Nei primi anni ’80, Mauro Croce, allora giovane psicologo, ha vissuto per sei settimane all’interno di Phoenix House a Londra, una delle prime comunità terapeutiche per tossicodipendenti, tra le più dure e selettive.

I diari di Phoenix House (Durango Edizioni), pubblicati ora a quattro decenni da quell’esperienza, sono la testimonianza di quanto intenso e appassionato sia stato il suo approccio al mestiere di psicologo.
Croce, che ha unito l’attività di direzione nei servizi sociosanitari all’insegnamento nelle università di Aosta e di Lugano, con alle spalle decine e decine di pubblicazioni scientifiche e un interessantissimo saggio sulla psicologia della Liberazione di Ignacio Martin-Barò, nei “Diari di Phoenix House” cambia registro. Abbandona il tono accademico proponendo un resoconto intimo, personale, raccontando fatti e pensieri di quella formidabile esperienza, vissuta interamente all’interno di quella prima, strana e mitizzata «comunità di recupero» come un «tossico» qualsiasi, alla pari di tutti gli altri.
Ne esce un testo che si legge d’un fiato, godibilissimo, ma accurato nei riferimenti, nelle citazioni. Amaro in alcune considerazioni: «Nessuno all’università ci aveva insegnato come fare ad organizzare un servizio, quali programmi adottare, a chi chiedere aiuto. Con quali risorse, poi?».
Uno scritto pieno di passione, rabbia, ironia, dove si ride per non piangere. Anche una profonda e disincantata riflessione sulla funzione della psicologia, sulla società che divora le sue anime fragili, sull’assurdità della burocrazia.
Il metodo utilizzato è quello della cosiddetta «osservazione partecipante»: una modalità di studio e di analisi sociologica incentrata sulla convivenza e sulla partecipazione dello stesso ricercatore alle attività del gruppo studiato.
Un’inchiesta “dal di dentro”, per capire la realtà «dall’altra parte».
E dire che voleva fare il musicista. Ma appese la chitarra al chiodo – una “Fender Stratocaster”, stesso modello usato da George Harrison e John Lennon – per laurearsi in psicologia nei tempi cupi – fine anni ‘70 – a Padova, non prima di aver superato l’esame di compositore per la Siae.
Nella prima parte del libro (che gode di una prefazione della storica Vanessa Roghi e una postfazione dello psicoanalista Franco De Masi) ricorda il suo approccio alla professione nei primi anni ’80, in una comunità di psicotici a Genova. «Fra i ‘matti’, per intenderci – spiega Croce. – Con un paio di chitarre, un pianoforte scordato e una miriade di pentole nacque un’orchestra della quale ero il direttore: il von Karajan dei pazzi, mi definirono. Tutti assieme alla domenica andavamo alla scoperta della città: arrivammo a dirottare un autobus, avventure alla stregua del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Cavandocela in tutte le situazioni, perché tutto sommato eravamo visti con simpatia, con solidarietà».
Un’esperienza ispirata alle teorie dello psichiatra inglese Maxwell Jones, ma anche di Franco Basaglia, volta a superare l’istituzionalizzazione. Tutti uguali: malati e sani all’interno di un rapporto paritario fra pazienti, medici e operatori sociosanitari. Modalità che poi riporterà nella successiva esperienza nei centri antidroga.
Siamo nei primi anni ’80: l’eroina sta falciando una generazione di giovani, e la società, così come le istituzioni, non sanno come affrontare questa nuova emergenza. Il tasso di assunzione di stupefacenti è in Piemonte stimato all’8% fra la popolazione giovanile. La provincia di Novara è al terzo posto dopo Torino e Alessandria. Si oscilla tra criminalizzazione e tolleranza, colpevolizzazione e condiscendenza, repressione e banalizzazione. «Eravamo sempre fra due fuochi – ricorda Croce –; da una parte le istituzioni: “Difendeteci da questi qua e se non ce la fate a guarirli, vedete di toglierceli di torno che non combinino casini”. Dall’altra parte, i tossici: “Difendeteci dalle istituzioni, fate in modo che non ci distruggano”.»
La questione spiazza tutti. «Droga che fare?» è il ritornello dei convegni dell’epoca. Il PCI di Novara, nell’84, ne organizza uno sulle comunità di recupero invitando Luigi Cancrini, uno degli psichiatri più attenti ai fenomeni della devianza, che vede la partecipazione di 300 persone.
Ma è soprattutto nell’ambito cattolico che si fa qualcosa di concreto: già nel 1979, su iniziativa di don Aldo de Ambrosi, si era costituita la prima comunità di accoglienza per tossicodipendenti a Cresseglio (Verbania) legata al Gruppo Abele.
Qualche anno dopo, nell ’82, grazie a tre preti (don Gianni Luchessa, don Antonio Visco, don Luigi Del Conte) nasce Alternativa A e la microcomunità “La Noga” nell’Ossola. Don Visco, in quanto psicologo, gestirà anche il Sert (Servizio tossicodipendenza) di Domodossola nei primi anni ’90, non senza difficoltà.
È un campo aperto – e disastrato – che viene via via occupato dalle prime comunità: religiosi, laici, psicologi, ma anche sciamani improvvisati, psichiatri. Si tratta di veri e propri «laboratori di frontiera». Nascono San Patrignano, Mondo X, Le Patriarche, Gruppo Abele, Saman, Narconon (con legami con Scientology) e tante altre; oltre un migliaio in Italia, alcune vere e proprie sette che fanno della rigida osservanza della regola il cuore della propria attività. Si fa quel che si può per togliere dalla strada e dal carcere migliaia di ragazzi.
Si fa strada il tema della riduzione del danno. I vescovi di Novara, monsignor Del Monte e quello di Ivrea, Luigi Bettazzi, lanciano un appello: «No al carcere». «Educare e non punire» è lo slogan del tempo.
«Non ne sapevo molto di queste comunità, se non i racconti di risultati eccezionali nel trattamento dei consumatori di eroina», dice Croce, che chiese informazioni ai responsabili di Phoenix House a Londra, i quali, invece della solita intervista, gli proposero uno stage full immersion di sei settimane.
«Sempre se sarai in grado di resistere fino in fondo», gli dissero. Non c’erano infatti costrizioni fisiche in quella comunità: se uno voleva andarsene, poteva farlo in ogni momento.
«Bastava sedersi su una determinata panchina – racconta –: era il segnale che ci si arrendeva. Che se ne aveva avuto abbastanza. Io, che non lo sapevo, mi ci sono seduto prima di iniziare. Gaffe madornale, subito recuperata con uno scatto felino appena due ragazzi mi spiegarono l’errore.»
Croce raccoglie la sfida e la porta fino alla fine. E ce la racconta, rivelandoci le più inconfessabili emozioni: la voglia di mollare, di mandare tutti a quel paese, di abbandonare Phoenix House. Comunità che contesta, e che subisce, perché nonostante il metodo militaresco emana uno strano fascino. “Non c’erano catene, violenze fisiche”, precisa Croce.
«Appena entrato devo consegnare passaporto, soldi, biglietto di ritorno e sigarette. Mi saranno restituiti alla fine. Dovrò anche essere perquisito. Lo capisco: ci sono una cinquantina di tossicodipendenti, il rischio che qualcuno faccia entrare roba è da evitare.»
Giorno dopo giorno partecipa alla vita quotidiana. Comincia a capire come funziona “la cura”: disciplina, lavori di corvée, confessioni in pubblico, rimproveri, obbedienza, ordini contrastanti.
Anche incomprensibili assurde vessazioni da parte dei responsabili del centro: «Il fine dovrebbe essere quello di imparare a convivere con le frustrazioni e le ingiustizie senza reagire con la fuga (ovvero con l’uso di sostanze)», spiega Croce.
La filosofia di Phoenix House è sintetizzata in una filastrocca che ognuno doveva recitare ogni mattina di fronte agli altri: «Siamo qui perché non c’è un rifugio finale per noi stessi».
La persona che ha toccato il fondo deve essere completamente ristrutturata, perché incapace di gestire i propri sentimenti, sopportare le inevitabili frustrazioni.
Come una fenice (Phoenix), appunto, che risorge dalle ceneri.
«Ero alla pari con tutti gli altri ragazzi, uno di loro. Ho subito le ingiustizie che subivano loro, ho dovuto superare anche il rito dell’accettazione, dove si racconta tutto della propria vita: famiglia, fallimenti, amicizie, affetti. Solo alla fine, se il gruppo ti ritiene sincero, ti accetta. Un’esperienza toccante, fortissima. Tanto che, dopo aver aspettato per 15 minuti con il cuore in gola il loro giudizio, quando mi hanno accettato, confesso che ho pianto di gioia.»
Un viaggio fra i condizionamenti della comunità, tra desiderio e fuga, obbedienza e ribellione, in un libro che ha molteplici piani di lettura: l’esperienza personale, l’approccio delle istituzioni al fenomeno della devianza, la critica della formazione universitaria, lo scaricabarile della società, e anche interrogativi sulla funzione stessa della psicologia. Domande sulla colpa e sul rimedio. Ma non solo.
Il “fil rouge” con cui Croce “lega” i vari episodi della sua straordinaria esperienza resta la musica, la sua passionaccia. Basta infatti inquadrare il QR code in calce al libro per scaricare da Spotify la sua personale playlist: da Ho visto anche zingari felici di Claudio Lolli – la canzone che ben descrive la condizione giovanile degli anni 70 in Italia -, a Wind Up dei Jethro Tull, da Lucy in the Sky dei Beatles fino a Heroin di Lou Reed.
Una dozzina di brani musicali che rendono perfettamente quegli anni, quella cultura dell’alternativo che ha fatto da colonna sonora negli anni ’60/’70, quando esplose la questione della tossicodipendenza.
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