Magazine Alternativa A Numero 2
Anno 2025
Scriverare
3 Giugno 2025

L’apprendimento della scrittura a mano, oggi, nei bambini che vivono il mondo digitalizzato

Ricordi, profumi, suoni. 1970, io una piccola remigina, grembiule bianco, fiocco blu, cartella di colore pendant col nastro annodato. Non fui però remigina e varcai la soglia dell’aula molto dopo il primo ottobre.

Settembre, tempo d’oro per la raccolta del boleto dal piede rosso. Il nonno, suo appassionato cercatore, mi recava con sé a rovistare tra le foglie alla ricerca del pregiato porcino, il ferée.

Magnifico il suo gambo rosso che al taglio vira al blu, viola e verdastro.

Un pomeriggio, nonno alla guida, mamma, zia, sorella e io, stipati sulla cinquecento azzurra, torniamo dalla montagna, mi lasciano sul ciglio della strada accanto alla bottega della signora Giulia, la mamma mi ha detto di comprare qualcosa, di far segnare sul libretto e poi “chiedi alla signora Giulia di farti attraversare la strada, come sempre”. Non rammento cos’è quel qualcosa che devo comprare perché, e questo ben lo ricordo, mentre la mamma mi dava istruzioni per la spesa, io pianificavo di attraversare la strada da sola, andare a casa, è appena di fronte alla bottega, cambiarmi quegli stivaletti bianchi di gomma, così sporchi di terra, dei quali mi vergognavo e con i quali non potevo certo entrare in negozio.

Così feci e… un lampo e poi fu tutto nero. La mamma, dall’altro lato della strada non aveva ancora varcato la soglia di casa, si voltò e vide a terra il vestitino azzurro con le coccinelle.

Per mia fortuna finì bene: qualche ammaccatura e una cicatrice, per ricordo, sul sopracciglio.

Per questo non fui remigina ed è forse per questo che ho impresso nella memoria il primo giorno di scuola, l’abbecedario appeso alla parete: ape, erba, oca, imbuto, uva. Il quaderno piccolo, formato A5, il profumo della carta, il suono ruvido della matita sulla pagina, le aste, gli occhielli e le cornicette.

Scrivere in corsivo, la mano timida e rigida un po’ dolorante ma poi la soddisfazione, il piacere di scivolare lisci sul foglio e vedere come viene.

Un ricordo, uno spunto per riflettere sul significato dell’apprendimento della scrittura a mano, oggi, nei bambini che vivono il mondo digitalizzato.

Sono sempre di più gli studi sull’impatto che le tecnologie hanno sullo sviluppo delle competenze e abilità nei bambini. La bussola che orienta e indica l’orientamento da seguire non è demonizzare o enfatizzare la tecnologia in generale ma, a mio modesto avviso, operare per il benessere digitale delle bambine e dei bambini accompagnandoli alla scoperta del digitale nel rispetto del loro sviluppo cognitivo ed emotivo.

Uno  studio norvegese  del gennaio 2024 ha indagato le possibili implicazioni sul cervello umano in correlazione al progressivo ridursi della scrittura tradizionale a mano, sempre più sostituita dalla scrittura digitale. Da questa ricerca sulle reti neurali del cervello, che ha messo a confronto la scrittura a mano con quella digitale, è emerso che, quando si scrive a mano, le informazioni visive e dei movimenti della mano, controllati con precisione, aumentano maggiormente la connettività fra diverse aree del cervello. Questa maggior connettività è essenziale per la memoria e la codifica delle informazioni per cui la scrittura a mano non è archiviabile come sterile esercizio motorio, ma supporta l’apprendimento in generale, migliora l’ortografia e la capacità di ricordare.

La scrittura a mano è una fondamentale abilità sensomotoria che richiede anni per svilupparsi, è un processo di apprendimento complesso che coinvolge aspetti cerebrali, neurologici e di sviluppo fisico. È assodato che gli apprendimenti più efficaci che favoriscono crescita ed evoluzione armonica, sono veicolati dal corpo, dall’esperienza e dalla sensorialità. Per scrivere è necessario avere una buona motricità fine, allenare gesti piccoli delle dita, sperimentare la manualità, queste abilità hanno una positiva ricaduta sulla grafomotricità. L’apprendimento della grafia procede per diverse tappe, fra le prime vi sono il controllo posturale, la prensione della matita, le abilità visuo-percettivo spaziali, la traccia dell’orientamento corretto delle singole lettere nonché i segni di legatura.

Un efficace allenamento nell’apprendimento della scrittura manuale e un’adeguata automatizzazione del gesto grafico si ripercuotono anche positivamente su altri aspetti che sono connessi a questo apprendimento, primo fra tutti l’articolazione del pensiero, la capacità di logica e associativa. Insegnare a scrivere a mano e in corsivo, attraverso il potenziamento di funzioni importanti come l’attenzione, la concentrazione, la memoria e l’astrazione, contribuisce anche al miglioramento della qualità di quello che scrivono i bambini e le bambine.

Dunque, tante funzioni e competenze sensoriali, visive, motorie e cognitive sono coinvolte nella scrittura manuale, molte meno quelle necessarie nella scrittura digitale che richiede gesti semplificati e ripetitivi. Dagli studi è emerso che si imparano più rapidamente e facilmente le lettere che scriviamo a mano rispetto a quelle digitate sulla tastiera.

È importante promuovere nei bambini fin da piccoli tutte quelle esperienze propedeutiche alla scrittura, proprio per favorire quella connettività neuronale che facilita l’apprendimento di più competenze, non solo della scrittura. Insegnare a scrivere in corsivo non significa “insegnare all’antica” e non vuole nemmeno dire escludere i progressi del digitale, ma essere consapevoli e scegliere, valutare quale approccio ha il miglior effetto sull’apprendimento e in quale contesto.

Scrivere è un gesto complesso che incomincia da lontano, un gesto carico di emozione e intelligenza che non si può disgiungere dal pensiero; come è già stato detto, non ricordo da chi: “scrivere è pensiero”.

Allora non possiamo trascurare questo apprendimento, che rimane la più sofisticata prassia che possediamo, ed è ancora il mezzo principale che si usa a scuola.

È stato pubblicato, nel mese di marzo di quest’anno, il documento, per l’avvio della fase di consultazione della bozza per le nuove indicazioni nazionali  per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo che andranno a sostituire, dall’anno scolastico 2026/2027, quelle del 2012. A pag. 13 vi è un paragrafo che, un po’ enfaticamente, titola: “Scrivere è vivere. E si apprende a scuola”. Viene lì riconosciuto il valore dell’apprendimento della scrittura e specificatamente in corsivo, poi è a mio parere fuorviante contrapporre questo apprendimento all’uso delle tecnologie e affermare che “allontana i bambini dagli schermi e permette di tutelare gli spazi vitali dell’esperienza concreta”. 

Indubbiamente l’uso delle mani, il modo di fare esperienza con le mani è cambiato negli anni. Pensiamo ai nostri bambini, ai quali offriamo meno opportunità di fare esperienze manuali nella quotidianità, sia a casa che a scuola: sostituiamo i bottoni con le cerniere, i lacci delle scarpe con il velcro, l’uso del coltello a pranzo è pericoloso, scartare caramelle non è più necessario – sono dentro la scatoletta di carta – ad aprire la merenda ci pensa il papà, il punteruolo, il meccano e il lavoro a maglia sono fuori moda. Alla scuola dell’infanzia impugnano pennarelli troppo grandi che costringono a prensioni disfunzionali, le matite sono una rarità, i pennelli, con le loro punte, possono rivelarsi armi accecanti.

Frequentemente i bambini usano le mani sempre di più per digitare su cellulari, smartphone e tablet, oppure non le impegnano affatto stando davanti ad uno schermo.

Il punto non è nuove tecnologie vs antiquati giochi di una volta, ma cercare di non perdere funzionalità e abilità manuali estremamente raffinate che ci consentono apprendimenti complessi e di cui abbiamo ancora necessità, se non altro perché a scuola carta e penna sono ancora gli strumenti privilegiati di apprendimento.

In futuro chissà, forse la penna sarà uno strumento desueto come lo sono inchiostro e pennini, ma oggi avere cura dell’apprendimento della scrittura significa anche ridurre il numero di bambini etichettati come disgrafici quando in realtà non lo sono: semplicemente tanti bambini hanno difficoltà lacunari che derivano da un mancato insegnamento.

Le linee guida DSA pubblicate nel 2022 specificano che la valutazione della grafia si riferisce esclusivamente all’allografo corsivo e solo attendendo il termine della classe terza primaria è possibile fare diagnosi di disgrafia[1]; va da sé che se non vi è  insegnamento e apprendimento della scrittura in corsivo nel periodo precedente i casi di disgrafia aumentano. Di fronte a bambini che presentano fragilità o difficoltà nella scrittura a mano, soprattutto nel carattere corsivo e nei primi due anni di scolarizzazione, l’atteggiamento diagnostico deve essere cauto come raccomandato dalle linee guida.

Dobbiamo aiutare le bambine e i bambini a scriverare, a imparare a scrivere gradualmente e con piacere, partendo appunto da lontano: dal fare esperienze di movimento globale, motricità fine, di gioco motorio e manipolazione e solo dopo “dare la matita in mano”.

Scriverare è la parola inventata da mia figlia Viola quando, da piccola, incominciava a divertirsi con matite, colori e pennelli. Scriverare fa rima con giocare, inventare, sognare: è quello che faceva la piccola Viola mentre scopriva il piacere di lasciare tracce, impronte su un mare bianco di carta, su di un vetro appannato, nel riflesso di uno specchio.

Sono affascinanti i bambini quando, alle prese con il linguaggio, lo trasformano, lo manipolano secondo regole che intuiscono e attribuiscono arbitrariamente, creano parole magiche, spesso molto concrete e legate alle esperienze che vivono.


[1] In particolare, le raccomandazioni presenti nel quesito sulla diagnosi di disgrafia, invitano ad attendere il termine della terza classe della scuola primaria per la sua formulazione, perché le difficoltà grafomotorie tendono a riassorbirsi con un esercizio e una istruzione adeguati, passando dal 67% al 20% dei casi