Magazine Alternativa A Numero 4
Anno 2025
Teatro e comunità
6 Dicembre 2025

Dal rito alla messa in scena: quanto teatro c’è in una società e quanta società c’è nel teatro

Teatro: s. m. [dal lat. theatrum, e questo dal gr. ϑέατρον, der. del tema di ϑεάομαι «guardare, essere spettatore»; la parola greca indicava, oltre che l’edificio per le rappresentazioni drammatiche, anche quello per assemblee e per pronunciare orazioni]

Questa è la definizione principale che il vocabolario Treccani dà alla parola teatro. Ciò indica quanto importante fosse il teatro come edificio fin dall’antichità, non solo per le rappresentazioni (che sempre avevano tra i protagonisti gli dèi i quali manifestavano il loro volere e carattere) ma anche e soprattutto come spazio aggregativo, un luogo dove si discutevano le problematiche delle città o venivano pronunciate orazioni; queste ultime, a seconda della tipologia, erano destinate ai soli giudici, all’assemblea di alcuni gruppi di cittadini o alla cittadinanza tutta.

Quindi il teatro come luogo è il posto del guardare e dell’ascoltare attivi: ascoltare le decisioni prese dalle autorità per la gestione della città, ascoltare un’orazione funebre, partecipare alla vita della comunità.

Così il teatro viene concepito e sviluppato nella culla della civiltà, la Grecia dei tragici e dei commediografi: Eschilo, Sofocle ed Euripide; degli oratori per eccellenza. Lo spazio teatro non è solo un luogo di svago ma un posto di incontro e scambio, il modo per rendere comunità le singole individualità.

Dobbiamo pensare che quindi, a un certo punto della propria esistenza, l’essere umano abbia sentito l’esigenza di inventarsi un luogo dove condividere notizie, aggiornamenti e storie con l’intera comunità? Forse sì, tuttavia il teatro nasce dal rito e il rito nasce con l’uomo.

Fin dagli albori della civiltà umana, infatti, da quando l’essere umano ha iniziato a diventare stanziale, a praticare la caccia, la pesca, l’agricoltura, ad aggregarsi in gruppi, donne e uomini hanno ideato riti propiziatori. Tali riti, che si svolgevano in particolari momenti e occasioni dell’anno, sono conosciuti col nome di ditirambo primitivo. Sebbene il suo etimo sia incerto, di sicuro sappiamo che nella preistoria uomini e donne si riunivano intorno a un fuoco e lì si svolgevano la vita della comunità e i rituali. I giovani, per esempio, erano sottoposti a prove di coraggio fin dal Paleolitico, a simulazioni di scene di caccia per dimostrare la capacità di provvedere alle necessità, a dimostrare le competenze per vivere in comunità: tutto ciò era indispensabile per il passaggio all’età adulta. Nelle simulazioni delle scene di caccia un uomo adulto, indossando la pelle di un animale feroce, di solito un orso, si muoveva mimando un attacco nei confronti del giovane il quale rispondeva muovendosi a ritmo della bestia, il tutto mentre il resto della comunità, battendo su un tronco, teneva un tempo. In queste forme primitive si riconoscono i tratti distintivi del teatro danza. Ecco come il teatro, inteso come forma d’arte espressiva, affonda la sua necessità di essere nella esigenza stessa della comunità di riconoscersi come aggregazione di individui e di intenti variegati, ma accomunati da un’appartenenza.

Facendo un salto temporale, di qualche milione di anni, arriviamo alle compagnie teatrali, ai gruppi che lavorano insieme su un testo, un tema, un canovaccio ma senza che i motivi per i quali si fa teatro siano cambiati. Le prime tragedie nascono per celebrare il culto di Dioniso, per aggregare le persone, per trasmettere valori, per raccontare.

Fin qui è evidente che la funzione principale del teatro, aldilà del genere di messa in scena, è aggregare intorno a un argomento, un tema, un avvenimento.

Ma chi erano i teatranti, ovvero coloro i quali teatravano?

Mi si passi il termine teatrare che è neologismo del tutto personale ma necessario affinché sia chiaro il concetto secondo il quale chi andava in scena scriveva i testi, ideava le trame della messa in scena, costruiva le scene, cuciva i costumi, dirigeva gli spettacoli, dava indicazioni su ruoli e interpretazioni. Piccoli gruppi di artisti ante-litteram allestivano, producevano e distribuivano spettacoli. Detta così immaginiamo di trovarci davanti a piccole imprese che raccoglievano i più fulgidi geni della mimesi. In realtà, mentre le compagnie dell’antica Grecia erano costituite da attori rispettati, esclusivamente uomini e in maschera, qualche volta quasi venerati come fossero gli dèi da essi stessi interpretati, con l’avvento del cristianesimo gli attori subirono una vera e propria persecuzione. Ciò portò la comunità degli attori a rinnegare la propria arte.

Abbiamo visto l’indubbio potere divulgativo e di proselitismo del teatro, in grado di portare messaggi e insegnamenti all’intera comunità. Uno strumento attraverso il quale si faceva politica nel senso più etimologico del termine, ovvero a ciò che attiene alla vita pubblica, alla città. E protagonisti delle vicende erano spesso gli dèi, venivano celebrati riti a loro dedicati, a loro si inneggiava e il loro volere veniva diffuso. A carattere prettamente propagandistico e divulgativo erano le rappresentazioni del circo: famosi sono gli scontri dei gladiatori o le naumachìe, le ricostruzioni delle battaglie in mare che coinvolgevano anche 30.000 gladiatori contemporaneamente; tali spettacoli erano offerti dagli imperatori alla cittadinanza come svago e servivano a dimostrare la loro grandezza sia nelle vittorie che nella generosità.

L’avvento di una religione monoteista ha l’esigenza di controbattere a uno strumento intorno a cui si riuniva la comunità tutta. E gli attori subirono una vera e propria persecuzione mentre i riti passarono dall’essere dedicati ad una schiera di dèi ad un solo dio. E chi sostituì i protagonisti dei riti riconobbe la loro forza e li rimodellò sui nuovi protagonisti religiosi. Ecco, quindi, che nascono le liturgie e le preghiere recitate. L’ecclesia greca, ovvero l’assemblea popolare, diventa la comunità dei fedeli della chiesa.

E le comunità di teatranti?

Insieme ai girovaghi di professione si uniscono veri e propri ciarlatani che saranno il fulcro delle compagnie di guitti e di commedianti dell’arte; alcuni di questi attori prestano la loro opera nelle sacre rappresentazioni, intorno alle quali si formano le congregazioni. Fin qui l’aspetto storico culturale sommario intorno al quale emerge evidente il ruolo del teatro come luogo di incontro e come forma d’arte comunitaria. Tuttavia, non è necessario scomodare i miti greci, le dionisiache, le feste al dio sole o le celebrazioni religiose per sottolineare la centralità del teatro nella storia delle comunità.

L’allestimento di uno spettacolo, soprattutto nelle piccole comunità, è spesso il motivo aggregante di giovani e no. In molti centri urbani, sovente piccoli, i ragazzi si ritrovano per provare uno spettacolo col solo scopo di stare insieme, di giocare a fare gli attori: giocare sì; e non è un caso che in Francia recitare si traduca con l’espressione jouer le théâtre e in inglese playing theaters significhi letteralmente andare in scena.

Numerosi sono gli esempi di attori diventati celebri che muovono i loro primi passi sulle scene delle filodrammatiche, le compagnie amatoriali che spesso provano e replicano in piccoli spazi adiacenti alle chiese, in auditorium scolastici, palestre, col solo scopo di trovarsi intorno a un testo. È in quest’ottica che il teatro ottempera ancora una volta al suo scopo più profondo e antico: unire per far stare insieme; ogni compagnia amatoriale lavora esattamente come le antiche compagnie di giro che si occupavano di tutto e quindi, in questi piccoli nuclei di teatranti ci sono attori, certo, ma anche scenografi, costumisti, registi, truccatori. E nella maggior parte dei casi tali gruppi vanno in scena a scopo benefico: raccolgono donazioni da devolvere a chi ne ha bisogno. E quindi il teatro amatoriale rafforza il suo senso aggregativo raggruppando intorno a sé anche gli spettatori che assistono a una recita e nel frattempo fanno beneficenza.

Tornando ai teatranti di mestiere, negli anni, per rispettare il proprio ruolo divulgativo, è nato e si è sviluppato il teatro sociale e di narrazione. Con questo tipo di messa in scena spesso alla fine di uno spettacolo c’è un momento di dibattito aperto col pubblico, durante il quale lo spettatore può esprimere il proprio parere riguardo il tema trattato, e far nascere momenti di scambio e di confronto. In quest’ottica diversi sono i centri di sperimentazione teatrali dove si mettono in scena spettacoli di teatro civile che raccontano di argomenti di attualità.

In ultimo va ricordato il teatro come terapia. Diversi sono i laboratori che usano il teatro come trattamento psicologico: ovviamente in questi casi lo scopo non è la messa in scena ma aiutare il singolo a prendere maggiore consapevolezza di sé, impara a comunicare e, quindi, a rapportarsi agli altri. Emerge il ruolo del teatro come volàno che porta l’individualità in seno alla comunità.

Perché il teatro è il luogo nel quale l’uomo è libero di indossare una maschera ed essere sé stesso con gli altri.

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