Alla colla provvedeva mia madre. Un cucchiaio di farina, buttato in poca acqua bollente, diventava una poltiglia gommosa. Soprattutto appiccicosa. La conservavo in una scatoletta del tonno, sul davanzale della finestra che guardava la valle, perché non facesse la muffa.
Non avevamo il frigorifero.
Io pensavo alle figurine, a come procurarle senza passare dal cartolaio in cima alla strada. Ogni anno una serie nuova: immagini di volti, luoghi, animali che aiutavano a cavalcare la fantasia. Per prepararsi alla fuga, dal buio del paese.
L’album te lo regalavano. Bastava presentarsi con l’intenzione di una nuova collezione e lo portavi via.
Avevo una certa abilità nel giocare a muro. Uno di quegli svaghi da poter vivere nella strada, la casa di tutti. Il campo di gioco stava sotto i portici, coperto in caso di pioggia e, non a caso, davanti ad una drogheria che vendeva di tutto. Capitava che qualcuno, tra i clienti, incuriosito e divertito dal vociare di una partita, allungasse un venti lire per qualche gommone di liquirizia. Di quelli che, una volta in bocca, duravano almeno un’ora e mezza. Se li succhiavi piano. In palio, figurine. Ne poggiavi una alla riga, segnata in alto tra le fughe dei mattoni, e la mollavi. Di volteggio in volteggio, toccava terra. Liberata con una certa malizia non cadeva a caso, ma sopra una, o più, di quelle già a terra lanciate dai compagni. Ero un gallo, tanto in gamba da poter cominciare una raccolta coi proventi delle vincite e, per di più, scelti: puntavo solo a quelle della serie “I grandi della storia”.
Tra vincite e scambi non ci volle molto ad incollare quasi tutti quei frammenti di vite e vicende passate. Per lo più, sconosciute: dalla preistoria, traversando l’antica Roma, per arrivare all’ epoca moderna. Piccole finestre aperte sull’uomo e le sue vicende. Sguardi curiosi, lanciati oltre la stretta curva che chiudeva il paese tra lago e montagna. Per viaggiare lontano. Un giro del mondo tra guerre, scoperte, epidemie, invenzioni. Il tutto in piccole stampe a colori, con spiegone e numero di serie messi dietro.
Nonostante le cento e più incollate, ne tenevo da parte una, libera. Amavo averla per le mani.
Era l’immagine di una montagna. Non di quelle famigliari che avevo attorno o, piuttosto, che immaginavo di scalare sui libri della biblioteca, ma un massiccio roccioso che, al posto di vette o creste affilate, aveva quattro bei faccioni che mi guardavano. A stupore e meraviglia per quegli occhi tutti addosso, si aggiunse incredulità: cosa ci faceva il mio bisnonno insieme a quei tre? Sì, era così. Uno di quei testoni aveva tutti i tratti del suo viso. Sopracciglia aggrottate e folte, baffi generosi, stesso naso importante, sguardo severo, bocca decisa e gli occhialini. Era quello più dietro, quasi un po’ nascosto.
Lo sapevo nato in Francia da genitori fuggiti alla miseria della Cannobina. Ma che fosse finito anche in America non ne avevo notizia.
La didascalia sul retro aiutava poco: Monte Rushmore, America.
Il rettangolino, dove andava appiccicata sull’album, qualche informazione in più pareva offrirla. Capire che la montagna, all’inizio del mondo, non fosse nata coi quattro capoccioni era già una bella tranquillità.
Che fossero i ritratti di quattro presidenti aggiunse un po’ di confusione: perché il parentame aveva taciuto sul bisnonno presidente americano? Cominciavo a gasarmi. Scoprire che chiamassero Roosevelt il mio quarto di montagna presidenziale non mi turbò più che tanto. Non conoscevo ancora le equazioni, ma credendo di aver già imparato a fare uno più uno nella matematica della vita, in un attimo trovai la soluzione: se la mia bisnonna aveva il soprannome di sturnela, con ogni probabilità al bisnonno, in America, avevano affibbiato quello di Roosevelt.
Per anni custodii quel segreto con la tenerezza che si deve ad una illusione innocente nata in un cuore bambino. Tanto prezioso che, piano piano, sulle note di Sidney Bechet e di Bob Dylan l’America divenne il sogno da vivere, il mito in cui riconoscersi.
Non durò a lungo.
Il Vietnam prima e le pesanti ingerenze americane spensero quell’attrazione e dell’America rimase solo cenere. Quella delle bandiere che bruciavamo nelle piazze calde di Milano. “Kissinger boia” era il grido. Una certezza, che sapeva di giuramento, andava nascendo: mai avrei messo piede in quella terra che puzzava di violenza e prevaricazione.
Restavano Martin Luther King e i miti della musica. Tutti disobbedienti civili.
La strada scompare e riappare tra le pieghe del canyon. Il rosso delle rocce, nel chiarore di un’alba che appare precoce, ha trascinato ricordi che credevo scomparsi. Da qualche giorno comincio a sentirmi tutt’uno col pickup, preso a nolo giù in città, come con un cavallo docile e fidato. Guidato dalle carte di un atlante stradale vecchio e piuttosto approssimativo, dopo una curva che non pensavo essere l’ultima, mi ritrovo nel mezzo di una spianata dove tre elicotteri sembrano aspettare, ancora assonnati, l’arrivo del sole. Tutto è in silenzio. L’erba alta e secca ai bordi della pista è ferma, immobile: addormentata anche lei. Godo quella calma e il fruscio dei miei passi che, d’un tratto, diventa più forte e pare raddoppiare. Dall’angolo dell’hangar ancora al buio, Andrew, l’artefice di questo nido d’ aquile chiuso tra gole e strapiombi, mi viene incontro. Dice che ci aspetta una giornata di sereno e di luce splendida: ideale per le immagini che dovrò scattare a lui e ai suoi cavalli volanti. Decidiamo che quello rosso sia il più fotogenico. In un cielo che è un mare blu contrasterà alla grande. Anche Andrew fa un bel contrasto. Me lo immaginavo agghindato alla top gun degli elicotteri, invece è il ritratto del cow boy. Cappellone Stetson da pistolero, camicia a quadri bianchi e neri come andasse ad un rodeo, jeans logori sulle cosce e infilati in stivali orfani degli speroni. Ritrovarmi in un fotogramma di Apocalypse Now è stato un attimo: il pilota pazzo, tenente colonnello Bill Kilgore, è lì con me. Ce l’ho davanti.
Mentre prendo posto su quello che sembra il cucciolo delle altre due aquile, arriva Steve, giovane pilota. Deve accumulare ore di volo per passare di grado. Uno che vola a cottimo. Il nostro mezzo è un po’ una miniatura, ricorda la mia vecchia 500 anche se non ha i sedili ribaltabili. D’istinto guardo in basso, vicino alla cloche, per cercare le due leve che tiravo per accenderla: una era l’aria e l’altra l’avviamento. La partenza a bomba, con ritorno in bocca del Donuts al cioccolato preso a colazione, basta per rimettermi a posto coi pensieri: sono in volo su un elicottero. Il pilota, desideroso che fossi del tutto a mio agio, mi illustra il suo curriculum e, per dimostrare la sua passione per il volo acrobatico, comincia a volteggiare attorno a quello di Andrew che, intanto, si è messo in favore di luce.
Manovre audaci per foto mozzafiato.
Di lì a poco, tra un volo radente e qualche affiancamento per immagini di tre quarti, la voce di Andrew gracchia alla radio: “abbiamo ancora carburante per un viaggetto di mezz’ora e relativo ritorno. Via! Andiamo verso le Black Hills”. Non capisco la deviazione ma mi adeguo, non c’è il campanello per le fermate a richiesta… Immagino voglia esagerare col dare fascino alle immagini cercando atmosfere old style, con vista sulle montagne di Tex Willer.Volati dieci minuti tra le pareti di un canyon in un controluce accecante e fatta una virata stretta per sfuggire al bagliore del sole, vedo l’elicottero rosso di Andrew spiaccicato su un panorama che mi toglie il fiato. Scatto, scatto a ripetizione preso dall’emozione di quello che sta oltre il vetro della carlinga. Non sono più seduto e imbragato al fianco di Steve, il mio temerario pilota, ma al tavolo della cucina di quando ero bambino davanti all’album delle figurine.
Tra le mani, quella che mi faceva sognare: il Monte Rushmore.
E intanto volo. Viaggio per il cielo dei ricordi quando, tornato coi piedi per terra (si fa per dire), realizzo di volteggiare davvero davanti a quei faccioni. Sto dentro quella figurina e faccio i conti col poco che l’immaginazione di un bambino aveva lasciato.
Tutto torna. La barba di Lincoln, lo sguardo severo di Washington, il sorriso fiducioso di Jefferson e gli occhialini di Roosevelt.
Strano davvero il soprannome che han voluto dare al mio bisnonno!!