Magazine Alternativa A Numero 1
Anno 2026
Servono ancora le Regioni?
17 Marzo 2026

[1] Questa volta partiamo da un libro arrivato nelle librerie lo scorso ottobre con un titolo piuttosto esplicito

“Un viaggio appassionante nella storia politica italiana, tra centralismo e spinte autonomiste”, declama la presentazione in rete: dall’Unità a oggi. Dal centralismo, dominante il lungo arco dei decenni post-unitari e del regime fascista, alla progressiva apertura al regionalismo nel dopoguerra repubblicano, fino alle odierne pulsioni per l’Autonomia differenziata. Quel perentorio interrogativo del titolo, però, più che evocare un’appassionante carrellata storica, suona come un brontolio di tuono che non promette bel tempo e che lascia più di un sospetto di dove si vada a parare.

Grandi speranze, ma solita solfa

Il neonato Regno d’Italia, nato nel 1861, con i problemi che si trovò ad affrontare per incorporare sette Stati preunitari [2], non poteva che nascere centralista, con buona pace dei Cattaneo e dei Gioberti, e anche le prime caute ipotesi giolittiane di decentramento amministrativo, manifestatesi nel primo scorcio del Novecento, si sbriciolarono contro il muro del centralismo fascista. Poi, alla storica svolta della rinascita repubblicana, gravata dalla priorità di rimettere in piedi e ricostruire il Paese, l’opzione non poté che orientarsi ancora alla centralizzazione dei poteri. Alla Costituente la prospettiva regionalista raccolse, però, consensi quasi unanimi, tanto da essere recepita nella Carta costituzionale (artt. 114, 116, 117 e 123). Ma tra il dire e il fare… per la nascita delle Regioni si dovette poi attendere più di vent’anni [3].

Lo storico Guido Crainz individuava nel processo istitutivo stesso delle Regioni, avviato nel 1970 [4], una prima distorsione: “la concreta attuazione delle regioni venne a smentire – non ad alimentare – la speranza di una riforma democratica dello Stato, di una correzione di metodi centralistici. Pesò negativamente il ritardo (non «innocente») con cui lo Stato trasferì ad esse competenze e compiti, ma ancor di più la trasposizione dei metodi che si stavano diffondendo nel parlamento nazionale (…)cui si darà poi il nome di «pratica consociativa» (…); i nuovi spazi dell’autonomia regionale sono rapidamente invasi dai partiti”. E ancora, “nelle regioni si realizzava quella «clonazione partitica della democrazia» che si sarebbe riprodotta a livelli sempre più bassi (…), nei luoghi, cioè, in cui era destinata a infrangersi – non a inverarsi – quell’ansia di partecipazione che era stata il portato più riconoscibile e profondo del 1968-69”[5].

La tavola è apparecchiata

Nel 2020, in occasione delle celebrazioni per il cinquantennale dell’ente regionale, una delle voci più presenti e autorevoli fu quella di Sabino Cassese, costituzionalista e presidente emerito della Suprema Corte. Il testo di Sales e Spirito cita un suo articolo pubblicato in quell’anno su Il Foglio, una rapida ricerca in rete ne fa emergere altri due [6]. Nell’articolo sul Sole24Ore, Cassese riepiloga l’iter attuativo delle Regioni, a partire dal ruolo promotore svolto dal Partito Socialista che, approdato al governo di Centro-Sinistra nel 1962, ne propugnò l’attuazione verso l’alleato democristiano che “pure le aveva volute (ma) non sentiva più il bisogno” (S). Il trasferimento dei compiti è avvenuto in quattro tappe: 1972, 1977, 1998, 2001; “il passaggio più importante che comportò una modifica costituzionale, fu quello del 2001 perché fu (…) soppresso il controllo (statale)preventivo sulle leggi e sugli atti amministrativi regionali (S).

Nella seconda metà degli anni ‘90, si era passati all’elezione diretta dei presidenti delle regioni, dopo che nel 1993 la stessa procedura era stata introdotta per comuni e province e con il sistema elettorale maggioritario per le politiche. Perciò, questo cinquantennio “è diviso in due parti: nel primo trentennio si mettono le basi. Poi c’è un secondo ventennio, quello che si apre con il nuovo secolo, in cui le Regioni incominciano a lavorare al ritmo spedito di regioni presidenziali, dotate di tutte le funzioni” (F).

L’ordinamento istituzionale delle regioni non era stato, però, oggetto fin dal principio di accurata definizione. “La formulazione volutamente ambigua del Costituente, utile al tempo per raggiungere il compromesso tra le forze politiche, è stata piegata prima da una classe politica regionale che ha tentato di mettere le mani sulla maggior parte possibile di compiti gestionali e poi dalla Lega che, cavalcando il secessionismo padano, prima ha ottenuto i poteri concorrenti delle regioni e poi imposto nell’agenda della maggioranza di destra l’Autonomia differenziata”[7].

Nel primo ventennio di attività, furono trasferiti alle Regioni poteri gestionali in ambiti di importanti servizi collettivi riguardanti, tra l’altro, tutela di territorio e ambiente, infrastrutture, trasporti, istruzione professionale, servizi sociali e, soprattutto, sanità (nel 1978 era nato il Servizio Sanitario Nazionale), un ambito strategico della vita sociale, quest’ultimo, caratterizzato da  una spesa tendenzialmente sempre crescente, oggi ormai oltre al 70% della spesa totale, capace, perciò, di fagocitare gran parte delle risorse, condizionando pesantemente la dinamica politica e i conti pubblici.

Quando «xe pèso el tacòn del buso»

Mentre il trasferimento di competenze alle Regioni procedeva, non senza difficoltà, tra la fine degli Ottanta e gli inizi dei Novanta, due inaspettati eventi, il crollo dei regimi dell’Est e la bomba di Tangentopoli, hanno fatto deflagrare la crisi, fin lì strisciante, dei partiti della Prima Repubblica e debilitato le istituzioni statali. La Lega Nord trovò, invece, terreno fertile per una robusta crescita che le consentì di alzare il tiro delle pretese, puntando a un federalismo divisivo orientato alla secessione della Padania [8] e, nell’immediato, alla pretesa di maggiori poteri per regioni settentrionali sorretti dall’autonomia fiscale.

Nel tentativo di porre un argine, i governi di centro sinistra dell’epoca avviarono riforme orientate a un maggiore decentramento dei poteri, con la riforma degli enti locali e un massiccio trasferimento di competenze alle Regioni; poi, nel 2001 attuarono la riforma del Titolo V della Costituzione, riscrivendo i rapporti tra Stato, Regioni ed Enti Locali a beneficio soprattutto delle seconde, concedendo loro maggiori autonomie e poteri concorrenti. Più che alla sperata pacificazione, le nuove competenze attribuite diedero però innesco a una lunga stagione di conflitti di attribuzione tra Regioni e Corte Costituzionale. Quanto quella riforma abbia migliorato la situazione e smorzato i bellicismi della Lega lo testimonia la sua proposta di legge costituzionale per l’Autonomia differenziata che pende oggi in Parlamento.

C’è poco da stare allegri

Il trasferimento graduale alle Regioni della competenza, pressoché totale, in materia sanitaria ha generato non l’auspicato Sistema Sanitario Nazionale, ma venti differenti sistemi sanitari, i quali (sostengono unanimemente gli autori citati) non solo non hanno migliorato il quadro complessivo della sanità del Paese, ma hanno prodotto gravi squilibri e disuguaglianze dell’offerta e dell’efficienza, a causa dei quali il pieno godimento del diritto costituzionale dei cittadini alla salute e alla cura, indipendentemente dal portafogli di ciascuno e dal luogo dove si vive, non è più oggi garantito, quando non fattualmente negato.

La sanità è così diventata l’emblema paradigmatico dell’insuccesso del regionalismo italiano, manifestato in modo drammatico nel suo momento topico, la gestione della crisi del Covid. “Le regioni sono il grande fallimento che il Covid ha evidenziato con migliaia di morti”[9].“Durante il Covid le regioni hanno ricevuto il massimo della legittimazione istituzionale e hanno mostrato i loro macroscopici limiti (…) abbiamo assistito a una poliarchia ai limiti dell’anarchia piuttosto che al funzionamento di uno Stato decente (…) con i «governatori» che si sono atteggiati a padroni più che amministratori”[10].

Il radicato squilibrio ha generato differenti condizioni tra le sanità regionali consolidandola pratica delle migrazioni verso i nosocomi del Nord. Ne consegue che “la sanità del Nord si regge in gran parte sulle insufficienze di quelle del Sud. Ciò rappresenta il più evidente fallimento delle Regioni, sia nel campo delle competenze specifiche (sanità) ma in genere nel garantire livelli di eguaglianza (…) Le regioni sono oggi fattori attivi generatori di differenze territoriali, nei servizi, nel godimento dei diritti fondamentali. Stanno emergendo come elementi di divisione della nazione, e non di sua più articolata unità”[11].

Sales e Spirito ben rappresentano quella valutazione negativa dell’esperienza regionalista, ormai radicata nel Meridione del Paese, che in mezzo secolo di esperienza ha tratto meno benefici[12]e subìto più svantaggi e che, pur con tutte le puntualizzazioni e le riserve che si vogliano esprimere, risulta impossibile smentire. Non che altrove l’esperienza regionale raccolga unanime plauso. Cassese segnalava un indicatore rivelatore di un’ulteriore allarmante distorsione: in un contesto di progressivo calo della partecipazione alle elezioni, quella per i consigli regionali, che nel 1970 videro la partecipazione superiore al 90% degli elettori, ormai registrano partecipazioni costantemente inferiori alle elezioni politiche, cioè del parlamento nazionale.

Una verifica è presto fatta, accostando i dati delle ultime elezioni politiche, del 2022, a quelli delle ultime regionali, del 2025 (vedi tabella[13]). Un en plein e un assurdo paradosso: “la partecipazione elettorale nazionale è superiore e questo vuol dire che i poteri pubblici che dovevano essere più vicini alla cittadinanza (…) sono considerati dalla cittadinanza più lontani” (S).

Inoltre, il disegno costituzionale prevedeva regioni con carattere di enti di legislazione che si appoggiavano per l’amministrazione agli esistenti apparati provinciali e comunali, invece, ci ritroviamo con venti pesanti e onerosi apparati burocratici che non brillano certo per efficienza[14].

 el. pol. 2022el. reg. 2025
Calabria50,79%43,15%
Campania53,29%44,06%
Marche68,39%50,0%
Puglia56,55%41,83%
Toscana69,75%47,7%
Veneto70,15%44,64%
Tirando le somme

Nel complesso,“quali sono state le performance delle regioni nelle materie che sono state assegnate all’autonoma gestione di questi organismi? I risultati sono stati pessimi: nella sanità, nel trasporto locale e nella formazione professionale, vale a dire nelle aree completamente assegnate alla responsabilità delle Regioni, la situazione è molto peggiore rispetto alla precedente gestione statale” [15].

Le regioni “rappresentano oggi la più forte incrinatura del sentimento nazionale; sbandierate come una possibile soluzione di secolari squilibri territoriali, hanno invece prodotto una potente accelerazione del divario tra Centro-Nord e Sud”[16].Scavalcando, oltre tutto, il dettato costituzionale che dispone tra i propri Principi Fondamentali, cioè “prima di riconoscere e promuovere le autonomie” (S),che la Repubblica Italiana è una e indivisibile”[17].

“Immaginate come soluzione di storici problemi della nazione, (le Regioni) rappresentano oggi la più forte incrinatura del sentimento nazionale (…) Una così radicale eterogenesi dei fini non è riscontrabile in nessun’altra riforma strutturale[18].“Non sarebbe ora di fare (almeno) un bilancio, a distanza di 55 anni dall’istituzione, delle regioni italiane, per misurare punti di forza e punti di debolezza sui quali poter calibrare politiche regionali, nazionali e sovranazionali?” (C)[19].


[1] Isaia Sales e Pietro Spirito, Servono ancora le Regioni? – Per una storia del regionalismo in Italia, Colonnese Editore, Napoli, 2025

[2] Sei e mezzo, per la precisione, perché i territori nord-orientali rimanevano ancora asburgici.

[3] Mancava in Italia una tradizione propriamente regionale cui rifarsi, c’erano, tutt’al più, la stagione medievale dei comuni, la frammentazione rinascimentale, i sette Stati preunitari, però, nessuna delle odierne regioni riproduce quei tracciati. “L’idea di regione è tra le più confuse e ingarbugliate (…) le regioni italiane furono improvvisate nei confini, nei nomi, nelle dimensioni e nel numero complessivo di esse”, in Sales e Spirito, cit., p. 27-28.

[4] Legge n. 281 del 16 maggio 1970, che ha reso operative le prime 15 regioni (le cinque a statuto speciale già esistevano), seguita dal D.P.R. n. 8 del 15 gennaio 1972 che ha trasferito le funzioni.

[5] Guido Crainz, Il Paese mancato – Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli Editore, Roma, 2005, pp. 419-421.

[6] Tutti i tre articoli di Cassese meritano di essere letti: in Il Foglio del 15.09.2020,Le Regioni cinquant’anni dopo; in Il Sole24Ore del 10.05.2020, Le Regioni hanno cinquant’anni ma il bilancio è magro; in Corriere della Sera del 10.09.2025, Regioni, un’istituzione da ripensare. Gli articoli sono identificati nelle citazioni presenti nel testo con (F), (S) e (C).

[7] Sales e Spirito, cit., p. 230.

[8] Cioè, dell’intero settentrione italiano, come primo passo verso una federazione italiana tripartita in macroregioni: Nord, Centro e Sud, secondo l’idea del politologo Gianfranco Miglio, docente in Cattolica e ideologo della Lega.

[9] Sales e Spirito, cit.,228.

[10] Ibidem, p. 20.

[11] Ibidem, p. 243.

[12] Fatti salvi, ovviamente, quei parziali benefici a vantaggio di particolari situazioni o di ristretti gruppi sociali.

[13] Dati Eligendo.

[14] Le regioni hanno “più di 70 mila dipendenti ai quali va aggiunta una gran parte dei 700 mila addetti alla sanità pubblica, in Sales e Spirito, cit.,p. 239.

[15] Ibidem, cit.,pp. 230-231.

[16] Ibidem, p. 227.

[17] Art. 5 della Costituzione della Repubblica Italiana.

[18] Ibidem, p. 227.

[19] Conclusione a margine: tante citazioni del Meridione sono un buon pretesto per proporre una perla della canzone napoletana; il video non è dei migliori, ma l’interpretazione… (chi, come me, non è di madrelingua trova il testo in rete).