“Venivamo tutte per mare” racconta la storia poco conosciuta di tante donne giapponesi che, nei primi anni del ‘900, partirono dal Giappone, dopo aver sposato la fotografia di uomini che non avevano mai visto. Julie Otsuka ci trasporta subito sulla nave che, partita dal Giappone arriverà in America. A bordo, in terza classe, ci sono centinaia di donne o meglio di ragazze molto giovani, addirittura qualcuna di 11 anni.
Donne che, provenienti da famiglie numerose e povere e da diverse parti del paese, dalla montagna o dalle città, tutte in cerca di una vita migliore, hanno sposato uno sconosciuto e sono partite per l’America. La scrittrice, invece di raccontare la storia di ognuna di loro o solo di alcune, sceglie di farle parlare tutte attraverso un “noi” corale.
Possiamo così sentire i vari momenti della loro vita, dal ricordo della loro casa e dei loro familiari al viaggio per mare: «Il profumo delle patate dolci arrostite all’inizio dell’autunno, i pic-nic nel boschetto di bambù, le ore passate a giocare a ombre e demoni nel cortile del tempio in rovina.»…«Sulla nave dormivamo giù di sotto, in terza classe, al buio e in mezzo al sudiciume. I nostri letti erano brandine di metallo accatastate una sopra l’altra, con materassi duri, sottili e scuriti dalle macchie di altri viaggi, altre vite…».
Durante il viaggio si conoscono meglio, fanno amicizia, si raccontano l’un l’altra il loro passato: un amore da dimenticare, una figlia lasciata alla madre, tanta fame, tanto lavoro nei campi e i sogni, i progetti basati sulle lettere e le foto inviate dai mariti. Nelle foto i futuri mariti sono belli e giovani, vestiti bene, davanti ad una bella casa, accanto ad una macchina.
L’arrivo in America è ben diverso da come lo avevano immaginato. Tutti quegli uomini in berretto di maglia e cappotto nero sdrucito che le aspettavano giù sul molo erano molto diversi dai bei giovanotti delle fotografie. Ma ormai erano in America e appartenevano ad uomini sconosciuti! Ognuna di loro affronterà la prima notte di nozze con terrore e la ricorderà sempre!
Dopo questa prova, comincia la loro vita. La maggior parte non ha una casa, ma vaga da un campo di lavoro all’altro e lavora la terra assieme al proprio marito: raccolgono le fragole, l’uva, le patate e terminata la stagione del raccolto, caricano la coperta sulle spalle e ripartono per un’altra destinazione. Non capivano gli Americani: «Perché urlavano sempre? Perché chiudevano tutte le porte con le serrature? Chi erano i loro dei?».
Non capivano quello che veniva loro detto e neppure i cavalli rispondevano ai loro ordini e così per prima cosa impareranno le parole di inglese equestre per far muovere i cavalli. Tutte lavoravano soffrendo, ma erano ammirate dai padroni – o boss, come veniva chiamato il capo- perché avevano la schiena forte e le mani agili, erano molto disciplinate e non si lamentavano mai. Lavoravano tutto il giorno e la notte sognavano il loro villaggio e la loro casa. Erano oggetto di attenzione da parte del boss o di qualcuno che voleva portarle in città per guadagnare sul loro corpo, oppure di qualche amico del marito.
Alcune lavoravano nelle grandi case delle principali città, dove grazie alle donne di famiglia imparavano le cose da sapere: come rifare il letto, come rispondere al telefono, come apparecchiare la tavola. «Non ci chiamavano con il nostro nome ma ci davano nuovi nomi: Helen, Margaret, Pearl e con il passare del tempo diventavamo le loro confidenti e mantenevamo i loro segreti oltre a crescere i loro figli».
Anche loro ebbero figli con parti più o meno difficili: «Partorimmo undici figli in quindici anni, ma solo sette sopravvissero; partorimmo sei maschi e tre femmine prima dei trent’anni…». I figli crebbero ai margini dei campi, dentro solchi e canali e ceste di vimini sotto gli alberi, ignorati completamente dai padri, che cominciarono ad interessarsi a loro quando furono in grado di lavorare.
Crebbero e cominciarono a frequentare la scuola e anche se si sentivano emarginati, impararono presto l’inglese e a poco a poco dimenticarono le vecchie parole che le madri avevano insegnato loro. Cambiarono i loro nomi, diventarono grandi e grossi, parlavano un inglese perfetto e criticavano le madri se le vedevano inchinarsi davanti al dio della cucina, ma erano sempre emarginati e, anche se non lo davano a vedere, ne soffrivano tanto, e sognavano una vita diversa da quella dei loro padri.
E poi…venne la guerra. Gli Stati Uniti, che in un primo tempo avevano cercato di tenersi fuori dal conflitto, dopo l’attacco dei Giapponesi alla flotta militare statunitense nel porto di Pearl Harbor, entrarono in guerra. «Le dicerie cominciarono a raggiungerci il secondo giorno di guerra. Si parlava di una lista. Di gente portata via nel cuore della notte».
Il presidente Roosevelt applica l’Alien Enemies Act e intere comunità di giapponesi vengono costrette ad abbandonare le loro case e le loro attività e vengono internati nei campi di lavoro come potenziali nemici. Di loro non si seppe più nulla e con il passare dei giorni e dei mesi ogni traccia del loro passaggio nelle terre e nelle case americane fu cancellato, come se non fossero mai passate da lì. «È passato un anno, e quasi ogni traccia dei giapponesi è scomparsa dalle nostre città».
J.Otsuka in questo libro, scritto in maniera essenziale e coinvolgente, ci fa conoscere la storia di migliaia di donne partite per cercare emancipazione e finite nell’oblio della Storia.

Julie Otsuka
Venivamo tutte per mare
Bollati Boringhieri
2012
Julie Otsuka è nata in California e si è laureata in belle Arti alla Yale University. È anche pittrice. Oggi vive e lavora a New York e con questo romanzo, giudicato dalla critica un capolavoro, ha vinto diversi premi.
Il testo è stato messo in scena da Cristina Crippa e Elio De Capitani ed ha debuttato al Teatro Elfo Puccini di Milano nel mese di dicembre. Nella rappresentazione i racconti delle donne sono immersi in un universo di immagini che ne allarga la prospettiva.