Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2025
VILLETTESI IN ‘MERICA
16 Settembre 2025

Dopo secoli di emigrazioni in Europa a nord delle Alpi, anche a Villette a cavallo dell’800 e per il primo ventennio del ‘900, giunse il richiamo del “Far West”. L’argomento “emigrazione” (che pare ricorrere sempre nella storia dell’uomo) è vasto, vastissimo e merita certo approfondimenti, studi, ricerche, che sono ben più complessi di queste semplici note; oltretutto limitate alle vicende dei soli villettesi, in un quadro che già si amplierebbe non poco se si coinvolgessero gli altri convalligiani. Per questo ci si è limitati a citare i nominativi (e qualche sporadico aneddoto) di quanti lasciarono il piccolo paese vigezzino per recarsi in America del Nord e specie in California, affrontando per settimane un viaggio certamente disagiato. Una lunga traversata, prima per mare poi per terra, per giungere in paesi dove il passaparola aveva creato illusioni di guadagni, se non facili, almeno tali da garantire, una volta rientrati in patria, una vita migliore e più agiata di quella cui si era inevitabilmente destinati. Ma purtroppo per la maggior parte di loro così non fu.

La materia dell’emigrazione in generale è stata trattata in diverse forme, misure, intensità e stili da vari studiosi vigezzini tra i quali: Cioia, Mellerio, Cavalli, Pollini, Gubetta, De Maurizi, Gennari, Azzari, Ramoni, Barera, Negro, Mazzi, Mori e Ceccomori.

In questo testo, ci si sofferma in particolare su un’analisi inedita (datata 1935) dell’intellettuale villettese Rag. Davide Ramoni, che ben ha descritto il fenomeno limitato ai compaesani, ma per certi versi estendibile alla valle Vigezzo e non solo. A questa analisi si cercherà di apportare qualche cenno di aggiornamento. Il Ramoni era lui stesso figlio di Bartolomeo, emigrante con ben due passaggi in California, uno nel 1902 e l’altro 7 anni dopo; quindi le sue riflessioni hanno un valore particolarmente arguto, interessante e autentico, oltre a essere magistralmente esposte.

Così il Ramoni: “Verso il finire del secolo scorso si diffuse la convinzione che l’America del Nord, la California fosse la terra promessa. In realtà la ricchezza c’era insita nella vastità e verginità delle terre; ma era già tutta accaparrata dai capitalisti che si apprestarono a sfruttare la buona fede, la buona volontà, la laboriosità dei nostri emigranti. E moltissimi si imbarcarono per l’America, per la California. Là li attendeva il lavoro duro e diuturno discretamente ricompensato, ma abbruttente. Molti, dopo un primo ritorno in patria, tornavano in America, non più soli, ma con parenti e compaesani. E non tornavano definitivamente in patria se non dopo 10, 15 o 20 anni, quando ormai la loro gagliardia era stata spesa e le migliori energie profuse a vantaggio degli speculatori. Queste emigrazioni nelle Americhe durarono con intensità fino alla guerra mondiale, epoca in cui alcuni tornarono per il servizio militare.

Dopo la guerra nel 1920, le misure restrittive imposte dall’America all’emigrazione valsero a frenare di colpo il movimento, con innegabili vantaggi per l’economia paesana. Non tutti però erano rientrati in patria; alcuni erano rimasti nelle Americhe e vi permangono tuttora dando di sé scarse notizie. Sono per lo più celibi, partiti senza vincoli di parentela che, o si sono conservati tali, o che si sono creata in quelle lontane terre una famiglia propria. Costoro hanno per naturalizzazione assunta la cittadinanza americana e non torneranno più al nostro paese. Si sente dire che qualcuno di essi abbia raggiunto posizioni economiche invidiabili. Ecco un elenco di nomi aggiornato al 1935: Pidò Giuseppe e Angiolina – Modesto CAL, Ramoni Serafino – Modesto CAL, Gnuva Bernardo – Spokane Wash IDAHO, Besana Francesco – La Honda CAL, Bonzani Margherita – San Josè CAL, Bonzani Giovanni – Petaluma CAL, Bonzani Battista – St. Louis CAL, Tadina Giuseppe – Monterey CAL, Tadina Giovanni Weed CAL, Bonzani Agostino – Petaluma CAL, Tadina Francesco – Weed CAL, Ramoni Luigi Susanville CAL, Pidò Cesare – Loleta CAL.

Quali vantaggi hanno portato ai singoli ed al paese queste emigrazioni?

Il vantaggio certamente indiscutibile ed immediato di un maggior arricchimento liquido, nominale, ma non potenziale. Per contro quali e quanti svantaggi. Danno agli individui, in quanto, partiti nel fiore degli anni, hanno profuso le energie migliori, non per avvantaggiare le loro possibilità economiche a venire, ma per dare rendimento ad altri, contro compenso di una moneta soggetta nel tempo a tutte le oscillazioni e rivalutazioni. Per fare ciò si abbandonano le famiglie, le proprietà, gli interessi, ad intristire o a sfumare nelle mani spesso inesperte delle mogli, delle famiglie senza capo, senza guida valida e responsabile. Viene così negletto il vero patrimonio in cui era chiusa la piccola possibilità di vivere: i campi, i prati, il bestiame. Questo patrimonio diminuisce di produttività perché manca il braccio forte che lo faccia fruttare. Dopo anni e anni di incuria, il prato non è che un gerbido, il gerbido un bosco, il campo un prato; nelle stalle diroccanti si alleva la sola vaccherella necessaria per dare il latte alla famiglia. Il nucleo familiare si decompone; nella donna grava il peso di tutto il lavoro della campagna e su di essa l’emigrato accumula la responsabilità delle contrarietà, della forza maggiore, mentre lui solo è la prima causa. Donde dissensi, dissidi, crepe nella compagine familiare; poi la disgregazione: Il rovinio di tutto il complesso etico ed economico. Per contro si è accumulato il capitaletto. Ai figli si dà una professione mandandoli in città, distogliendo quindi l’interesse dei continuatori della famiglia dalla campagna, dal piccolo patrimonio terriero, dalla montagna. Ecco così che quel complesso di beni rurali, non avrà più che le cure dei vecchi. Morti essi chi si preoccuperà dei praticelli infinitesimali, avendo l’inurbato altro da fare e da pensare? È un processo disgregativo, come di colui che volendo cogliere un frutto taglia l’albero. Descrizione senza tinteggiature fosche od esagerate, volta a stigmatizzare tutti gli svantaggi dell’emigrazione in genere.

Ma altri mali si aggiungono, per l’emigrato stesso. Egli parte con un bagaglio di convinzioni morali e religiose in genere sane, per tuffarsi in paesi ed ambienti del tutto estranei e diversi da quelli originali. Nelle Americhe soprattutto, il ritorno della vita materiale, spinto alle estreme avanguardie, non dà tempo a colui che piomba nell’ambiente vorticoso di rendersi conto delle forze che lo avvengono e lentamente, inavvertitamente, ma inesorabili lo trasformano. Egli si trova un bel giorno profondamente mutato moralmente; molti fatti che prima lo avrebbero messo sopra pensiero lo lasciano indifferente; la pratica religiosa diventa per lui affare da burla, sorpassato; le miserie umane cui si avvezza, non trovano più eco nel suo cuore, una volta così sensibile.

È la vita moderna che lo travolge senza dargli agio di riflettere, trascinandolo nella sua corrente materialistica e liberale verso l’irraggiungibile ed utopistico miraggio del benessere per sé e per i suoi. Coscienza, anima, sensibilità sono per lui silenziose, mute; aumentano invece in lui le manifestazioni acide e risentite del suo carattere inasprito dai disagi, dalle fatiche inumane inducendolo a esteriorizzazioni inconsulte di moti insani, impulsivi e senza controllo. Così tornano al nostro paese uomini che sanno molte cose nuove, ma hanno dimenticato quella parte di sé stessi che è la tradizione di una innata bontà d’animo, di una religiosità di coscienza. Per questo il loro rivivere tra l’altra popolazione che non ha mai mutati sentimenti e convinzioni, dà luogo ad uno stridio di contrasti notato, cui si cerca dapprima di porre rimedio, ma che infine, riusciti vani i tentativi di ravvedimento, sbocciano in ulteriori attriti, a tutto danno della compagine patriarcale paesana.

Consideri ora ognuno se il paese abbia avuto più vantaggi o svantaggi dall’emigrazione nell’America. Certamente sono maggiori gli svantaggi, perché come si è visto tale emigrazione lontana e per lunghi anni significa abbandono della piccola proprietà terriera e inurbamento delle generazioni successive; spopolamento della montagna e impoverimento della sua economia. I risparmi sudati nelle Americhe non sono quasi mai andati a beneficio del paese della comunità; nemmeno sotto forma di elargizioni assistenziali, perché quel denaro è troppo faticato e logicamente sorge intorno ad esso una barriera di avarizia e di egoismo.

Entrare dopo queste considerazioni in elencazione di dati, in narrazione dei fatti riguardanti la vita dei nostri emigrati nelle Americhe, significherebbe ripeterci in descrizione di fatiche, di privazione, di stenti, di peregrinazioni. I nostri uomini partivano la maggior parte alla buona ventura, senza essere certi di trovare un posto e un padrone. Colà giunti venivano ingaggiati da qualche mediatore che li destinava all’una o all’altra fattoria. Perché i nostri uomini si dedicavano in modo particolare ai lavori pesanti nelle immense tenute agricole (ranch). Da un padrone passavano all’altro a seconda delle migliori condizioni loro praticate; così giravano tutta la California: San Francisco, Sacramento, San Luis Obisco, Santa Cruz, Monterey, Salinas, Los Angeles San José, sono tutte tappe di una sola diuturna fatica, itinerario di logoramento fisico e morale”.

In aggiunta (integrazione) all’elenco del Ramoni, seguono i nominativi dei villettesi emigrati desunti dall’archivio Comunale e dal Web. Quest’ultimo offre oggi diverse opportunità con informazioni che andrebbero comunque e sempre confrontate coi dati locali per una corretta interpretazione. Questo anche perché molti cognomi e nomi (oltre ai paesi di origine) non sono stati rilevati e poi trascritti in modo corretto nei registri all’atto dello sbarco a New York. (Ad esempio Gnuva diventava Gnua, Bonzani – Bonzena, ecc).

Adorna Carlo e Matteo; Besana Francesco e Giuseppe; Bonzani Agostino, Battista, Bernardo, Carlo, Francesco, Giacinto, Giacomo, Giovanni, Giuseppe, Innocente, Giovanni, Rocco, Giovanni Battista, Norberto, Innocente; Bozzi Angela Maria, Bartolomeo, Lodovico; Cappini Antonio, Dresti Giovanni Antonio, Gnuva Antonia, Margherita, Bernardino, Guglielmo: Pidò Carlo, Cesare, Bartolomeo, Francesco, Giuseppe, Angiolina; Piffero Orsolina; Ramoni Amedeo, Bartolomeo, Giovanni, Lucia, Ludovico, Luigi, Beniamino, Ludovico, Venanzio di Amedeo, Venanzio, Vincenzo; Tadina Giovan Giacomo, Emilio, Giovanni Battista, Francesco, Giuseppe, Antonio: Tamboloni Giovanni Maria, Luigi e Bartolomeo. Di alcuni rimasti là, si sono avute notizie di discendenze di Bonzani Rocco e Gnuva Margherita. Un bisnipote è venuto a Villette nel 2012, mentre suoi nonni Bob Bianchi (originario di Lucca) e Rose Bonzani vennero nel 1965 a conoscere i loro primi cugini allora numerosi. Ancora ben radicata è la discendenza del Giovan Giacomo Tadina, seppur con diverse ramificazioni.

Il viaggio

Il viaggio verso l’America era organizzato da agenzie internazionali. Ne è esempio quella della Società Generale Svizzera di Emigrazione “Corecco & Brivio Bodio”, agenti della Compagnia Generale Transatlantica della linea postale direttissima Le Havre-New York, che fu utilizzata dai succitati Gnuva Margherita e dal piccolo Carlo nel 1896 per raggiungere il capofamiglia Rocco Bonzani. Il viaggio avveniva per nave, con partenza da Genova (raggiunta in treno dopo il collegamento da Domodossola a Novara del 1888). Il viaggio da Genova durava dai venticinque ai trenta giorni a seconda degli scali. In precedenza c’era anche chi partiva da Le Havre in Francia (che si raggiungeva sempre in treno attraverso la Svizzera via Basilea e che consentiva una traversata più breve di una decina di giorni). L’arrivo era per tutti al porto di New York. I transatlantici utilizzati dagli emigranti erano la Gascogne, l’Aquitaine, la Normandie, la Lorraine, la Savoie, la Champagne, la Touraine, la Bourgogne, la S. Louis, la Philadelphia, la Chicago, la Ferdinando Palasciano (in seguito mutata in nave ospedale durante la guerra), la Colombo, l’America, la Giuseppe Verdi e il Conte Biancamano (il cui ponte di comando e altre parti si trovano al Museo della Scienza e Tecnica di Milano).

Il messaggio e la funzione sociale della Chiesa

Parrebbe fuori luogo una citazione del mondo ecclesiastico sul tema, ma così non lo è stato in passato come non lo è oggi. Lo dimostra nel “nostro piccolo” il Bollettino del Santuario di Re, che rappresentò già dalla sua nascita nel 1909 un riferimento seppur sintetico delle vicende valligiane, in quanto utile fonte di spunti e informazioni riferite a emigranti vigezzini recatisi in America. Non solo, ma, in modo neanche tanto sotteso, metteva in guardia chi affrontasse quest’avventura dai rischi e dalle conseguenze del lasciare la propria casa, la famiglia, il proprio mondo attratto da un miraggio di facili guadagni. Insomma, oltre alla questione morale, già era sottintesa un’analisi sociologica del fenomeno, resa ancor più cruda e realistica dalla conoscenza capillare che il mondo del Clero aveva dei “paesani” e delle loro tribolazioni quotidiane. A questa componente si aggiungeva parallelamente quella civile e burocratica “del Regno”, con le implicazioni politiche che non erano certo di secondaria importanza, in quanto molte zone d’Italia si andavano spopolando con considerevoli esodi verso l’estero di connazionali provenienti da varie regioni di tutto il paese. L’attenzione della Chiesa agli emigranti, a parte ove possibile l’aiuto nelle zone di “arrivo”, riguardava i villaggi di origine, particolare oggetto di cura. Questo in quanto memore delle prime ondate migratorie del ‘500 e secoli seguenti, dirette verso i paesi “oltre le Alpi”. Emigrazioni che erano particolarmente tenute sotto osservazione, temendo il pericolo che chi tornava potesse aver perso i fondamenti cristiani per assumere quelli protestanti dei luoghi dove aveva vissuto. Per questo negli archivi curiali si possono trovare nominativi (utili per una ricerca) di quanti si recarono all’estero, con indicazioni seppur sommarie dei luoghi e dei periodi della loro permanenza. Tornando però all’emigrazione oggetto di questo scritto, si riportano solo due esempi di “consigli” agli emigranti, tratti dal citato bollettino del Santuario di Re:

Così scriveva lo storico don Giovanni De Maurizi: “L’augurio nostro all’emigrazione transoceanica è che sia più ben preparata in patria e diretta con sagacia, come avviene nelle forti colonie inglesi e tedesche; e allora il lavoro sarà più redditizio e di vero benessere per la Valle Vigezzo, come già fu in passato l’emigrazione ne’ principali Stati d’Europa”.

Venne addirittura stilato nel 1914 un promemoria morale sotto forma di “Decalogo dell’emigrante vigezzino”, sempre pubblicato dai religiosi di Re:

1°- Ricordati che la patria tua è la conca vigezzina, profumata, dai suoi pini e dall’amore dei tuoi cari.
2°- Non nominare senza rispetto la terra dei tuoi avi: povera sì, ma civile, forte, nobile al pari e più delle regioni a te ospitali.
3°- Ti rammenta che il riposo festivo deve essere sollievo del corpo e dello spirito, e non gozzoviglia e dissipazione.
4°- Il padre e la madre tua, forse stretti dall’indigenza dagli acciacchi della vecchiaia, non dimenticare.
5°- Non uccidi la coscienza tua soffocandola nel lezzo del peccato, dell’indifferenza religiosa, o nell’applicazione dei principi religiosi imparati alla scuola dei tuoi cari.
6°- Non prostituire anima e corpo a sentimenti bassi e animali che ti condurranno precocemente alla tomba, derelitto e sfibrato!
7°- Non rubare al sonno e al riposo un tempo preziosissimo per darti all’ubriachezza e al gioco.
8°- Non abdicare i tuoi sentimenti religiosi per rispetto o basso lucro rinnegando vilmente la fede secolare dei tuoi padri!
9°- Non desiderare donna straniera, ma sposa di preferenza una vigezzina, l’amor tuo sia per la tua Sposa, per figli tuoi che pregano e lavorano nella speranza di rivederti presto sano e favorito da prospera fortuna.
10°- Non desiderare la patria che non è madre. Ricordati che è tuo dovere servire la patria, tenerne alta la sua bandiera, prendere parte a tutte le sue manifestazioni di gioia o di dolore.

Per chiudere questa breve (e incompleta) parentesi legata all’intervento del mondo religioso nel delicato e complesso fenomeno migratorio valligiano negli Stati Uniti d’America, va ricordato che quegli emigranti che colà si fermarono (non furono molti) tennero però sempre un contatto con la “loro” Madonna di Re. Infatti si abbonavano al “Bollettino mensile” per rimanere informati sì delle vicende valligiane, ma anche per non rompere quel legame con l’icona religiosa che li aveva segnati nella loro infanzia e giovinezza. Filo poi interrottosi nella quasi totalità dei casi con le nuove generazioni da essi discendenti.

Due aneddoti:

Giacinto Innocente Bonzani si recò in California tre volte. Rimasto vedovo con un figlio, si risposò ed ebbe numerosa prole. Tornava a Villette a fine autunno. Reclutava alcuni muratori (che data la stagione erano disoccupati) e li impiegava per i suoi scopi investendo così i sudati risparmi. La prima volta fece costruire una stalla in fondo alla frazione di Vallaro. L’anno dopo scese al piano sotto l’abitato vicino alla ferrovia vigezzina allora in costruzione, presso la futura stazione di Re e lì edificò l’abitazione già con criteri appresi in America. Infine l’ultimo anno, sempre nello stesso periodo, realizzò una stalla sulla riva del Melezzo. Edifici tuttora esistenti, pur avendo alcuni nel tempo cambiato proprietà. In piccolo aveva concretizzato una possibile attività di allevatore e contadino mutuando il mondo conosciuto in America, dove “i pascoli, le case e le stalle sono in pianura” e quindi più agevoli.

Cesare Pidò (figlio di Carlo già emigrato coi fratelli Bartolomeo e Francesco) andò in California diciottenne passando direttamente dalla Svizzera dove lavorava come scalpellino. Dichiarato disertore per l’Esercito, non tornò più al paese (avrebbe potuto ritornare impunemente solo dopo 40 anni, in pratica una vita). Lavorava col padre e gli zii che gestivano una fattoria. Quando il contrabbando di alcolici, a causa del proibizionismo, divenne redditizio, lui ci si dedicò senza remore alcune. Si era unito a una gang di siciliani che distillava whisky su un battello appositamente attrezzato, posto alla fonda fuori dalle acque territoriali di S. Francisco. Lui sbarcava nottetempo i barilotti di liquore con la complicità di alcuni allevatori di pecore che avevano sulla spiaggia una baracca rifugio.

Una mostra nel 2000 a Villette

Nell’estate del 2000 la Pro Loco di Villette allestì una mostra sull’emigrazione villettese negli USA, riuscendo a reperire alcune testimonianze di congiunti degli emigranti, che nel frattempo erano tutti scomparsi. Si intitolava “Villettesi in ’Merica”. Riscosse un certo successo, seppur realizzata con mezzi limitati. Alcuni discendenti dei Tadina, Bonzani e Pidò, prestarono alcune fotografie che diedero l’idea della vita oltre oceano di questi Villettesi di un secolo prima. Solo le immagini artefatte negli studi, scattate in giorni di festa, illudevano di una qualità di vita invidiabile, ma erano solo elaborazioni fotografiche. Quelle (poche) autentiche scattate nei ranch, svelavano una realtà che solo con la maturità e maggior conoscenza, si possono ora valutare per ciò che realmente furono. Infine la guerra e poi la crisi del ’29, con le loro conseguenze, misero la parola fine a quella parentesi storica legata al “miraggio americano”, che aveva interessato seppur in forma minima, anche il nostro villaggio.

Nella foto di copertina: I fratelli Tadina, i due seduti sono rimasti in California