Magazine Alternativa A Numero 2
Anno 2025
Quando la scuola era elementare
3 Giugno 2025

Trent’anni di lavoro, tra rinnovamenti evolutivi e degenerazioni dall’andamento lento

Il lavoro di maestra l’ho iniziato per caso, partecipando all’ultimo “concorsone” storico del 1991, indetto nella provincia di Novara. Migliaia di candidati e centinaia di reclutamenti.

A settembre 1991 inizia la mia carriera in una piccola scuola di montagna, sola, senza alcuna esperienza didattica, con cinque alunni e le chiavi della scuola per aprire e chiudere. Il primo anno di servizio lo ricordo molto naïf, senza alcuna formazione specifica e senza alcuna guida. È stato necessario ricorrere a tutto il buon senso maturato negli anni precedenti, lavorando in ambienti più disparati, e a una forte dose d’incoscienza. Nessun capo servizio si è interessato al mio operare professionale, nel bene e nel male. Mi sono attenuta alla regola della collega di riferimento, tutor per il mio anno di prova, che, chiamata nei momenti più disperati con i timori angoscianti del principiante, mi diceva: “Tu non chiedere niente, non dire niente e non fare niente. Dì sempre sì, va bene. Il tempo passa e l’anno finisce”. E tutto è andato liscio.

Dall’anno successivo mi sono trasferita nella sede di lavoro più strutturata e mai più cambiata, ormai da trentaquattro anni. Una piccola scuola con cinque classi e almeno due maestre per classe. Qui è iniziata la costruzione della mia consapevolezza di lavoro, dell’importanza del mio operato nella formazione della futura umanità e dell’apprendimento di tutte le regole di servizio ma, soprattutto, delle consuetudini implicite che attengono ai rapporti di colleganza, sfondo dell’agire didattico quotidiano.

Per molti anni ho avuto la libertà di osare nella sperimentazione di progetti, etichettabili come innovativi. L’esperienza principale è quella legata alla cinematografia scolastica, con la produzione di numerosi cortometraggi di vario genere, che ha previsto l’organizzazione di molteplici esperienze sul territorio con gli alunni, che oggi sarebbero difficili da immaginare per le aumentate limitazioni di sicurezza, giuste ma spesso eccessive.

In tutti questi anni trascorsi a scuola ho partecipato ai lenti cambiamenti all’interno di un sistema sostanzialmente statico. Ciò che non varia mai è il ritorno ciclico degli aspetti che devono essere rinnovati. Periodicamente si proclamano cambiamenti epocali di aspetti nodali, soluzioni definitive che, però, dopo qualche tempo ritornano sempre. L’immagine dell’evoluzione storica dei fatti della scuola non è una retta ascendente, bensì una spirale elicoidale: tutto ritorna con qualche modifica ma, a cadenza periodica si riapre la discussione, con l’illusoria idea che si possa pervenire alla soluzione finale e perpetua.

In questo moto ricorsivo e imperituro risiede la vitalità della scuola che deve procedere con l’accoglienza di nuove idee e la possibilità della loro crisi. Ciò che è sbagliato è la presunzione di aver lasciato una brutta scelta e aver trovato la via aurea assoluta.

Parlare di cambiamenti nella scuola è una materia difficilmente afferrabile e complessa.
Vorrei cominciare da alcuni esempi più superficiali, linguistici, perché nel corso degli anni sono cambiati alcuni concetti e termini. 

C’è stato un tempo, alla scuola elementare, nel quale veniva riconosciuta alla maestra la dote di “buonsenso” come garanzia di qualità del lavoro. 

Il buonsenso è un concetto banale, privo di validità scientifica, non misurabile, con un sapore antico e contadino. Sembra appartenere alla parte istintiva e sensomotoria dell’uomo. Ma in questi lunghi anni di lavoro a scuola, mi è capitato di utilizzarlo per spiegare scelte rapide, legate al benessere dei bambini, delle colleghe, dei colleghi e delle famiglie. Credo sia il modo per dire di una qualità umana, miscela di intelligenza, empatia, esperienza, senso pratico e competenza nel problem solving.

Oggi il buonsenso è âgé, impopolare e considerato retrogrado, per questo di tanto in tanto lo utilizzo per agitare un po’ le acque torbide. Oggi va di moda la “sicurezza”, concetto dal doppio registro: quello formale, come insieme di regole e procedure a tutela delle persone e degli ambienti di lavoro, e quello quotidiano, pratico e poco misurabile, invocato a scuola quando si vuole proibire qualcosa senza tante storie. Fa paura prendersi la responsabilità di azioni che potrebbero contrastare la sicurezza. Si erge il muro: “È un problema di sicurezza”, insormontabile e indiscutibile che, però, nella pratica si percepisce con un ampio ed elastico range di applicazione.

Anche la definizione di “maestra” è stata lentamente sostituita da termini più formali, come insegnante e docente. La mia impressione è che questo cambio copra il sentimento di inferiorità che aleggia sulla statica categoria. In un tempo passato, invece, l’autorevolezza della maestra era indiscutibile, la maestra era un monumento. 

Perfino l’appellativo relativo al capo servizio è cambiato, per anni “direttrice/direttore”, dal sapore più emotivo e morale, successivamente trasformato in “preside” e, fino agli anni più recenti, in cui si utilizza comunemente la denominazione di “dirigente”, e, poiché ogni parola ha un proprio significato, questa nuova pare delineare una funzione concentrata, più che alla dimensione didattica, ad aspetti organizzativi, di management, di vigilanza normativa, della sicurezza, della gestione economico-finanziaria, del marketing. Infine, la “scuola elementare” ha lasciato il posto a “scuola primaria”, più elegante e internazionale. 

Questi cambiamenti linguistici mi sembra siano anche un tentativo di credere che si operi per modernizzare e professionalizzare mansioni che, fino a pochi anni fa, appartenevano alla categoria dei lavori con una forte scelta vocazionale di stampo cattolico. I lavori vocazionali sono impregnati di moralismo che rende difficile la costruzione di una coscienza politica e del sentimento di appartenenza a una categoria di lavoratori con il diritto al riconoscimento professionale ed economico. 

La situazione sembra insanabile per varie componenti proprie del comparto scolastico che sostanzialmente rimane invariato; il personale è organizzato in poche fasce di competenza lavorativa e retributiva, c’è una base enormemente allargata, formata dai docenti, che esercita la stessa funzione e lo stesso monte ore di lavoro, con minime differenze di stipendio determinate esclusivamente dall’anzianità di servizio e c’è una fascia esigua composta da pochi funzionari coordinatori, con mansioni dirigenziali e con un compenso differente. Un mondo immobile che ancora oggi ha un reclutamento dei docenti professionisti che bypassa la formazione accademica certificata, per perdersi nelle molteplici graduatorie e ricorsi di cui mi è sempre stato difficile comprendere la formazione. Insomma, un dinosauro sopravvissuto che cerca di vivere nel 2025.

Entrando un po’ più nello specifico del lavoro posso indicare, tra molte, alcune aree che meritano una riflessione.

L’organizzazione del servizio negli anni, con una accelerazione dalla comparsa del decreto relativo all’autonomia scolastica, ruota attorno alla copertura oraria, ricercando il minore dispendio economico possibile. Poi si pensa alla didattica. Dai miei inizi, nei quali una schiera di “riserviste” attendeva ogni mattina la chiamata per le supplenze anche brevissime, ad oggi, dove si operano contorsionismi nell’orario di servizio, per ogni evenienza. Si è passati dalla rilassatezza per arrivare alla stortura. Da assenze eccessive, prive di preoccupazione di copertura del servizio, al rigore di oggi che mette spesso in affanno e permea di stress, il personale in servizio.

La programmazione delle attività educativo-didattiche procede con una certa libertà e ogni docente in classe fa come crede e riesce. In tutti questi anni sono intervenuti cambiamenti linguistici, compaiono nuovi termini e ne cadono in disuso altri ma, se penso al mio lavoro quotidiano, in sostanza non è cambiato.

Un altro aspetto costantemente discusso nel tempo è quello relativo alla valutazione degli alunni. Nel mio percorso ho attraversato varie modalità: dagli iniziali giudizi descrittivi per ogni “materia”, ai giudizi sintetici, ai voti in decimi, ai livelli per gli obiettivi di ogni “disciplina”, fino ad oggi con il ritorno dei giudizi sintetici. Non c’è pace. In fondo credo che la difficoltà sia legata alla responsabilità di operare dichiarazioni di merito verso i bambini, che fa vivere i giudizi espressi come macigni che possono condizionare l’evolvere o generare controversie tra scuola e famiglia.

C’è un fatto trasversale e immutato, dall’allora dei miei inizi, fino al presente di oggi, il vasto serbatoio delle maestre e dei maestri, immenso e piatto. Privo di ogni possibilità di carriera. Fare carriera significa essere riconosciuti, umanamente ed economicamente, nell’espressione della creatività personale lavorativa. Quello che viene comunemente detto “riconoscimento del merito”. A scuola non esiste, di tanto in tanto invocato, ha un sapore fasullo, impraticabile. L’ultimo tentativo, che ricordo, di applicare scelte di merito sul personale fu lanciato qualche anno fa, senza trovare nei docenti né accoglienza, né la possibilità di applicazione, proprio per la struttura istituzionale della scuola.

In questi ultimi anni del mio lavoro, vivo un pronunciato senso d’impotenza e di limitazione nell’agire lavorativo, che rende il mio operare piatto e pieno di paura di incorrere in qualche errore punibile. Con sempre maggior frequenza la categoria delle maestre è sotto osservazione e spesso criticata, se non assaltata. Ci sono limiti oltre i quali non è possibile svolgere adeguatamente il nostro lavoro e che, se superati, ci fanno perdere la dignità professionale e personale. Non si dovrebbe perdere di vista quali siano i principi del nostro agire come categoria lavorativa, si dovrebbe difendere la competenza maturata attraverso studi preliminari, l’esperienza sul campo e la continua formazione che rende capaci professionisti. L’incentivo al merito non dovrebbe essere una gratifica per qualcosa di eccezionale, ma il giusto compenso per la fatica quotidiana e per l’importanza del nostro agire.

La scuola è centrale in ogni paese ma rimane un luogo ancora troppo poco aperto e pronto all’incontro verso i rapidi cambiamenti sociali. 

Se un tempo era garanzia e protezione dell’infanzia altrimenti oltraggiata oggi deve cambiare e capire quale sia il ruolo da giocare per assolvere al compito di garante della formazione e preparazione alle sfide della vita.

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