Magazine Alternativa A Numero 1
Anno 2025
Rivalorizzare la funzione del lavoro sociale con nuove prospettive di crescita e futuro
25 Marzo 2025

Come arginare la mancanza di figure professionali in ambito sanitario e socio assistenziale: a colloquio con Barbara Daniele, neo eletta vicepresidente di LegacoopSociali, responsabile di LegacoopSociali Piemonte, con delega alle professioni

Anche se sono trascorsi alcuni anni, il Covid è stato sicuramente il punto di svolta che ha diviso un prima e un dopo. Non è stato certo l’unico fattore scatenante, le criticità arrivano da lontano e sono trasversali a diversi settori. Quello che sicuramente è emerso, dopo la pandemia, è stato il bisogno delle persone di mettere al centro la capacità di conciliare vita e lavoro; ne sono state testimonianza il grande numero di dimissioni post pandemia e la drastica carenza di alcune figure professionali, un fenomeno che coinvolge trasversalmente tutto il nostro Paese e non solo.

A giugno 2022 su quasi 560mila entrate al lavoro previste, 219mila (39,2%) risultavano di difficile reperimento. Nello stesso mese del 2019, il valore si attestava al 25,6%. A crescere è stata la carenza di candidati (23,7% nel 2022 contro il 12,2% del 2019).

Tra i profili divenuti sempre più difficili da reperire sul mercato del lavoro ci sono i farmacisti, i biologi e i medici e, a seguire, i tecnici della sanità e dei servizi sociali.

Ne abbiamo parlato con Barbara Daniele, responsabile di LegacoopSociali Piemonte, con delega alle professioni, neo eletta vicepresidente nazionale di LegacoopSociali.

Barberis Negra – Le professioni legate agli ambiti “salute e cura” sembrano quelle più a rischio. Come mai?

Daniele – Diversi sono i fattori. Primo fra tutti, e riguarda tutto il mercato del lavoro, il calo demografico: tra 2018 e 2021, la popolazione in età da lavoro si è ridotta con una perdita di 636mila residenti (-1,7%), di cui 262mila con meno di 35 anni (-2,1%).

Per quel che riguarda le professioni sanitarie e socio assistenziali si aggiungono temi quali:

  • l’assenza di prospettiva di carriera in alcune professioni (ad esempio infermieri e OSS);
  • i turni impegnativi di notte e nel week end;
  • il rischio di burnout;
  • le MAD (Messa a disposizione), che hanno indirizzato molti educatori verso l’insegnamento;
  • il riconoscimento del “livello” in base al titolo di studio, fattore che ha penalizzato persone che lavorano da molto, con tanti anni di esperienza, mancanti, però, della laurea specifica richiesta;
  • una retribuzione non sempre adeguata, in particolare nella cooperazione sociale nell’ambito della quale lo stigma del cosiddetto “lavoro povero” è difficile da scardinare, nonostante il recente rinnovo del Contratto collettivo di settore.

Barberis Negra – Lo scorso anno però ci sono stati, anche con il contributo di LegacoopSociali, degli interventi atti a risolvere, almeno in parte, queste problematiche. Cosa è cambiato?

Daniele – All’inizio del 2024 è stato rinnovato il Contratto della Cooperazione sociale con un aumento retributivo medio del 15% nei tre anni, aumento assolutamente dovuto agli operatori del sociale, ma che ha messo in difficoltà le imprese a fronte del mancato riconoscimento degli incrementi da parte della Committenza pubblica. Peraltro, l’aumento, seppure consistente, non ha compensato completamente la perdita di potere d’acquisto degli ultimi anni né il gap differenziale tra privato sociale e pubblico.

Per quel che riguarda invece il “livello” sono stati presi diversi provvedimenti, anche in ambito regionale, con la definizione di riconoscimenti un po’ ibridi, ma bisogna intervenire sul piano normativo e livellare definitivamente tutte queste differenze. Un ruolo, in tal senso, lo possono giocare gli ordini professionali; si sta istituendo, ad esempio, anche quello degli educatori psicopedagogici.

Barberis Negra – A fronte della mancanza di figure professionali e di profili specifici, non intercambiabili, si evidenzia un’ulteriore difficoltà: il problema della sostenibilità e dell’impossibilità di erogazione dei servizi per mancanza di personale.  Come si può intervenire in tal senso?

Daniele – Durante la pandemia, con un provvedimento regionale, era stata consentita un po’ di flessibilità per supplire al passaggio delle figure socio-sanitarie verso il servizio pubblico, per evidenti necessità emergenziali. Lo stesso modello è stato replicato anche nel 2024, proprio per riuscire a garantire la continuità dei servizi. Sono però necessari interventi strutturali in quanto le difficoltà di reperimento sono in costante crescita e non possono essere superate con provvedimenti temporanei.

Si sta lavorando per introdurre la nuova figura del “super OSS” o assistente infermieristico, con competenze aumentate e integrate e, come LegacoopSociali Piemonte, stiamo cercando di capire come verrà declinato nella nostra Regione.  Questa figura dovrebbe creare una prospettiva di carriera per gli operatori socio sanitari e sgravare gli infermieri da una serie di mansioni.

In questo momento stiamo anche lavorando alla creazione di percorsi di ingresso per lavoratori stranieri, in particolare per risolvere il problema dell’equipollenza del titolo.

Stiamo intervenendo sulla formazione, soprattutto per i profili non universitari, attivando delle specializzazioni, ad esempio per gli OSS, a seconda dell’ambito in cui opereranno. Questo ci permetterebbe di guidare il singolo operatore verso scelte più consapevoli rispetto al proprio lavoro futuro e al carico emotivo che comporterà, verificando in anticipo le aspettative di ognuno.

Lo stesso vale per gli educatori che, quando terminano il percorso universitario, non sanno esattamente in cosa consisterà la loro occupazione. Stiamo quindi organizzando con gli Atenei percorsi di tirocinio presso le nostre cooperative e giornate informative durante le quali illustrare dettagliatamente quale sarà l’operatività sul campo.

In questo momento, tra l’altro, la carenza più significativa è rappresentata proprio, nel socio-assistenziale, dagli educatori. La delibera regionale del periodo pandemico, ripresa nel 2024, aveva ovviato in parte al problema, creando una fungibilità con altre figure professionali, quali gli psicologi, anche se questo tipo di “sostituzione” non è semplice, specie in contesti come la psichiatria, la disabilità, la non autosufficienza, ambiti che, oltre alle competenze professionali, richiedono specifiche attitudini di relazione.

Barberis Negra – I dati parlano anche di una grave mancanza per quel che riguarda i medici di base. Legacoop si sta attivando anche in questa direzione?

Daniele – Stiamo lavorando con le Cooperative di Medici di Medicina Generale, in collaborazione con le Cooperative Sociali e le Società di Mutuo Soccorso con l’obiettivo di offrire sui territori servizi di prossimità: Case di comunità Hub e Spoke per garantire servizi di salute e sociali e sgravare i pronto soccorso da codici bianchi e gialli.

Barberis Negra – A volte il lavoro sociale svolto dalle cooperative o da enti no profit viene considerato al pari del volontariato, a volte viene considerato di “serie B”, per alcuni dei motivi di cui sopra, ma non solo. Come vi state muovendo per superare anche questo gap?

Daniele – Stiamo lavorando veramente tanto per valorizzare il lavoro sociale come lavoro professionale, anche per ovviare a fraintendimenti con attività di volontariato puro.

Gli operatori sociali, come educatori e infermieri, sono figure di accertata professionalità e, come ribadito, per questa professionalità devono essere giustamente retribuiti. Per contro, ci rendiamo conto che tenere come valore discriminante “la professionalità” rischia di fare dimenticare un altro aspetto valoriale fondamentale del terzo settore: i nostri operatori sono cooperatori, soci e partecipi della gestione democratica della propria cooperativa. Se si perde tale dimensione in funzione di un apporto lavorativo caratterizzato esclusivamente dall’aspetto professionale, si rischia di perdere la componente valoriale che da sempre è insita nel concetto di lavoro sociale. Al tempo stesso, al di là dell’aspetto mutualistico, della finalità non lucrativa e del perseguimento dell’interesse generale, non va dimenticato che le cooperative sono anche imprese che devono stare sul mercato e avere una propria sostenibilità economica e devono poter remunerare i fattori della produzione, primo fra tutti il lavoro, che incide per oltre il 70% sulla tariffa del servizio. Insomma un equilibrio fra professionalità adeguatamente remunerata e valore del lavoro sociale, fra impresa e mutualità, non sempre facile da ottenere.

Barberis Negra – Quanto pesano ancora, anche agli occhi dei nuovi potenziali soci-lavoratori, valori come la mutualità, la cooperazione, etc.?

Daniele – Bella domanda. Da tempo ci interroghiamo in merito, rendendoci conto che la cooperazione deve lavorare molto sulla sua identità, cercando di togliersi di dosso gli stigmi, costruiti nel tempo, di un lavoro sottopagato, con turni estenuanti, in contesti di lavoro non attraenti, etc.

Stiamo lavorando su obiettivi precisi anche in questa direzione, investendo sul senso di appartenenza del socio e del lavoratore; aggiornando e praticando strumenti di partecipazione che rinforzino il coinvolgimento dei soci, prendendoci cura della fragilità dei lavoratori; risignificando la funzione sociale della cooperativa, ricalibrando l’azione operativa selezionando attività e servizi utili a caratterizzare la propria identità e funzione sociale e a garantire prospettive reali di sostenibilità economica e impatto in termini di qualità del servizio; e, soprattutto, rivalorizzando la funzione del lavoro sociale.

Ci stiamo muovendo su tante strade diverse per ovviare a questo periodo di difficoltà alla cui base rimane, però, un inverno demografico di cui è difficile immaginare una controtendenza.