Quattro anni di repliche in Italia e in Svizzera, migliaia di cuori commossi: ecco un coinvolgente teatro popolare che affascina grandi e piccini attraverso i racconti, i pochi oggetti che diventano mille cose, i canti tradizionali, la fisarmonica, la festa. E, come in un piccolo presepe, la nascita di un bambino porta la pace in tutti i cuori.
“Fà la nuna pupìn de cuna…”
Così comincia lo spettacolo Un bacio tra due terre, con una ninna nanna. È un canto tradizionale delle montagne lombarde, che un tempo si cantava persino a Milano. Le mamme prendevano in braccio i loro bambini e li accompagnavano nel sonno.
Nella mia esperienza di attrice, ricercatrice e mamma, le ninne nanne sono universali: nelle mie fiabe ho cantato ninne nanne brasiliane, tzigane, dalle Mille e una Notte e le mie bambine mi chiedevano alla sera:
“Mamma, stasera ci canti la ninna nanna di Clarita… o quella di Shahrazad…?” e si addormentavano.
Come dire: i bambini sono angeli e non sentono ostilità nelle differenze, anzi, interesse, curiosità e possibilità di scelta. Potrebbero chiudere gli occhi e cadere nelle braccia di Morfeo con un canto senegalese, colombiano, svedese, australiano, indiano…
Le note dal cuore che una mamma canta per cullare il suo piccolo non hanno colore né etnia, ma vibrano tutte nel dolce dondolio che porta al sonno: “Mamma, stasera mi canti «Fà la nuna pupìn de cuna»?”
Una sera, dopo una replica del mio spettacolo “ContAr Violeta Parra”, in cui raccontavo la vita di questa straordinaria artista che tutta sola girò il Cile a raccogliere canzoni popolari da cantare successivamente a modo suo, mi venne incontro Paola Cornaghi, una delle organizzatrici del Piccolo Festival dei Mutevoli Confini. Paola mi spiegò che si trattava di un festival che, da qualche estate, si teneva in vari luoghi della Valle Veddasca, sopra il Lago Maggiore.
Era il 2017. Mi fu proposto di diventare una sorta di Violeta Parra in giro per la valle, a raccogliere storie per poi raccontarle con la mia arte teatrale. L’idea mi piacque molto e, visto che quell’anno il festival si sarebbe svolto a Lozzo, mi ci recai per incontrare e ascoltare la gente del posto. Fu magico sentire i racconti di queste persone e, in particolare, il fiorire di storie di donne, radici della comunità della montagna, portatrici di memorie, pesi e segreti, tutti da raccontare. Ne nacque la performance Son le donne che han fatto Lozzo, in cui mi sono soffermata in particolare a mettere in scena le donne che con braccia, schiena, fatica e sudore trasportavano a Lozzo, con le loro pesantissime gerle, le pietre per costruire le loro case, scendendo e risalendo da una parte all’altra il sentiero della montagna.
L’anno dopo, altro paese, altre storie: fu la volta di Curiglia, piccolo paese sul confine con la Svizzera. Arrivare in quella piazza e incontrare persone che incominciavano a parlarmi del confine, fu tutt’uno.
E così, tra mille aneddoti, ecco arrivare la storia dello spirito maledetto della Maria Teresa, straziato durante le tempeste, a cui furono inflitte pene inenarrabili.
Ma chi era Maria Teresa? E cosa era successo?
Feci una breve ricerca e scoprii che nel 1752 l’imperatrice Maria Teresa d’Austria firmò il Trattato di Varese, che definiva il confine politico tra Italia e Svizzera, secondo determinati criteri di distribuzione della terra.
Questi criteri non piacquero per nulla agli italiani, che si sentirono derubati di ettari di pascoli e che da quel momento colmi di acredine maledissero, appunto, l’imperatrice e il suo spirito. In effetti, se è vero che possiamo dire che confine è un concetto umano che in natura non c’è, è anche vero che esistono delle separazioni naturali che potrebbero rendere comprensibile il fatto di tracciare una linea: per esempio la cima di una montagna, di cui un versante appartiene a una valle e quello opposto a un’altra.
E com’era la situazione prima del trattato di Varese?
Un versante del Monte Tamaro era terra degli italiani e l’altro versante, terra svizzera: “Da quella parte c’è la Valle del Vedeggio e di là ci sono gli svizzeri. Da questa parte c’è la valle Veddasca e di qua ci siamo noi italiani. E invece no! La Maria Teresa ha tracciato una bella riga un bel toc più in gioeu!”
Insomma, il confine venne spostato di duecento metri sotto la cresta della montagna, a discapito degli italiani che, a suo tempo, incominciarono vere e proprie lotte: ruberie, sgarbi, dispetti, spostamenti notturni dei cippi e, soprattutto, niente matrimoni misti.
Che tristezza! Che ingiustizia!
Ma l’amore, si sa, è più forte di ogni pregiudizio e, così, nello spettacolo scelsi di mettere in scena un amore contrastato dalle famiglie, ma così potente da chiamare in causa addirittura lo spirito dell’imperatrice Maria Teresa che, come dea ex machina, arriva a far ragionare i genitori contrari all’unione e a provocare un cambio di prospettiva: e se provassimo a non vedere più il confine come un taglio severo e definitivo, ma come un bacio tra due terre? Cosa succederebbe? Cosa potrebbe succedere ai nostri protagonisti, l’italiana Maria e lo svizzero Guglielmo, innamoratissimi e desiderosi di formare una famiglia insieme?
Nella performance di Curiglia, rappresentata anche con le note della giovane violista Alice Daverio, su un delizioso terrazzo che dava sulla vallata, dopo litigi e rimostranze, la visione del confine come un bacio tra due terre veniva accolta a piene mani dalla popolazione, generando mille baci, matrimoni e nascite.
E nella realtà? Nella nostra realtà, cosa succede?
Quali sbarramenti mettiamo perché l’altro non varchi le nostre soglie?
Quali muri costruiamo?
Quante guerre combattiamo per avere metri di terra in più o per cancellare chi sta dall’altra parte?
“Il confine è un bel taglio. Loro stanno di là e noi stiamo di qua!” Ecco, queste sono le parole di un personaggio, ma quanti di noi ancora oggi la pensano in questo modo? E se non fosse così? Se ci fosse anche un’alternativa?
La performance di Curiglia e, in generale, l’esperienza così umana e ricca del festival mi toccò profondamente: mi resi conto che la rappresentazione del confine non più come una separazione, ma come un bacio, era un piccolo tesoro pulsante, colmo di significato, che volevo continuare a donare. Sentii la necessità di mettere in scena uno spettacolo vero e proprio, che, considerato il messaggio, potessi rappresentare ovunque.
Unii le due storie e dopo diversi approdi finalmente nacque “Un bacio tra due terre. Storie di donne e di confine”, cui si aggiunse Eleonora Rapone ad accompagnarmi con la musica popolare allegra e nostalgica del suo meraviglioso organetto diatonico. Era il 2022 e debuttammo al festival Il paese dei raccontatori di Mariano Comense. Il pubblico, commosso e partecipe, ci fece capire che eravamo sulla strada giusta.
Nella mia concezione di teatro, mi piace portare un messaggio di pace autentica, di accoglienza concreta, di possibilità di apertura al forestiero perché è uomo con una storia da raccontare, perché può arricchire la mia terra, può portare nuova linfa, nuove prospettive e nuove vite. Per raggiungere questo scopo, ho scelto di mettere in scena “Un bacio tra due terre. Storie di donne e di confine” con lo stile del teatro popolare, quello dei cortili, delle piazze, dei teatri o, tanto tempo fa, della corte del re. Ossia un teatro tout public, che parli a tutti, con un linguaggio che mira al cuore, semplice e intenso, lineare e profondo, che emoziona e suscita nostalgia e passione. Eppure, desidero anche che il pubblico si immedesimi in chi subisce ingiustamente i pregiudizi di chiusura e che arrivi a percepire che i valori universali sono da anteporre a quelli prettamente individuali, acquisendo una prospettiva più consapevole, di apertura e accoglienza, dove l’amore vince, deve vincere, è giusto che sia così.
Ecco, il confine, forse, può essere visto in molti modi: un termine oltre il quale non si può andare oppure una sfida da superare; una netta separazione oppure un punto di incontro di due realtà, un bacio, appunto.






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