuirvi gli esacordi – paragonabili alle scale musicali odierne – e favorire l’apprendimento di un numero immenso di melodie che ciascun monaco era chiamato a ricordare, eseguire e quindi trasmettere alle generazioni future; lo fece partendo dall’inno, probabilmente composto ad hoc, a San Giovanni Battista, il santo della “voce” (“Vox clamantis in deserto” Gv 1, 22-23).

L’incipit dell’inno prende l’avvio da queste parole: “Ut queant laxis resonare fibris”, affinché le voci possano risuonare libere.

La storia del Coro San Leonardo: dalle origini ad oggi

Da questo desiderio antico di liberare la voce affinché possa risuonare libera quanto la musica stessa, ha preso avvio anche la storia del nostro coro, nato vent’anni fa dal bisogno semplice e profondo di cantare insieme. E chiunque canti in un coro è, in realtà, erede di questa tradizione così lunga e affascinante. Magari non ne coglie pienamente la responsabilità e la portata ma, attraverso la sua voce, il suo impegno e la voglia di mettersi in cammino, diventa esso stesso testimone di quel passato e, facendone memoria, lo rende attuale e vivo anche oggi.

Quell’11 ottobre 2005, quando prendeva avvio l’esperienza di questo coro, gran parte delle cose fin qui scritte non mi erano chiare, però, al rientro a casa, dopo quelle prove, scrivevo sul mio diario solo la data e queste due parole: “sono contento”. Nell’inesperienza della giovinezza percepivo solo la grande forza attrattiva di un mondo sonoro che, mentre mi interrogava e, oserei dire, mi “stregava”, come Ulisse di fronte al canto delle sirene (ancora una volta un elemento sonoro), mi chiedeva di realizzare qualcosa di importante non solo per me, ma anche per le persone che mi avrebbero accompagnato in questo percorso musicale.

In ottica di bilanci, non so dire se abbiamo davvero realizzato qualcosa di “importante”; certamente in questi 20 anni abbiamo però saputo scrivere una pagina significativa nella storia di molte persone, per cui, accanto all’entusiasmo e all’impegno condivisi, la musica ha rappresentato il motore principale.

E certamente, chi ha avuto modo di fare esperienza del coro si è lasciato plasmare, scolpire come quei capitelli spagnoli. Io stesso ne ho fatto esperienza e sono grato alla Provvidenza per questo lungo cammino fatto insieme.

Incontri, collaborazioni e grandi maestri

Il percorso che abbiamo sviluppato in questi anni non si è limitato all’esecuzione dei brani: sin dall’inizio abbiamo voluto che insieme a questo aspetto prettamente musicale si affiancasse un percorso simmetrico, volto ad approfondire temi di cultura o di spiritualità. Neanche la grande pausa della pandemia ha fermato il nostro cammino; forse lo ha rallentato un po’, ma grazie all’utilizzo degli strumenti digitali abbiamo proseguito a incontrarci, a creare eventi e occasioni per stare insieme nel segno della musica.

Ma guardando alla nostra storia, non possiamo dimenticarci di quegli incontri, di quelle relazioni che hanno segnato la storia del nostro coro, divenuto successivamente associazione. Penso ad esempio al sorriso e all’incoraggiamento di don Giuseppe Masseroni che, insieme a don Roberto Salsa e a don Simone Dall’Ara, ha accompagnato i primo passi della nostra realtà corale, nata in seno alla parrocchia di San Leonardo a Pallanza.

Poi la memoria va al contributo di due dei miei maestri di Conservatorio. Il clavicembalista e direttore d’orchestra Fabio Bonizzoni con cui, tra le tante occasioni di collaborazione, abbiamo realizzato uno dei nostri progetti più ambiziosi e riusciti: l’esecuzione delle prime tre cantate dell’Oratorio di Natale BWV 248 di Johann Sebastian Bach, che abbiamo proposto in forma “partecipata”, facendo cioè cantare i corali polifonici previsti in partitura dai molti cori del VCO che hanno avuto quindi la possibilità di cantare in un contesto musicale internazionale di alto livello, accompagnati da una delle orchestre barocche più importanti in Europa (La Risonanza, diretta proprio da Fabio Bonizzoni).

E il pensiero grato va, in epoca più recente, al caro maestro Diego Fratelli del Conservatorio della Svizzera italiana di Lugano che, introducendo me, e quindi anche il coro, alla bellezza della musica rinascimentale, ha fatto da catalizzatore di un processo alchemico che mi (ci) ha portato a godere di pagine di autori come Monteverdi o Josquin, capaci di arrivare al cuore di ciascuno di noi.

Conclusioni e sguardi al futuro

Oggi il coro sta proseguendo il suo cammino affrontando, in questi giorni, una pagina di grande spessore, una milestone della musica rinascimentale, la Deploration che Josquin ha composto per onorare la scomparsa del suo maestro Ockeghem. Ancora una volta musica che fa memoria, musica che parla al cuore. Una pagina antica che prende forma e vita attraverso la voce di uomini e donne del XXI secolo.

Se ripenso a questi anni, non posso guardare al Coro che con lo sguardo affettuoso di un padre che ha visto crescere e diventare grande il proprio figlio.

In occasione di questo compleanno così importante, appena trascorso, desidero allora esprimere il mio affetto e il mio augurio sincero a tutti gli uomini e le donne di buona volontà che, insieme a me, hanno creduto a questo progetto.

Auguri e cento di questi giorni, Coro San Leonardo (perdonami ma ti chiamo così in confidenza, perché il nome “Associazione Culturale” lo lascio a momenti più formali). Sei stato e sarai sempre uno dei frutti più belli che ho colto da questa meravigliosa e rigogliosa pianta che è la Musica.


[1] M. Schneider, Pietre che cantano,SE editore, Milano, 1976.