Le guerre rompono, distruggono e separano. Fermano il tempo in un infinito presente in cui sopravvivere è d’obbligo… e tutto il resto viene dopo.
Le guerre cercano di svilire gli animi, annientare le identità ed ingigantire le differenze tra noi e gli altri: “E mentre marciavi con l’anima in spalle, vedesti un uomo in fondo alla valle, che aveva il tuo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore”.
Le guerre lacerano. Non solo le carni. Restano ferite invisibili nell’anima e nei cuori. Tutto accade in pochi secondi ma resta nell’anima per anni, cambia il corso delle storie di intere famiglie, tribù, villaggi e nazioni.
Le guerre cambiano il modo di vivere le relazioni umane: dalla fiducia e dalla speranza alla diffidenza e all’odio.
Per questo qualsiasi guerra è disumana e disumanizzante: spezza i legami tra le persone. Distrugge ciò che ci rende umani: la connessione interpersonale, l’empatia e la comprensione reciproca.
Ma dunque, cosa ci fanno degli psicologi in zone di guerra? Cosa possono sperare di fare? Togliamo “fare” e teniamo “sperare”. Imparare a sperare insieme, giorno dopo giorno, si può, per ricominciare a vivere.
Gino Strada diceva: «Ogni guerra ha una costante: il 90% delle vittime sono civili, persone che non hanno mai imbracciato un fucile. Che non sanno neanche perché gli arriva in testa una bomba». Quando vivevo e lavoravo in Italia, leggevo queste parole, sentivo le notizie alla radio e ai telegiornali e mi sembrava tutto distante. Distante da me, dalla mia famiglia e dal mio spazio di vita. Anche se i miei nonni avevano vissuto l’orrore di due guerre mondiali, e mi raccontavano, ogni tanto, mi sembrava tutta una storia passata, quasi un vecchio film in bianco e nero.
Finché ho deciso di partire. Ho deciso che volevo vedere con i miei occhi e toccare con mano quello che succedeva in altre parti del mondo. Ho deciso che non era possibile restare qui, in Italia, fermi ad ascoltare o ad aspettare che qualcun altro decidesse per noi, a sperare che plasmasse il mondo come lo volevamo noi. Sentivo di voler vedere, vivere, capire come si stava in altre parti del mondo… e provare a farci qualcosa.
Ed è così che, nel 2017 è iniziata la mia avventura nella cooperazione internazionale, con uno zaino pieno di sogni, energie, speranze e curiosità. Come ci dicevano i professori del master ISPI, sono partita con mente e cuore aperti.
Ed è così che sono arrivata in Giordania nel 2019, e ho visitato con un’unità medica mobile le tende dei campi informali dei profughi siriani, rifugiati da una guerra che li aveva costretti a fuggire. Esseri umani tirati nel deserto, lasciati lì, ai margini, a sopravvivere di aria e polvere. Esseri umani che mi hanno sempre accolta con un chai (tè) bollente e grande rispetto. Bambini che nascevano e crescevano tra fango e sabbia, trascinandosi a fatica in questa vita.
Qui ho capito per la prima volta che ciò che i nostri politici urlavano a gran voce come “emergenza immigrati” in Italia era ciò che volevano farci credere o ciò che i loro occhi miopi vedevano, soffermandosi solo sul punto di vista del mondo occidentale, pieno di risorse sottratte e benessere conquistato a discapito di qualcun altro… e che ora rappresenta un problema. Perché i paesi con il maggior numero di profughi pro-capite erano, allora, il Libano e la Giordania[1].
E se loro accolgono, perché noi non possiamo? Qui ho imparato che gli spazi sono relativi, che un chilo di pane può fare la differenza e che l’acqua dolce e pulita è il bene più prezioso che abbiamo. Qui ho iniziato a studiare l’arabo, perché non accettavo di vedere le emozioni sui volti senza capire cosa mi dicessero le persone, ed ho imparato che poche parole, al momento giusto sono meglio di tanti discorsi.
E un pezzetto del mio cuore e della mia anima sono rimasti là, tra quelle tende e i tramonti con il sole gigante.
E poi sono ripartita e sono stata in Etiopia nel 2020-2021, dove, dopo pochi mesi, è scoppiata una guerra civile interna nel Nord del Paese i cui strascichi ancora si fanno sentire, anche se ormai non fa quasi più notizia. Un conflitto che ha visto usare la violenza sessuale, specialmente nei confronti di donne e bambine come arma di guerra (come succede sempre d’altronde) e che lascerà ferite profonde per le generazioni a venire. E un altro pezzetto di cuore è rimasto là, tra le chiese scavate nella terra e l’ombra dei falsi banani. Qui ho imparato che stringersi le mani è uno dei gesti di solidarietà più semplici e potenti. Mi sono fatta letteralmente imboccare [2] e ho condiviso cibi improbabili ma gustosissimi. Ho imparato che alla mia età si poteva essere già vecchissime, con molti figli e pochi sogni. Ho ringraziato di avere la possibilità di averne tanti, io, di sogni.
E poi sono ripartita e sono arrivata in Iraq, nel giugno del 2021, dove ho visto per la prima volta gli effetti di bombardamenti e di conflitti che si sono avvicendati per circa quarant’anni.
Ho imparato che una delle cose che consideravo più solide al mondo (il cemento) si scioglie e si piega come burro fuso sotto le bombe. Ho convissuto con il dramma delle famiglie Yazide in Sinjar, specialmente delle donne, svuotate della loro dignità e senza più lacrime.
Ho imparato che sedersi insieme, per terra, a condividere cose assurde ma successe a tutta la comunità unisce le persone e cementifica i legami, rende narrabile l’orrore. Rende solido ciò che è invisibile. Ricordo le parole di una donna, sopravvissuta alla schiavitù di ISIS che, dopo aver partecipato alle sessioni del gruppo di supporto con altre donne, mi disse: «Prima eravamo amiche, ora siamo famiglia».
Qui ho imparato come riconnettere e ricucire dei legami di un tessuto che sembrava a brandelli, ma che, con pazienza e dedizione, tornava ad avere la forma di una comunità con sogni e speranze.
In Iraq ho toccato con mano il significato di trasmissione intergenerazionale del trauma e del trauma collettivo (parolone sui libri di psicologia) che qui si traducevano in tradizioni spezzate e perse, famiglie distrutte e comunità che non sapevano più da dove cominciare per ricostruirsi.
Sono rimasta due anni e mezzo in Iraq, o meglio 3 estati, e ho conosciuto le persone più accoglienti di sempre, sia a Nord che a Sud. Mi hanno insegnato che la pace della mente (راحة البال) è ciò che si traduce in pace concreta, e che senza di quella si rischia di tramandare solo rabbia, odio e sofferenza… e tanta distanza.
Qui per la prima volta ho conosciuto il dramma di madri, mogli e sorelle che aspettano da quarant’anni di avere notizie dei propri cari dispersi in guerra. Donne che convivono con ciò che è stata studiata come perdita ambigua, che vivono in un limbo senza sapere cosa sia successo ai loro familiari. Donne che si disperano e sperano, ancora, giorno dopo giorno, di poter almeno dare una degna sepoltura al corpo del loro amato. Qui è cresciuta la gratitudine verso la mia di vita e la mia di storia, che mi hanno insegnato a sperare con loro, a non mollare mai e ho imparato come si fa a vivere giorno dopo giorno con un fardello che avvolge il cuore.
E poi, a dicembre del 2023 sono stata catapultata in Israele e Palestina, per coordinare il team di psicologhe che era a Gaza e per capire che cosa si potesse fare durante l’ultima crisi. Non mi dilungherò sugli orrori di un conflitto che è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti, senza che quasi nessun politico abbia davvero il coraggio di prendere una posizione forte per farlo cessare, poiché non sono né una politica, né un’esperta di relazioni internazionali.
Ciò che vorrei riportare è lo sgomento che ho provato nel sentire la mia collega psicologa che stava perdendo tutto dirmi: «Poter stare vicina alle famiglie che soffrono e poter dedicare loro il mio tempo e cure è ciò che ancora mi tiene in vita. Sono come una fenice che rinasce dalle sue ceneri. Tutto ciò che avevo e che era è ridotto in cenere, ma io troverò ancora un senso finché potrò aiutare il mio popolo».
Ovviamente non sono mancati i momenti di sconforto e disperazione profonda, in cui tutto sembrava non avere un senso. Le telefonate in cui ogni pochi minuti sentivo cadere una bomba vicino ai miei colleghi e tremavo… non sapendo se la prossima li avrebbe colpiti. Le ambulanze in fiamme e le persone uccise a colpi di fucile mentre andavano a cercare cibo o acqua, o cure mediche. Ricordo di aver chiesto alle mie colleghe psicologhe come potevo essere utile, stando dietro ad un apparecchio telefonico che manco prendeva bene… e loro che mi hanno risposto: «Ci basta che tu ci sia quando chiamiamo, che tu ci ascolti e che puoi sopportare i nostri sfoghi…che sentiamo che a qualcuno, dall’altro lato, ancora importa ed ha ancora voglia di ascoltare». E mentre stavo in ufficio a Tel Aviv, con le colleghe israeliane, le ho messe in vivavoce… e ricordo ancora le facce delle mie colleghe, le lacrime e l’incredulità. Ho visto gocce di empatia, al di là delle propagande e delle nazioni, che si trasmettevano durante quelle chiamate, in cui eravamo solo ed unicamente cinque donne che volevano fare qualcosa, unite da un obiettivo comune e non da bandiere o divise.
Qui il mio cuore si è fermato, e una parte non è mai ripartito. Ciò che è successo e sta succedendo a Gaza è semplicemente inumano ed inaccettabile. Ho passato il Natale ed il Capodanno con la sensazione che non ci fosse nulla da celebrare. Che questa volta il mondo avesse veramente esagerato, e che sicuramente qualcuno sarebbe intervenuto per fermare quell’orrore. Con mio grande sgomento, ciò non è successo. L’umanità è rimasta là, sepolta da qualche parte, sotto le macerie.



E poi nel febbraio del 2024 sono arrivata, dopo due aerei e molti treni a Kharkiv, in Ucraina, dove sono rimasta per un anno e mezzo. Qui, per la prima volta, ho vissuto e lavorato in un contesto di conflitto internazionale attivo, che in parole povere significa che ho capito cosa si prova a sentire ogni notte i droni che volano tra i palazzi non sapendo dove si schianteranno. Ho imparato a distinguere il suono di una bomba che esplode in cielo perché intercettata dalla contraerea da quello di una che esplode a terra… Non si finisce mai davvero di imparare!
Con il meraviglioso team di psicologhe e psicologi ucraini con cui ho avuto l’onore di lavorare abbiamo organizzato gruppi di supporto per i familiari dei dispersi in guerra e dei prigionieri. E di nuovo ho visto che non solo sono prevalentemente i civili a pagare il prezzo dei conflitti, ma specialmente le donne. Chi resta a casa ad aspettare e sperare con tutta sé stessa che suo figlio, marito, fratello sia ancora vivo, possa mangiare e abbia di che coprirsi durante i lunghi mesi del gelido inverno ucraino.
Qui ho imparato anche che le luci di una città in guerra si spengono la sera, e ho ammirato i cieli stellati, illuminati dai fuochi e laser degli incrociatori… sentendomi come in uno strano videogioco in cui però senti gli odori che ti fanno drizzare i peli sulle braccia.
Ho imparato che l’essere umano può resistere a tutto, se circondato da persone che sorreggono, tranne che alla mancanza di speranza e alla prospettiva che un futuro migliore possa arrivare. Ho visto bambini che tranquillizzavano gli adulti dicendo: «Mamma, è solo il rumore di un drone che è esploso…», come se fosse la cosa più naturale del mondo… finché non toccherà a te.
Ho dovuto gestire lo stress e l’angoscia di non sapere se dopo l’ennesimo bombardamento i miei colleghi – che diventano, inevitabilmente, come una famiglia – fossero tutti vivi, o dove sarebbe caduto il prossimo maledetto drone o missile. Ho dovuto fare i conti con il fatto che 16 secondi [3] non siano un tempo sufficiente per mettersi al riparo dalle bombe lanciate da Belgorod, e a volte nemmeno per scendere dal letto durante la notte.
A Kharkiv ho imparato che la vita trova sempre una via per riemergere, che l’arte, la musica e il teatro non si fermano in tempo di guerra, ma assumono un’importanza fondamentale per chi vive tutti i giorni in questo clima di incertezza: sono un potente mezzo per sfogare le proprie emozioni. Ti danno la scusa per piangere e ridere a crepapelle, per ballare finché non fanno male i piedi… per buttare fuori tutto senza dover spiegare agli altri niente, perché a guardarsi si capisce subito che dentro si sta attraversando tutti lo stesso inferno.
Ho imparato ad abbracciarci in ufficio al mattino e alla sera e alla fine dei gruppi di supporto, perché… non c’è veramente un perché, ma solo per farci sentire che ci siamo, ancora… e siamo lì, gli uni per gli altri.
E purtroppo, ho dovuto imparare a gestire la mia vita personale e le crisi familiari a distanza, chiedendomi con sempre maggiore forza: ma io dovrei essere qui o là?
Ed infine, questa domanda mi ha portato a capire che era arrivato il tempo di prendersi una pausa dai fronti di guerre lontane, per occuparmi delle guerre interne… perché una psicologa che non sa prendersi cura di sé e di chi ama, non può di certo prendersi cura degli altri.
E dunque eccomi qui, a Trasquera, dove ho scelto di stabilirmi e di riaprire tutte le mie valigie forse per la quattordicesima volta… ma questa volta in modo un po’ più stabile. Una nuova avventura che inizia, la “missione Italia” come la chiamo io, dove sto imparando che di gente che combatte guerre silenziose ce n’è, eccome. Ecco, ora scelgo di occuparmi di questi conflitti, perché ciò che sinceramente non tollero più è che pochi che generalmente detengono potere economico e decisionale e vivono tanto lontano al sicuro nelle loro case, si arroghino il diritto di decidere il destino di molti, di trasformare le loro case, le loro vite e i loro sogni in cumuli di macerie, lavandosi poi le mani, a volte, finanziando progetti di cooperazione internazionale che cercano di raccogliere disperatamente i cocci di un vaso che viene continuamente rotto. Basta. Per ora preferisco potermi occupare di progetti più piccoli, ma più a misura d’uomo e di donna. Per restare umana, sempre e comunque.
[1] La situazione è cambiata molto negli ultimi anni, ma i dati sui rifugiati e sfollati interni sono sempre stati accessibili sui siti delle agenzie delle Nazioni Unite: https://www.unhcr.org/refugee-statistics. Per farsi un’idea, al momento Colombia, Germania, Turchia, Uganda e Iran ospitano circa un terzo dei rifugiati e delle persone bisognose di protezione internazionale presenti nel mondo, cioè 11.5 milioni di persone, mentre l’Italia nel 2024 ospitava solo 490 mila persone.
[2] Il gursha è una bellissima tradizione culturale dell’Etiopia e dell’Eritrea in cui una persona imbocca un’altra persona con le proprie mani, in segno di rispetto, accoglienza, amore e fiducia.
[3]È il tempo che un missile lanciato da Belgorod ci impiega ad atterrare a Kharkiv, che si trova in Est Ucraina.