Trent’anni di Provincia del Verbano Cusio Ossola
Attese, propositi, successi e delusioni nel bilancio di tre sindaci
Roberto Negroni
contributi di M.A. Mellano, M. Marinello e C. Zanotti
Trent’anni fa, con le elezioni amministrative dell’aprile 1995, nasceva la Provincia del Verbano Cusio Ossola[1], una delle tre sole province qualificate montane dell’intero arco alpino[2]. Un periodo di vita ormai ragguardevole, che permette qualche ragionamento, qualche valutazione. Un’istituzione a lungo auspicata e invocata per rispondere a bisogni di programmazione locale che la Provincia madre stentava a garantire a questa parte settentrionale del territorio, allora nota come Alto Novarese, anche per la complessa e proteiforme conformazione territoriale, estesa dalla bassa terra delle risaie alla corona delle Alpi Lepontine.
La rilevanza dei pressanti bisogni di programmazione per una gestione di servizi di impatto sovracomunale, in un territorio ad alta frammentazione amministrativa, è testimoniata dalle precoci iniziative di aggregazioni territoriali nell’area Verbano-Cusio, quali il Consorzio per lo Sviluppo del Basso Toce, istituito nel 1971 tra i Comuni di Verbania, Omegna, Gravellona e Baveno, e poi dal Comprensorio del Basso Toce decretato dalla Regione nel 1975.
Nell’area ossolana, a fronte di analoghi bisogni, è prevalso un diverso orientamento, di ispirazione movimentista più che istituzionale che ha portato alla nascita nel 1977 dell’UOPA[3], finalizzato alla costituzione per la sola area montana ossolana e alto cannobina di una Regione autonoma a statuto speciale, sul modello valdostano. Un’impostazione di ispirazione separatista, lontana da quella praticata nelle due aree contigue, che, se per un verso fieramente accampava la radicata identità ossolana, per un altro, dava vita a un percorso platealmente divergente da quello dell’area lacustre con esigue probabilità di successo.
Andavano così profilandosi, anche nelle procedure, differenti orientamenti, che avrebbero gravato il percorso del nuovo ente provinciale di estenuanti contrasti, che un clima politico sempre più deteriorato non ha poi saputo o voluto comporre, lasciando in balia di mutevoli venti, forieri di inconcludenza, questioni pubbliche di vitale importanza.
Giulio Cesare Rattazzi[4], che fu una delle menti politiche più aperte e più acute di questo territorio, già nel 1976 scriveva: «L’attaccamento ai municipi in Italia è sempre stato un valore che, ancora oggi (…) fa sentire l’autonomismo locale come elemento di libertà civile e soddisfacimento delle esigenze particolari. Ma quando si trasforma in municipalismo deteriore, chiuso persino alle esigenze dell’efficienza amministrativa, allora diventa un errore pericoloso, normalmente non svincolato da fenomeni clientelari o da interessi particolaristici, palesi o reconditi, e si cade in quel fenomeno che Gramsci chiamava “barbarie municipalistica”»[5].
Trenta anni fa è stata istituita la Provincia del V.C.O. Possiamo ricordare, festeggiare sarebbe troppo, l’anniversario di una grande occasione perduta e purtroppo non l’unica.
Io ricordo con quanto entusiasmo fu accolta allora la notizia da molti amministratori locali, che erano convinti, per fondati motivi e in virtù di ragionamenti ineccepibili, che l’autonomia rispetto al novarese avrebbe consentito, oltre che un migliore utilizzo delle risorse, anche la possibilità, per questo territorio da sempre marginale, di sviluppare progetti diversi e originali, che potessero essere motivo di crescita e di integrazione per tutto il territorio.
Si parlava allora di fare “Piani Strategici”, ovvero di provare a individuare dei problemi o, al contrario, delle possibilità di crescita o filoni di interessi comuni, sui quali ragionare tutti insieme per cercare di trovare delle ipotesi di soluzioni o di interventi, di respiro maggiore di quello che i singoli Comuni avrebbero potuto fare da soli. Sapevamo, allora, di essere una realtà molto piccola anche tutta assieme. Infatti, anche i più grandi Comuni che la compongono, se presi singolarmente, sono piccolissimi, quasi privi di potere contrattuale rispetto ai grandi operatori e, spesso, anche privi di capacità progettuale ed economica per progetti di ampio respiro.
Purtroppo, fu una breve stagione. Il venir meno della necessità di confrontarsi, e magari di opporsi a Novara, non diventò, come si sperava, l’occasione per cercare un “pensar comune”, ma per consentire l’esplodere di localismi patetici, ma paralizzanti. La lotta assurda fra Domodossola e Verbania, non del Cusio che da questo è sempre stato esente, è diventato il terreno di gioco, ma anche il metro di tutte le scelte.
Pochi Amministratori, anche fra quelli preparati e seri, sono riusciti a fare scelte libere da questi condizionamenti e, quando lo hanno fatto, spesso sono stati accusati di non aver difeso i diritti (o più facilmente gli interessi) dei propri concittadini.
Così un organismo amministrativo nato debole, perché vivente di finanza derivata e con risorse comunque scarse, prigioniero anche della necessità di non creare ulteriori lacerazioni, ha finito per gestire l’esistente, senza mai avere quel “qualcosa in più” che avrebbe dato senso pieno al suo esistere.
Se a ciò aggiungiamo che i Sindaci fanno già parte di altre assemblee di organismi sovracomunali (ASL, Consorzio rifiuti e gestione delle acque), temo che il ruolo della Provincia sia diventato progressivamente meno sentito e rilevante. Certamente non in grado di rappresentare un luogo di sintesi, dove gli interessi, legittimi ma troppo parcellizzati, dei Comuni potessero trovare composizione.
In fine la riforma del 2016, che si proponeva di semplificare un’architettura istituzionale ridondante, ma che è rimasta incompiuta, ha ulteriormente ridotto gli ambiti di competenza e quindi il significato delle provincie.
Mi pare che, però, la domanda da porsi non sia a cosa serve ora la Provincia, o a cosa vorremmo che servisse, ma, globalmente, a cosa vorremmo che servisse tutto l’Ente Pubblico e quale architettura istituzionale sarebbe più idonea a questo scopo. È evidente che, in questo momento storico, la stragrande maggioranza dei problemi è di gran lunga troppo complesso per poter essere gestito efficacemente da enti piccoli. Al contrario, l’esigenza di vicinanza, sia quella fisica fra cittadini e uffici, sia quella intellettuale ed emotiva fra amministrati e amministratori, è assai diminuita grazie alla tecnologia che ci soccorre. All’interno di questa domanda, e della risposta che si vorrà dare, sta la funzione e il destino di un Ente che, al momento non corrisponde certo alle speranze per cui era nata, ma che potrebbe ancora avere un ruolo, se si rinunciasse a inseguire il piccolo successo immediato per provare a ipotizzare scenari di prospettiva un po’ più lunga e che non si fermino ai confini dell’orto.
La richiesta di condividere alcune riflessioni sulla Provincia del VCO mi ha imposto una pausa di pensiero. Per la prima volta mi sono trovato a fare un bilancio – parziale, certo – di questi primi trent’anni di vita dell’Ente.
Un esercizio che non avevo mai affrontato e che non risulta semplice.
Non voglio entrare nel dibattito sull’utilità delle Province in generale.
Personalmente ho sempre ritenuto che l’Ente provinciale sia importante.
Lo sarebbe ancora di più se gli venissero attribuite competenze oggi frammentate tra più soggetti: penso, ad esempio, alla gestione dei rifiuti, delle risorse idriche, dei servizi sociali… materie centrali, che richiedono visione, prossimità e coordinamento.
Il distacco da Novara ha portato benefici? Sicuramente ha accorciato la distanza tra cittadini e istituzioni, rendendo la governance più aderente alle specificità del territorio.
Ma questo è bastato a soddisfare le aspettative di chi ha fortemente voluto la nascita del VCO? Ne dubito.
La nostra Provincia ha pagato a caro prezzo le riforme confuse e contraddittorie che l’hanno privata di risorse e competenze, relegandola per anni in un angolo, quasi in attesa di essere cancellata.
È stata il bersaglio facile di certa antipolitica, diventando simbolo di sprechi più presunti che reali; così, paralizzata, non ha potuto esercitare un ruolo attivo nello sviluppo e nella programmazione.
Ma il vero nodo, oggi, è un altro: l’identità.
Non esiste un’identità del Verbano Cusio Ossola: non c’è stato quel processo di fusione tra anime territoriali che molti auspicavano; al contrario, i campanilismi si sono irrigiditi e in alcuni casi amplificati.
Le tre aree del VCO continuano a muoversi in ordine sparso e il dualismo tra Domodossola e Verbania – su certi temi – resta un freno che produce spesso soluzioni di compromesso anziché scelte coraggiose.
La Provincia è “azzurra” solo per i suoi laghi, non per il senso di appartenenza dei suoi abitanti.
Lo dico con sincerità: io stesso mi sento ossolano, non “uno del VCO”. E questo dice molto.
Il futuro? Dipenderà da noi.
Da chi sarà chiamato ad amministrare questa terra di confine, dalla capacità di superare le divisioni e immaginare una visione comune; il VCO è una terra splendida, ma – parafrasando un detto celebre – se abbiamo fatto il VCO, ora dobbiamo fare i suoi abitanti. Unirli.
Farli sentire parte di un progetto condiviso. Solo così, a mio avviso, potremo scrivere una nuova pagina.
A volerne compendiare – in un’espressione volutamente, ma non infondatamente, paradossale – i primi trent’anni di vita, si potrebbe sostenere che la Provincia del Vco inizia a decadere nel momento in cui essa prende forma con le elezioni del maggio 1995, coronando – dopo la previsione per legge (giugno 1990) e l’istituzione per decreto (aprile 1992) del nuovo Ente – un ventennio in cui l’intera comunità del Verbano-Cusio-Ossola aveva saputo esprimere in pensieri, parole e opere una straordinaria, feconda e irripetibile stagione di coesione politica, di convergenza progettuale e di tensione unitaria.
Ho già avuto modo di tratteggiare con una certa documentata ampiezza (qui il contributo, al quale rinvio) in cosa sia consistita la stagione compresa tra l’inizio degli anni ’70 e l’inizio dei ’90, nel corso della quale sono stati conseguiti obiettivi fondamentali per il nostro territorio, dei quali in questa sede mi limito a richiamare i più rilevanti: l’autostrada e la superstrada dell’Ossola, il parco nazionale della Valgrande, la preservazione del tessuto industriale (Acetati, Saia, Tecnoparco…), i grandi servizi pubblici a base provinciale (il ciclo dei rifiuti, il ciclo dell’acqua, la rete del trasporto pubblico, la depurazione delle acque, i servizi socio-assistenziali), il potenziamento in strutture e servizi della sanità territoriale e ospedaliera nelle tre Ussl dell’alto novarese.
Coesione politica, convergenza progettuale e tensione unitaria vengono però meno repentinamente e irreversibilmente proprio nel biennio ’90-92, cioè tra previsione di legge e istituzione per decreto della provincia. E’ impossibile dimenticare il cupio dissolvi (qui) che si impossessò dell’intero sistema politico-amministrativo di quella che allora era ancora la Provincia di Novara, con l’obiettivo dichiarato di uccidere, in grembo o in culla, il neonato appena concepito: prima la crociata per il doppio (e magari triplo…) capoluogo, poi lo stillicidio dei referendum nei Comuni sul confine meridionale per mantenerli nella provincia-madre e minare la solidità della provincia-figlia, quindi le fortissime pressioni interne esercitate dalle leadership novaresi dei partiti su dirigenti e amministratori locali del Vco per condizionare l’iter costitutivo, infine il tentativo (fallito in extremis) della Regione Piemonte di revocare il parere favorevole a suo tempo espresso.
Insomma, raggiunto quasi miracolosamente l’obiettivo della sua istituzione, la nuova provincia si scopre fragile politicamente, profondamente divisa territorialmente e debole patrimonialmente e finanziariamente. La sua nascita coincide con la traumatica fine della prima repubblica, che priva il Vco di una leva di esponenti politici e di amministratori locali ai quali doveva la straordinaria stagione di cambiamenti e di progresso del ventennio precedente e ne incorona un’altra che la storia dei successivi trent’anni mostrerà impari alla sfida dei tempi.
Toccherà alle Amministrazioni Ravasio, Guarducci e Ravaioli (’95-‘09) e ai Comuni delle tre sub-aree tentare di neutralizzare i veleni rilasciati dall’orribile biennio ’90-’92: fatica improba, che però riuscirà almeno parzialmente anche grazie alla presenza sul territorio e negli enti locali di forze politiche di riferimento nazionale organizzate, riconoscibili e attrezzate al confronto dialettico. Nell’arco di quindici anni il Vco conquista importanti risultati anche di rilievo nazionale nella gestione del ciclo dei rifiuti, in quella del ciclo idrico interprovinciale, nel risanamento e rilancio del trasporto pubblico locale, nella pianificazione territoriale strategica di area vasta (conurbazione dei laghi e ossolana), nella programmazione territoriale integrata, nella grande viabilità (progettazione preliminare e definitiva della circonvallazione di Verbania), nell’interscambio ferro/gomma (Movicentro di Domo e di Verbania). Altre iniziative scontano invece un innegabile fallimento, che si manifesta ad esempio nella chiusura del Tecnoparco e nella mancata attuazione del piano di riorganizzazione della sanità provinciale (ospedale unico plurisede come tappa intermedia verso il nuovo ospedale unico).
Nei successivi quindici anni l’istituzione-provincia sperimenta una condizione di progressiva insignificanza, determinata da una serie di fattori interni ed esterni. Da un lato la grande crisi del 2009-2012 e gli effetti della riforma Delrio, dall’altro il dissesto finanziario dell’Ente legato ai canoni idrici, la malriuscita riforma delle comunità montane, l’irrilevanza politico-amministrativa delle società pubbliche dei servizi locali, il ritiro del Comune capoluogo entro la propria cinta daziaria, la caduta di ogni ambizione di pianificazione strategica di area vasta. Ma, più di tutto, lo sfarinamento inarrestabile della presenza sul territorio delle forze politiche a base nazionale, che in Provincia è reso ancora più evidente dal sistema elettorale di secondo grado. Oggi nessuna delle quattro figure apicali del Vco (sindaci di Verbania, Domo e Omegna e presidente della Provincia) si riconosce in uno schieramento nazionale e trionfa il “civismo di area”, all’interno del quale i partiti esercitano funzioni ancillari. Forse la politica – intesa come riconoscibile articolazione territoriale di forze politiche in grado di incidere sulle scelte amministrative locali facendo sintesi tra diverse istanze e diversi orientamenti – ha abbandonato le balze lepontine.
Eppure, le grandi questioni che, come un filo rosso, hanno caratterizzato mezzo secolo di confronto politico attendono di essere affrontate perché possano meglio corrispondere ai tempi che viviamo. Ne elenchiamo alcune in chiusura di articolo, fornendo per ciascuna di esse un sintetico contributo come primo spunto di riflessione: una rinnovata identità per la provincia (qui), la sanità tra territorio e ospedale (qui), un diverso equilibrio tra turismo e preservazione dell’ambiente (qui), una politica dei rifiuti più virtuosa (qui), una “seconda vita” per il trasporto pubblico locale (qui), le risorse idriche al tempo del cambiamento climatico (qui).
[1] Dopo l’avvio dell’iter istitutivo nel 1990, è stata formalmente costituita con il D.L. 277 del 30.04.1992 per scorporo dalla Provincia di Novara.
[2] Con quelle di Sondrio e Belluno.
[3] Unione Ossolana per l’Autonomia. Divenuta poi partito nel 1980 e partecipando con buon successo alle elezioni amministrative locali, ma scioltosi e divenuto movimento di opinione nel 1990.
[4] Politico verbanese di formazione cattolica, amministratore comunale e preside dell’ITIS “L. Cobianchi” a Verbania, poi consigliere comunale e preside dell’ITIS “A. Avogadro” a Torino.
[5] Citato in T. Pera (a cura di), Giulio Cesare Rattazzi, Uomo e politico del nostro tempo, pref. di Rosy Bindi, Tararà, Verbania, 2022, p. 78.
[6] Sindaca di Omegna negli anni 2012-2017.
[7] Sindaco di Domodossola negli anni 2007-2011.
[8] Sindaco di Verbania negli anni 2004-2009.
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