Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2026
Viviamo ostaggi di un ossimoro
24 Settembre 2026

Si può essere tolleranti con gli intolleranti?

Il dritto e il rovescio

L’intolleranza è madre di gran parte dei mostri di cui è disseminato il cammino dell’umanità [1]. Se guardiamo alla storia: fanatismo, razzismo, persecuzioni, terrorismo, stragi, guerre religiose, etniche, ideologiche. Se pensiamo al vivere collettivo: emarginazione, esclusione, disgregazione, ingiustizia. Nei rapporti personali: incomprensioni, prevaricazioni, ostilità, odio [2].

L’intolleranza è la presunzione di possedere una verità assoluta, di qualsiasi natura essa sia, che va non solo difesa, ma soprattutto imposta perché ritenuta superiore alle altre. Una verità che non necessita di essere dimostrata, che trova giustificazioni solo di tipo fideistico o pseudo scientifico. Una verità che è sufficiente affermare, proclamare e null’altro è dovuto. Non idee, magari balzane ma circoscritte a edificazione personale o familiare, ma dogmi la cui supposta superiorità si traduce in licenza di imporsi su ogni altro pensiero o credenza, senza riguardo a idee e diritti altrui [3].

La tolleranza è l’esatto contrario. È riconoscere di non essere depositari come individui o come gruppi di verità assolute e riconoscere perciò che idee e opinioni altrui abbiano legittimità pari alle nostre. L’idea che opinioni e fedi differenti possano e debbano convivere, confrontarsi, anche competere, ma nel reciproco rispetto. È il riconoscimento della diversità come condizione naturale di una società. Un’idea che a lungo ha stentato a farsi strada nella storia dell’umanità e che non si può certo dire sia definitivamente e ovunque affermata, perché, più che un’idea, la tolleranza è la risultante o la sintesi di un insieme dei valori fondanti gli ordinamenti democratici, cioè società aperte, pluraliste, inclusive, rispettose dei diritti di tutti, minoranze in primo luogo [4].

Un lento cammino

La riflessione su questi temi emerge in Occidente solo verso la fine del XVII secolo, anche come conseguenza delle traumatiche esperienze delle guerre di religione che insanguinarono l’Europa del Cinquecento e del Seicento. Le tappe più note: l’Epistola de Tolerantia [5] di John Locke, pubblicata nel 1689, un’invocazione alla tolleranza interreligiosa. Il Commentaire Philosophique [6] di Pierre Bayle, di quegli stessi anni, estendeva la necessità della tolleranza anche ai non credenti. Bisogna arrivare al 1763 e alle sensibilità indotte dall’Illuminismo per il Traité sur la tolérance  di Voltaire[7], compendiato nella lapidaria affermazione di Evelyn B. Hall “Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo” [8] . Nel secolo successivo la questione è ripresa anche dal teorico del liberalismo inglese John Stuart Mill in On Liberty [9], del 1859, secondo cui la libertà d’opinione e di azione dell’individuo trova un limite solo se arreca danno alla libertà altrui.

L’esperienza traumatica dei totalitarismi della prima metà del XX secolo e, segnatamente, della caduta della repubblica di Weimar, che fu demolita dal nazismo non con moti insurrezionali [10], ma per vie legali, pose drammaticamente all’attenzione i limiti degli ostacoli che una democrazia può porre a chi la rifiuta. Nel 1945 Karl Popper ne trae le conclusioni: “La tolleranza illimitata (porta) alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi (…) Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti. Dovremmo insomma proclamare che ogni movimento che predica l’intolleranza si pone fuori legge e dovremmo considerare come crimini l’incitamento all’intolleranza e alla persecuzione, allo stesso modo che consideriamo un crimine l’incitamento all’assassinio, al ratto o al ripristino del commercio degli schiavi” [11]. In altre parole: finché è possibile il confronto, per quanto arduo, si tollera e si discute, quando il confronto è negato, non solo diventa impossibile discutere, ma anche tollerare.

E siamo sempre lì?

Il problema di doversi confrontare con ondate di intolleranza mai sopite è sempre d’attualità. Come può, infatti, una società che ha imparato a caro prezzo l’importanza di valori quali la dignità e il rispetto del prossimo, della libertà e dei suoi diritti, convivere con l’intolleranza? La sfida è ardua, perché asimmetrica: a rigor di logica, un principio ritenuto fondamentale non potrebbe per sua natura essere negoziabile, non si dovrebbe transigere sulla sua applicabilità erga omnes: o si è tolleranti, e ciò vale sempre e verso tutti, o non si è. Di conseguenza, sempre a rigor di logica, il principio di tolleranza si estende anche a chi non la pratica, verso coloro che, al contrario, professano e praticano l’intolleranza… cioè… si deve sempre, in ogni caso, essere tolleranti con gli intolleranti?

L’intolleranza origina da forme di integralismo che sono, si diceva, fondate su credenze fideistiche o pseudo scientifiche (ma, su diversa scala, anche caratteriali o opportunistiche) che escludono il confronto dialettico. È cioè quasi impossibile poter comporre intese con chi assume quella postura. Anche se, va detto, non sempre integralismo o fondamentalismo conducono all’intolleranza: esistono anche forme che pacificamente hanno convissuto o convivono nella società [12]. La questione si fa seria quando da quel ceppo originano intransigenza, estremismo, fanatismo che inducono intolleranza, cioè contrapposizione e ostilità verso la compagine sociale. È a questo punto che si comincia a pensare che quella tolleranza erga omnes, di cui sopra, vada presa un po’ con le pinze.

No, non siamo sempre lì

Già Voltaire l’aveva intuito, quando scriveva “bisogna che gli uomini comincino col non essere fanatici per meritare la tolleranza” [13]. Quindi la tolleranza dei più non è elargibile sempre, gratuita e per tutti. Quanto meno, la disponibilità deve cessare quando l’integralismo assume le sembianze del fanatismo, porta d’ingresso dell’intolleranza. Sarcasticamente scriveva lo scrittore israeliano Amos Oz: “Ritengo che l’essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a cambiare (…) Il fanatico è un grande altruista (…) vuole salvarti l’anima, vuole redimerti, vuole affrancarti dal peccato, dall’errore, dal fumo, dalla tua fede, dalla tua incredulità (…) Il fanatico si preoccupa assai di te: o ti si butta al collo perché ti vuole bene sul serio o punta alla gola, nell’eventualità che ti dimostri irriducibile” [14].

Ha quindi ragione Popper, non siamo prigionieri dell’ossimoro: “essere tolleranti presuppone la reciprocità. Il contratto implicito dei membri di una società tollerante è di accettare di non essere d’accordo. Quando un membro o un gruppo all’interno della società smette di rispettare chi è diverso da lui, viene meno la reciprocità, il presupposto di fiducia su cui si basa la società tollerante, ovvero la società democratica. Tollerare l’intolleranza significa parteggiare con i più forti, con coloro che dispongono dei mezzi e degli spazi per farsi sentire, a discapito di chi quei mezzi non li ha. Quando tolleriamo chi è intollerante priviamo chi è vittima di quell’intolleranza della propria libertà, e la democrazia in cui viviamo di parte della fiducia necessaria per farla funzionare” [15].

Per farla breve, anche la tolleranza ha un limite, come la pazienza.


[1] Senza nulla togliere al poderoso contributo dato dall’avidità.

[2] Un famoso film del 1916, “Intolerance” (disponibile in DVD e Blu-ray) di David W. Griffith, grande firma del cinema muto, offre un ampio campionario in materia.

[3] Ai tempi del Covid, Mattarella ammoniva che la pretesa di alcuni di rifiutare l’uso di mascherina e distanziamento, in nome del proprio diritto alla libertà, si sarebbe di fatto tradotto nella “libertà di infettare gli altri”.

[4] Un problema di non poco conto, in tempi in cui la facilità di accesso al web regala molto sapere ma poco capire.

[5] Trad. italiana: J. Locke, Lettera sulla tolleranza, Laterza, Bari, 2005.

[6] P. Bayle, De la tolérance – Commentaire philosophique, Honoré Champion, Paris, 2014.

[7] Trad. italiana: Voltaire, Trattato della tolleranza, B.U.R., Milano, 1967.

[8] La citazione è contenuta nel testo “The Friends of Voltaire” del 1906 di Evelyn Beatrice Hall, si veda: https://it.wikipedia.org/wiki/The_Friends_of_Voltaire

[9] Trad. italiana: J. Stuart Mill, Saggio sulla Libertà, Il Saggiatore, Milano, 2023.

[10] Con le debite differenze, anche lo stato liberale italiano subisce un processo analogo, mentre del tutto diversa è, ad esempio, l’esperienza spagnola.

[11] Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, vol. I, Armando Ed., Roma, 2004.

[12] Come, ad esempio, quelle del Millet dell’Impero Ottomano, dei Quaccheri, degli Amish e del Sionismo delle origini.

[13] Voltaire, cit., p. 93.

[14] Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli, Milano, 2004, pp. 45-46.

[15] Gianrico Carofiglio, Della gentilezza e del coraggio, Feltrinelli, Milano, 2020, p. 108.

Foto di copertina: Fotogramma dal film  “Intolerance” di David W. Griffith, 1916