“Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’’umanità, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole…”
Sono parole scritte nello Statuto delle Nazioni Unite, firmato a San Francisco il 26 giugno 1945. Su questa linea di riflessione e impegno troviamo la Nostra Carta Costituzionale, che all’art. 11 afferma “L’Italia ripudia la guerra”.
Sono passati molti anni da quando sono stati scritti questi testi, pilastri fondamentali della convivenza umana. Ma oggi siamo di fronte ad una delegittimazione della stessa ONU, spesso ignorata o fatta oggetto di violenti attacchi da parte di alcuni potenti del mondo, oggi ci ritroviamo in un mondo dove la guerra invece è ritenuta sempre più possibile, a volte auspicabile e giusta.
“Si vis pacem, para bellum” ha detto in Parlamento, lo scorso dicembre 2025, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rendendo tragicamente attuale una frase latina che si pensava ormai dimenticata nei libri di scuola. E il ministro della Difesa Guido Crosetto, inaugurando l’anno accademico degli istituti di formazione dell’Esercito, a Torno lo scorso ottobre 2025 ha affermato: “L’Italia, secondo me, non entrerà mai in guerra. Ma un giorno potrebbe essere costretta a difendersi? Sì, è uno degli scenari possibili, non riesco a dire di no. Per questo dovete essere pronti a quello che accadrà. Fa parte del vostro dovere”.
Il Segretario della NATO, Mark Rutte lo scorso dicembre 2025 ha affermato, con ostentato orgoglio: “Dobbiamo essere preparati alla portata della guerra che i nostri nonni e bisnonni hanno dovuto affrontare”. Il giornalista Angelo Panebianco sul Corriere della Sera criticava “l’irenismo cattolico, che lavora perché l’Italia resti inerme e indifesa”. E diceva: “E’ un lavoraccio, ma qualcuno dovrà pur farlo: convincere i nostri connazionali…”. Per non dire di Nathalie Tocci, politologa ed editorialista italiana, che scrive sull’Economist: “L’invio di truppe sul terreno non aiuterebbe l’Ucraina, ma potrebbe aiutare l’Europa a trovare il coraggio per la guerra”.
E potremmo citare anche Vito Mancuso che scrive su La Stampa: “finché ‘tutti’ non saranno disarmati, bisogna rimanere armati e, se occorre, usare le armi per difendersi”. E mons. Gian Franco Saba, ordinario militare, ha affermato il 4 novembre 2025: “Il cristiano non è un pusillanime, non indietreggia di fronte alle sfide della storia, non evade dalla condizione del proprio tempo indossando maschere artificiose”.
L’elenco potrebbe continuare… Questo ci fa capire come la guerra sia ormai entrata nelle riflessioni e nelle scelte come un fatto ‘quasi normale’, non più come tragedia assoluta. In questo contesto è sempre più difficile parlare di pace. Anche la propaganda della guerra sta diventando sempre più forte e ossessiva, in ogni ambiente.
Risuonano in modo angosciante e di grande attualità le parole di Hermann Göring, al processo di Norimberga: “Certo, la gente comune non vuole la guerra… Ma è sempre facile trascinarsi dietro il popolo… È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre”.
Ecco. Oggi siamo un po’ in questa situazione. Propaganda di guerra e derisione di chi vuole pace. Diceva don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e Presidente Nazionale di Pax Christi, morto nel 1993: “La pace più che un vocabolo è un vocabolario”. E Tonio Dell’Olio commentava su Mosaico di pace:
“Il fiume della pace si nutre di affluenti e sfocia in estuari che hanno nomi impegnativi e profondi come disarmo, economia di giustizia, salvaguardia del creato, legalità e democrazia, diritti umani, nonviolenza, partecipazione, rispetto delle persone, beni comuni… Il suo contrario è una pace disincarnata e incerta. Buona per una filosofia collocata a tre metri sopra il cielo e non impiantata piuttosto tra i bisogni primari di ogni donna e di ogni uomo che vive in questo mondo. È la messa al bando di visioni egoistiche che ricercano e vivono la pace per sé o per il proprio clan, puntualmente sulla pelle degli altri. È l’esatto contrario di operazioni di guerra in cui la pace è prodotto avariato, contraffatto nel suo marchio d’origine, inquinata da interessi altri. Una pace piena e autentica si smarca dal “si vis pacem para bellum” per seminare a piene mani le condizioni della giustizia in cui venga salvaguardata e difesa la dignità di ogni persona e ogni creatura. La pace la impari alla scuola dei poveri. Di quelli spogliati di diritti e di garanzie. Solo se guardi il mondo coi loro occhi impari davvero il nome del fiume, i suoi percorsi e la bellezza delle sue cascate”.
E questo fiume di impegni per la Pace lo troviamo oggi in tanti luoghi, nell’impegno di tante persone. Ne accenniamo in questo dossier che vuole essere un piccolo mosaico con tanti tasselli che ci dicono che la pace non solo è possibile, ma è l’unica strada da percorrere.
Tra le tante voci è da ricordare l’appello, rimasto inascoltato, di oltre cinquanta premi Nobel e Scienziati che hanno lanciato la campagna per il “Dividendo della pace”. Una «semplice proposta per l’umanità»: “avviare trattative per una riduzione concordata della spesa militare del 2 per cento ogni anno, per cinque anni». In questo modo, “enormi risorse verranno liberate e rese disponibili, il cosiddetto ‘dividendo della pace’, pari a mille miliardi di dollari statunitensi entro il 2030”.
E come dimenticare gli innumerevoli appelli contro la guerra e per la pace di tutto il magistero della chiesa, da Benedetto XV, 1 agosto 1917 “questa guerra un’inutile strage” fino a Papa Leone che alla Sapienza di Roma, lo scorso 14 maggio, ha affermato:
“nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!”.
E come non ricordare il Concilio Vaticano II che nella Gaudium et Spes al n. 80 afferma:
“Il progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l’orrore e l’atrocità della guerra. Le azioni militari, infatti, se condotte con questi mezzi, possono produrre distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto di gran lunga i limiti di una legittima difesa. … Tutte queste cose ci obbligano a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova. Sappiano gli uomini di questa età che dovranno rendere severo conto dei loro atti di guerra, perché il corso dei tempi futuri dipenderà in gran parte dalle loro decisioni di oggi. Avendo ben considerato tutte queste cose, questo sacro Concilio, facendo proprie le condanne della guerra totale già pronunciate dai recenti sommi Pontefici dichiara: Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione”.
E non dobbiamo dimenticare Giovanni Paolo II con il suo grido “Mai più la guerra, avventura senza ritorno!”. E Papa Francesco con i suoi innumerevoli interventi a favore della pace e del disarmo, non esitando a dire che sono pazzi coloro che vogliono portare al 2% del Pil le spese militari.
E la sua denuncia era risuonata già al Sacrario di Redipuglia il 13 settembre 2014: “Anche oggi le vittime sono tante… Come è possibile questo? È possibile perché anche oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante! E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: A me che importa?”.
Oggi l’Italia lavora sul progetto GCAP, un caccia di sesta generazione, che vede coinvolta anche l’italiana Leonardo, azienda a partecipazione statale. Il governo ha già promesso di aumentare i fondi per il programma da 3,8 a 8,8 miliardi di euro fino al 2037. “Il GCAP – si legge sul sito di Leonardo SpA – è uno dei programmi più sfidanti e avveniristici per l’industria dell’aerospazio, difesa e sicurezza che garantirà la sovranità tecnologica per le generazioni a venire.”
Che dire? Ecco descritto in poche parole il fascino delle armi e della guerra! Finanziare un cacciabombardiere di sesta generazione come il GCAP non vuole certo dire abbandonare le spese per tutti gli altri investimenti di armi. Basti pensare ai famigerati F35, cacciabombardieri di quinta generazione, prodotti a Cameri (NO). Investimenti miliardari. Un solo aereo F35 costa circa 150 milioni di euro. Solo il casco del pilota costa circa 500.000€.
La spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2025 (secondo il SIPRI) la cifra record di 2.887 miliardi di dollari.
A Sarajevo, nel 1992, qualcuno diceva: ‘la guerra è come un treno: quando parte non riesci a fermarlo e non riesci a scendere’.
“Il virus della guerra è scappato dal laboratorio” – ammoniva don Tonino Bello – “e ora rischia di infettare il nostro modo di pensare e di progettare il futuro”.
L’impegno per la pace passa da una denuncia chiara della follia della guerra, in ogni campo, in ogni settore, per ogni persona, credente o non credente. Sì, è possibile ancora credere che un altro mondo è possibile.