Ci sono gli occhi enigmatici di Ibram – abbandonato appena nato nella foresta perché macrocefalo e allevato lì dalle scimmie – che dal suo mondo di suoni e silenzi, di tanto in tanto, ti regala un abbraccio;
c’è il sorriso luminoso di Mbula che, nonostante abbia un solo arto inferiore funzionante, oltretutto ruotato al contrario, riesce ad usarlo, rimbalzando sul sedere, come punto d’appoggio per potersi muovere;
ci sono Debora e Richard, marionette sgraziate in corpi che sembrano non rispondere ai comandi della mente, con la loro risoluta dolcezza;
c’è Kevin che ti vuole tutto per sé, sia per tirare un calcio a una palla nel suo precario equilibrio su quelle gambe da trampoliere, sia per premere un LEGO nel suo incastro;
c’è Usmah che si muove in maniera quasi grottesca, seguendo l’istinto, per poi sedersi, continuando ad andare su e giù col dorso, come se fosse un giocattolo che qualcuno ha rotto;
c’è Alicya, appassionato di puzzle che gioca picchiando pugni per incastrare due pezzi, indipendente da quanto ci sia là raffigurato, sempre pronto ad aiutare chiunque abbia bisogno di una mano;
c’è Goodluck, irrefrenabile nel suo iperattivismo, che ti si arrampica sopra come se tu fossi un albero che potesse portarlo, finalmente, in alto;
c’è Isaia, arguto e intelligente, con la testa troppo grossa per quel corpo da bambino, deformato da una schiena che rimane sempre troppo, troppo piegata;
ci sono i piccoli, che come lui vanno a scuola, e che all’arrivo scatenano una baraonda non sempre accettata dai ragazzi più grandi;
poi c’è chi nel centro lavora, a titolo volontario, e manda avanti la baracca tra fare le pulizie, preparare il pranzo, spaccare la legna, gestire quelle galline che, oltre a dare uova e carne, donano un po’ di normalità a quei ragazzi;
e infine ci siamo noi volontari che cerchiamo di tenere attive le menti con numeri, parole, canzoni o giocando e spingendo quelle carrozzine sgangherate che qualche persona di buon cuore ha regalato loro.


Ma, scritta così, sembrerebbe che siano i loro handicap a identificarli, mentre invece sono solo ragazzi con tutte le emozioni tipiche di quell’età: l’ingenuità di Debora, che sorride quando le parlo della mia compagna, la testardaggine di Kevin, l’orgoglio di Mbula, che non vuole aiuti per andare in bagno, la risolutezza di Alicya, sempre pronto ad intervenire quando nasce un contrasto, il loro eccitarsi alla vista delle foto del nostro mondo, così diverso dal loro, lo stupirsi quando li portiamo all’esterno dell’orfanotrofio…
A volte un viaggio è anche questo: è dedicarsi a un’infanzia e un’adolescenza sofferente nel cuore della Tanzania, è sentirsi inadeguati e non sapere cosa poter fare per loro, per poi scoprire che basta essere lì, nient’altro è importante.
Quando sono partito sapevo già che loro mi avrebbero dato più di quanto io potevo dare a loro: è una frase che dicono tutti quelli che vivono questa esperienza, ma quello che non potevo sapere è che la prima sera che qui ha nevicato mi sono trovato a fare una foto da spedire al responsabile dell’orfanotrofio, per farla vedere a quei ragazzi che mai in vita loro hanno visto cadere la neve; non potevo sapere che nei momenti di stanchezza i loro sorrisi, abbracci, lo stupore davanti alle immagini del nostro mondo, sarebbero stati un’ancora di salvezza, mi avrebbero ricordato che, al di là delle sovrastrutture sociali e persino dei corpi, siamo molto di più di personaggi sul palcoscenico della quotidianità…
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