«Che cosa possiamo fare noi per costruire la pace?».
È questa la domanda che ha accompagnato l’incontro dei ragazzi della Loris Manzoni di Villadossola, il 15 maggio 2015, con don Renato Sacco, invitato per la sua esperienza nei territori segnati dalla guerra e per il suo impegno pluriennale nella promozione della cultura della nonviolenza.
Attraverso fotografie e filmati abbiamo scoperto una realtà spesso lontana dalla nostra quotidianità: un muro che divide quartieri, abitazioni e persino il giardino di un asilo nido; lo stesso muro che chiude l’ingresso di un piccolo negozio di souvenir gestito da due ragazze palestinesi; bambini costretti ad andare a scuola accompagnati da una camionetta della polizia; un edificio scolastico fatto di copertoni di camion, distrutto più volte dalle milizie e più volte ricostruito da cittadini comuni che credono nella forza dell’istruzione.
Don Renato ha poi raccontato ciò che ha visto durante i suoi viaggi: le sofferenze provocate dalla guerra, la distruzione e l’impiego di armi dagli effetti devastanti per persone, case e ambiente. Le sue parole, sempre rispettose ma dirette, ci hanno aiutato a comprendere quanto la guerra lasci ferite profonde materiali e umane.
Accanto al dolore, però, è emerso anche un forte messaggio di speranza. Don Sacco ci ha parlato degli incontri con uomini e donne che, pur vivendo ogni giorno il conflitto, continuano a rifiutare la violenza e a credere nel dialogo. Ci ha raccontato dei bambini che, nonostante tutto, continuano a sognare un futuro di pace, nel quale sia possibile crescere senza paura.
Il nostro ospite è tornato sulla domanda iniziale: noi come possiamo diventare “portatori di pace”? Ha risposto che la pace si costruisce anche attraverso piccoli gesti quotidiani: informarsi, raccontare ciò che accade nel mondo, condividere quanto si è imparato con la propria famiglia e con gli amici, scegliere il rispetto e il dialogo nelle relazioni di ogni giorno.
Nei giorni seguenti abbiamo riflettuto sul valore delle parole, capaci di ferire oppure di unire. Abbiamo così distinto le “parole di guerra” dalle “parole di pace”, scrivendole su cartoncini colorati. Le parole che richiamavano odio, violenza, discriminazione e prepotenza sono state simbolicamente stracciate e distrutte, a rappresentare il nostro rifiuto di ogni forma di conflitto. Le parole positive, invece – come pace, amicizia, speranza, uguaglianza, dialogo, rispetto e solidarietà – sono state raccolte in un grande cartellone donato a don Renato come segno del cammino compiuto insieme.
E quel seme di pace ha continuato a germogliare. Con l’avvicinarsi del Natale abbiamo deciso di trasformare le riflessioni condivise in un’opera capace di parlare a tutta la scuola: un presepe speciale, allestito nell’atrio dell’edificio.
Non si trattava di una rappresentazione tradizionale. Al centro della scena c’era una valigia che custodiva la Natività: simbolo del viaggio della vita, ma anche della condizione di chi oggi è costretto a lasciare la propria casa per cercare un luogo sicuro dove vivere.
Intorno alla valigia abbiamo costruito alcuni diorami in scatole scure, immagini delle tante ombre che attraversano il nostro tempo. Da esse partivano frecce nere che portavano verso la grotta parole come guerra, odio, solitudine e ingiustizia, a rappresentare il dolore e le ferite dell’umanità.
Ma proprio dalla nascita di Gesù prendeva avvio il cambiamento. Dalla valigia uscivano frecce luminose che trasformavano il buio in speranza, portando parole come amore, pace, equità, giustizia e unione. Le frecce raggiungevano altre scatole, dove erano rappresentate scene di accoglienza, solidarietà e fraternità: il segno che il bene può diffondersi e generare altro bene.
A completare il presepe, nel cielo stellato brillava una stella cometa con le parole di una canzone che hanno accompagnato il nostro percorso: «Ma contro ogni terrore che ostacola il cammino il mondo si rialza col sorriso di un bambino.»
Questo progetto ci ha insegnato che la pace non è un concetto astratto né un sogno irraggiungibile. È una scelta quotidiana che nasce dall’ascolto, dal rispetto e dal coraggio di costruire relazioni autentiche. Anche i bambini possono essere costruttori di pace e, con i loro piccoli gesti, contribuire a rendere il mondo un luogo più giusto e felice.