Il turismo è uno dei principali settori economici in Italia e contribuisce in modo significativo sia al PIL che all’occupazione, soprattutto in alcune regioni. La nostra provincia in particolare, sia per le bellezze paesaggistiche, montagne e laghi, che per la relativa vicinanza a Svizzera, Francia, Germania e Paesi Bassi è caratterizzata da un mix turistico a forte impronta internazionale. Gli stranieri si attestano in media attorno all’80% delle presenze, delle quali quasi il 50% è costituito da tedeschi, seguiti a distanza dagli olandesi (12,5%). Pur se sommando i turisti provenienti dal Regno Unito e quelli dagli USA si arriva soltanto al 10% delle presenze straniere, anche nel VCO, considerata la maggiore difficoltà del tedesco per un italiano, la lingua inglese è a tutti gli effetti la lingua franca utilizzata nelle strutture turistiche.
In questo contesto, in un bar, ristorante o anche pizzeria si trova sempre un menù in inglese, e spesso anche in tedesco e francese e, dopo essersi seduti al tavolo mentre si sta sfogliando il menù in attesa di fare un’ordinazione, può capitare di finire inavvertitamente sulle pagine predisposte per i turisti stranieri. Io, devo ammetterlo, ci vado di proposito… a caccia di errori! Scopro in me un accanimento che non avevo neppure da insegnante, quando dovevo leggere le produzioni scritte dei miei studenti. In quel caso, anzi, gli errori speravo di non trovarli, qui, invece, mi diverto a pregustare il piacere che proverò nell’individuare il primo – il primo, perchè – ne sono certo – ce ne saranno anche altri. Intanto, le persone con cui sono uscito a cena mi sollecitano più o meno garbatamente a ordinare qualcosa, visto che la cameriera è lì in piedi dietro di me in paziente attesa.
Ma perché i menù, mediamente, sono più infarciti di errori di quanto non sia un cappone a Natale? Apparentemente, il compito di tradurre un menù è semplice: dopotutto non si tratta di comporre una frase o un periodo; si devono soltanto tradurre delle parole. Perciò, nel settore della ristorazione, il piccolo imprenditore che vuole contenere le spese al minimo spesso cerca di risparmiare innanzitutto a partire dalla traduzione del menù e, invece di affidarsi a un professionisata, spesso ricorre a chi ha studiato inglese a scuola o ha lavorato per qualche mese in Germania o… “ma nella nostra zona il francese lo parliamo un po’ tutti, no?” E se prima ci si doveva magari appoggiare a un dizionario bilingue, adesso il traduttore di Google sembra fatto apposta.
È così che gli errori diventano il delizioso – o delittuoso? – condimento del menù. Qualche volta riescono ancora a strapparci un sorriso, ma più spesso denotano sia un’insufficiente competenza linguistica – e verrebbe da chiedersi se altrettanta trascuratezza non ci possa essere anche in cucina – sia una scarsa attenzione nei confronti del cliente straniero.
Il menù è il biglietto da visita di un ristorante e la sua traduzione richiede la stessa professionalità di un manuale tecnico o di un testo poetico. Paradossalmente il compito più difficile si presenta alla piccola trattoria che serve piatti tipici regionali, prodotti di una gastronomia caratterizzata da un’estrema varietà che talvolta presenta problemi lessicali anche per il turista italiano.
Un menù è a tutti gli effetti un testo specialistico e in quanto tale deve ottemperare sia al criterio di accuratezza – ovvero deve trasmettere senza distorsioni il contenuto referenziale del testo di partenza – che a quello della fruibilità – ovvero deve apparire chiaro e appropriato al destinatario. Proviamo allora a vedere alcune delle tipologie di traduzione più usate.
La più frequente è indubbiamente la cosiddetta traduzione parola per parola, cioè quella che si basa sull’assunto per cui fra il testo di partenza e quello di arrivo esiste una corrispondenza uno a uno. Ma l’errore più grande sta proprio in questo presupposto. Se così fosse, le prime frasi che impariamo per interagire in inglese quando incontramo qualcuno – “Come ti chiami?”, “Da dove vieni?” e “Quanti anni hai?” – dovrebbero suonare più o meno così: *How do you call yourself?, *From where do you come? e *How many years do you have? e non, come direbbe comunemente un madre lingua e chiunque abbia appreso un po’ di inglese: What’s your name?, Where are you from? e How old are you?
Le preposizioni – quelle della filastrocca di, a, da, in, con, su, per, fra, tra – sono fra le parole più insidiose. Basterebbe aprire un buon dizionario per rendersi conto che non esiste una corrispondenza biunivoca fra una preposizione italiana e una inglese. É vero, sì, che quando diciamo “di” pensiamo immediatamente a “of” o quando diciamo “da” ci viene subito in mente “from”, ma queste associazioni automatiche sono dovute semplicemente alla maggiore frequenza con cui la preposizione italiana viene resa da quella inglese che pensiamo sia la sua traduzione.
Proviamo, per esempio, con l’aiuto della tabella riportata qui di seguito, a considerare la preposizione semplice “a” e le sue varianti articolate “alla”, “alle”, “allo”, “ai”, “agli” e “all'” che ricorrono spesso nei menù.
🇮🇹 Italiano
🇬🇧 Inglese
Funzione della preposizione “a”
Spaghetti al pomodoro
Spaghetti with tomato sauce
Condimento semplice
Risotto ai funghi
Risotto with mushrooms
Ingrediente
Filetto ai porcini
Beef fillet with porcini mushrooms
Accompagnamento
Calamari alla griglia
Grilled squid
Metodo di cottura
Verdure al forno
Oven-baked vegetables
Metodo di cottura
Branzino al sale con verdure al vapore
Salt-crusted sea bass with steamed vegetables
Metodo di cottura
Pollo alla cacciatora
Hunter-style chicken (with tomato, garlic, rosemary and wine)
Stile di preparazione
Pollo alla diavola
Spicy grilled chicken “alla diavola”(Half deboned chicken marinated with olive oil, lemon, garlic and chili)
Stile di preparazione
Penne all’arrabbiata
Penne all’arrabbiata (with spicy tomato and chili sauce)
Stile di preparazione
Rigatoni alla gricia
Short ridged pasta with guanciale and Pecorino Romano cheese (no tomato)
Stile di preparazione
Spaghetti alla puttanesca
Spaghetti alla puttanesca (with olives, capers and anchovies in a tomato sauce)
Stile di preparazione
Bistecca alla fiorentina
Florentine T-bone steak
Ricetta locale tipica
Bucatini all’amatriciana
Thick hollow spaghetti with tomato, guanciale and Pecorino Romano cheese.
Ricetta locale tipica
Gnocchi alla sorrentina
Gnocchi in Sorrento-style sauce (with tomato, mozzarella and basil)
Ricetta locale tipica
Cotoletta alla milanese
Milanese-style breaded veal cutlet
Ricetta locale tipica
Trippa alla romana
Roman-style tripe (with tomato and mint)
Ricetta locale tipica
Crêpes à la Suzette
Crêpes Suzette
Ricetta internazionale
Filetto à la Rossini
Filet mignon à la Rossini
Ricetta internazionale
Pasta fatta a mano
Handmade pasta
Valore artigianale
Grissini tirati a mano
Hand-rolled breadsticks
Valore artigianale
Come si può vedere, non esiste una sola traduzione di “a”: dipende sempre dalla funzione che la preposizione possiede. Detto in altre parole, dipende dal contesto. Chi traduce si muove fra queste due polarità: da un lato deve essere orientato verso il testo di partenza (source-oriented), comprendendo non solo la lingua italiana e la microlingua della nostra cucina, ma dall’altro non può certamente trascurare il punto di vista del cliente straniero e l’esigenza della fruibilità del testo tradotto (target-oriented), cioè deve considerare il retroterra enogastronomico del turista, il che include anche ciò che quest’ultimo mediamente non conosce dei nostri piatti.
Se torniamo alla tabella, fornita a titolo puramente esemplificativo, possiamo vedere come in alcuni casi può essere utile – e talvolta perfino necessario – integrare la traduzione di un piatto con l’aggiunta degli ingredienti o con una descrizione più dettagliata, ovvero con una parafrasi, nel caso in cui i rimandi culturali della lingua di partenza debbano essere esplicitati per facilitare la comprensione da parte del destinatario.
Possiamo inoltre osservare che in molti casi la parola italiana non viene tradotta perchè è entrata nel lessico dell’inglese come, per esempio, pizza, spaghetti, penne, linguine, fettuccine, ravioli, gnocchi, lasagne, risotto, minestrone, zucchini, mozzarella, parmigiano, ricotta, mascarpone, prosciutto, salame, pancetta, espresso, cappuccino, americano, gelato, tiramisù, cannoli, panna cotta, spritz, prosecco, limoncello e grappa.E l’elenco si va sempre più allungando per il prestigio di cui gode la cucina italiana nel mondo.
A questo punto potrebbe essere interessante provare a vedere come aiutare il turista straniero a conoscere alcuni piatti tipici delle nostre zone, in modo che non faccia concidere la cucina italiana con spaghetti “bolog-nese” e pizza “margarita”.
Fra gli antipasti (Starters o Appetizers) troviamo spesso un tagliere misto che si potrebbe tradurre con Charcuterie and cheese board (a selection of local cold cuts and mountain cheeses with pickled vegetables and local preserves);
Fra i primi (First Courses) Gnocchi all’ossolana (Ossolana-style dumplings made with potatoes and chestnut flour, served with leeks, local cheese, and butter) e “Paniscia” (Traditional Novara-style risotto with borlotti beans, cabbage, and local salami);
I secondi (Main Courses) potrebbero includere Lake fish in carpione (marinated in vinegar with onions, bay leaves, and herbs), Venison stew (with red wine, herbs, and mountain vegetables)e “Tapulon” (traditional donkey meat stew with red wine and aromatic herbs);
Fra i contorni (Side Dishes) “Polenta cunscia” (creamy cornmeal enriched with local mountain cheeses and butter);
Nella sezione formaggi ci sarà senz’altro la toma: Toma (traditional semi-hard mountain cheese from local alpine pastures);
I dolci (Desserts) includono spesso la Torta di pane (Traditional bread pudding cake with amaretti, chocolate, and rum) e il Castagnaccio (Chestnut flour cake with pine nuts, rosemary, and olive oil).
Trattandosi di piatti regionali, anche con nomi dialettali, la descrizione è d’obbligo e la traduzione alla lettera si ridurrebbe a un mero esercizio filologico. Quel che conta è che il ristoratore, o chi per lui redige il menù in lingua straniera, tenga sempre presente il prodotto che si sta offrendo, ma anche le caratteristiche del fruitore ultimo, ovvero che non finisca per essere lost in translation (perso nella traduzione), ma si sappia proporre come l’oste (= colui che ospita) nella transazione.
Spaghetti per le vongole!
Il turismo è uno dei principali settori economici in Italia e contribuisce in modo significativo sia al PIL che all’occupazione, soprattutto in alcune regioni. La nostra provincia in particolare, sia per le bellezze paesaggistiche, montagne e laghi, che per la relativa vicinanza a Svizzera, Francia, Germania e Paesi Bassi è caratterizzata da un mix turistico a forte impronta internazionale. Gli stranieri si attestano in media attorno all’80% delle presenze, delle quali quasi il 50% è costituito da tedeschi, seguiti a distanza dagli olandesi (12,5%). Pur se sommando i turisti provenienti dal Regno Unito e quelli dagli USA si arriva soltanto al 10% delle presenze straniere, anche nel VCO, considerata la maggiore difficoltà del tedesco per un italiano, la lingua inglese è a tutti gli effetti la lingua franca utilizzata nelle strutture turistiche.
In questo contesto, in un bar, ristorante o anche pizzeria si trova sempre un menù in inglese, e spesso anche in tedesco e francese e, dopo essersi seduti al tavolo mentre si sta sfogliando il menù in attesa di fare un’ordinazione, può capitare di finire inavvertitamente sulle pagine predisposte per i turisti stranieri. Io, devo ammetterlo, ci vado di proposito… a caccia di errori! Scopro in me un accanimento che non avevo neppure da insegnante, quando dovevo leggere le produzioni scritte dei miei studenti. In quel caso, anzi, gli errori speravo di non trovarli, qui, invece, mi diverto a pregustare il piacere che proverò nell’individuare il primo – il primo, perchè – ne sono certo – ce ne saranno anche altri. Intanto, le persone con cui sono uscito a cena mi sollecitano più o meno garbatamente a ordinare qualcosa, visto che la cameriera è lì in piedi dietro di me in paziente attesa.
Ma perché i menù, mediamente, sono più infarciti di errori di quanto non sia un cappone a Natale? Apparentemente, il compito di tradurre un menù è semplice: dopotutto non si tratta di comporre una frase o un periodo; si devono soltanto tradurre delle parole. Perciò, nel settore della ristorazione, il piccolo imprenditore che vuole contenere le spese al minimo spesso cerca di risparmiare innanzitutto a partire dalla traduzione del menù e, invece di affidarsi a un professionisata, spesso ricorre a chi ha studiato inglese a scuola o ha lavorato per qualche mese in Germania o… “ma nella nostra zona il francese lo parliamo un po’ tutti, no?” E se prima ci si doveva magari appoggiare a un dizionario bilingue, adesso il traduttore di Google sembra fatto apposta.
È così che gli errori diventano il delizioso – o delittuoso? – condimento del menù. Qualche volta riescono ancora a strapparci un sorriso, ma più spesso denotano sia un’insufficiente competenza linguistica – e verrebbe da chiedersi se altrettanta trascuratezza non ci possa essere anche in cucina – sia una scarsa attenzione nei confronti del cliente straniero.
Il menù è il biglietto da visita di un ristorante e la sua traduzione richiede la stessa professionalità di un manuale tecnico o di un testo poetico. Paradossalmente il compito più difficile si presenta alla piccola trattoria che serve piatti tipici regionali, prodotti di una gastronomia caratterizzata da un’estrema varietà che talvolta presenta problemi lessicali anche per il turista italiano.
Un menù è a tutti gli effetti un testo specialistico e in quanto tale deve ottemperare sia al criterio di accuratezza – ovvero deve trasmettere senza distorsioni il contenuto referenziale del testo di partenza – che a quello della fruibilità – ovvero deve apparire chiaro e appropriato al destinatario. Proviamo allora a vedere alcune delle tipologie di traduzione più usate.
La più frequente è indubbiamente la cosiddetta traduzione parola per parola, cioè quella che si basa sull’assunto per cui fra il testo di partenza e quello di arrivo esiste una corrispondenza uno a uno. Ma l’errore più grande sta proprio in questo presupposto. Se così fosse, le prime frasi che impariamo per interagire in inglese quando incontramo qualcuno – “Come ti chiami?”, “Da dove vieni?” e “Quanti anni hai?” – dovrebbero suonare più o meno così: *How do you call yourself?, *From where do you come? e *How many years do you have? e non, come direbbe comunemente un madre lingua e chiunque abbia appreso un po’ di inglese: What’s your name?, Where are you from? e How old are you?
Le preposizioni – quelle della filastrocca di, a, da, in, con, su, per, fra, tra – sono fra le parole più insidiose. Basterebbe aprire un buon dizionario per rendersi conto che non esiste una corrispondenza biunivoca fra una preposizione italiana e una inglese. É vero, sì, che quando diciamo “di” pensiamo immediatamente a “of” o quando diciamo “da” ci viene subito in mente “from”, ma queste associazioni automatiche sono dovute semplicemente alla maggiore frequenza con cui la preposizione italiana viene resa da quella inglese che pensiamo sia la sua traduzione.
Proviamo, per esempio, con l’aiuto della tabella riportata qui di seguito, a considerare la preposizione semplice “a” e le sue varianti articolate “alla”, “alle”, “allo”, “ai”, “agli” e “all'” che ricorrono spesso nei menù.
Come si può vedere, non esiste una sola traduzione di “a”: dipende sempre dalla funzione che la preposizione possiede. Detto in altre parole, dipende dal contesto. Chi traduce si muove fra queste due polarità: da un lato deve essere orientato verso il testo di partenza (source-oriented), comprendendo non solo la lingua italiana e la microlingua della nostra cucina, ma dall’altro non può certamente trascurare il punto di vista del cliente straniero e l’esigenza della fruibilità del testo tradotto (target-oriented), cioè deve considerare il retroterra enogastronomico del turista, il che include anche ciò che quest’ultimo mediamente non conosce dei nostri piatti.
Se torniamo alla tabella, fornita a titolo puramente esemplificativo, possiamo vedere come in alcuni casi può essere utile – e talvolta perfino necessario – integrare la traduzione di un piatto con l’aggiunta degli ingredienti o con una descrizione più dettagliata, ovvero con una parafrasi, nel caso in cui i rimandi culturali della lingua di partenza debbano essere esplicitati per facilitare la comprensione da parte del destinatario.
Possiamo inoltre osservare che in molti casi la parola italiana non viene tradotta perchè è entrata nel lessico dell’inglese come, per esempio, pizza, spaghetti, penne, linguine, fettuccine, ravioli, gnocchi, lasagne, risotto, minestrone, zucchini, mozzarella, parmigiano, ricotta, mascarpone, prosciutto, salame, pancetta, espresso, cappuccino, americano, gelato, tiramisù, cannoli, panna cotta, spritz, prosecco, limoncello e grappa. E l’elenco si va sempre più allungando per il prestigio di cui gode la cucina italiana nel mondo.
A questo punto potrebbe essere interessante provare a vedere come aiutare il turista straniero a conoscere alcuni piatti tipici delle nostre zone, in modo che non faccia concidere la cucina italiana con spaghetti “bolog-nese” e pizza “margarita”.
Trattandosi di piatti regionali, anche con nomi dialettali, la descrizione è d’obbligo e la traduzione alla lettera si ridurrebbe a un mero esercizio filologico. Quel che conta è che il ristoratore, o chi per lui redige il menù in lingua straniera, tenga sempre presente il prodotto che si sta offrendo, ma anche le caratteristiche del fruitore ultimo, ovvero che non finisca per essere lost in translation (perso nella traduzione), ma si sappia proporre come l’oste (= colui che ospita) nella transazione.
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