Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2025
Cose dell'altro mondo: due esperienze di Expat
16 Settembre 2025

Pronto, San Salvador?

Intervista a Edoardo Costa, cooperante in El Salvador

Edoardo Costa ha 34 anni, circa 10 fa ha iniziato la sua attività lontano da Baceno,  dove vive la sua famiglia, collaborando con diverse organizzazioni internazionali di cooperazione in America Latina. La nostra intervista, che sarebbe dovuta essere doppia con Chiara, di necessità si è svolta a distanza, data la sua attuale permanenza nella Repubblica di El Salvador, dove lavora per Croce Rossa Italiana e Edoardo ha risposto via mail alle domande che avevamo già posto a Chiara.

Vuoi spiegarci qual è il tuo lavoro?

Sono Delegato internazionale con la Croce Rossa Italiana (CRI). Il ruolo di Delegato Internazionale può essere definito come una figura chiave per la rappresentanza, il coordinamento e la gestione tecnico-operativa delle attività di cooperazione internazionale promosse dalla CRI in contesti esteri.

Dove hai lavorato? Per quali organizzazioni?

Terminati gli studi nel 2016 e dopo una breve esperienza al Parlamento Europeo a Bruxelles, sono partito per la Colombia, dove ho svolto un breve percorso di ricerca (circa 5 mesi) presso la Universidad Piloto di Bogotá.

Rientrato in Italia, ho lavorato per un breve periodo a Milano in un’agenzia di comunicazione e sono ripartito verso l’America Latina a settembre 2017, precisamente in Ecuador, dove ho svolto il mio anno di Servizio Civile Universale (SCU) con l’organizzazione locale Fondo Ecuatoriano Popolorum Progressio. Terminato il SCU, sono stato assunto come Project Officer dalla stessa ONG, in cui ho lavorato fino a dicembre 2019. Appena rientrato in Italia e durante la pandemia COVID – 19, ho lavorato sempre come Project Officer per un anno e mezzo a Roma con due ONG italiane (Comunità Solidali nel Mondo e Coopermondo).

Ad ottobre 2021 sono ripartito, questa volta per il Centro America, in El Salvador con la ONG italiana Soleterre, con la quale ho collaborato per 10 mesi, fino a luglio 2022, quando ho ricevuto l’offerta di lavoro da CRI come Delegato Internazionale. Da allora sono responsabile per CRI del programma Pilot Programmatic Partnership (PPP), finanziato dalla Direzione Generale per la Protezione Civile e le Operazioni di Aiuto Umanitario Europee della Commissione Europea (DG ECHO), ovvero l’organismo incaricato di coordinare e finanziare la risposta dell’Unione Europea alle emergenze umanitarie in tutto il mondo.

I miei paesi di competenza sono El Salvador, Honduras e Ecuador.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontri o che hai incontrato?

Essere distante dalla propria famiglia e dalle proprie amicizie non è semplice. All’inizio del percorso è la parte più difficile, che ti sembra quasi impossibile superare, poi ti ci abitui… ma in realtà è sempre tosto. Hai paura di perderti dei momenti importanti e a volte è così, perché sei altrove quando accadono.

Oltre a questo aspetto, ricordo come particolarmente duro il periodo durante il mio primo incarico in El Salvador, a cavallo tra 2021 e 2022, quando mi sono trovato immerso in un contesto complesso e segnato da forti tensioni sociali. In quel periodo, il Paese ha registrato due picchi di omicidi attribuiti alle attività delle maras, le gang criminali che esercitavano un controllo capillare su molti quartieri urbani e aree periferiche. Questa situazione di incertezza ha inciso sulle nostre operazioni sul campo, imponendo valutazioni del rischio più severe e restrizioni negli spostamenti, con una continua ricalibrazione delle attività in base all’evoluzione del contesto.Ricordo l’incertezza e la tensione nei giorni in cui, a seguito dei massacri avvenuti nel marzo 2022, il governo ha dichiarato lo stato di emergenza (Régimen de Excepción). Da quel momento abbiamo dovuto lavorare in un clima di militarizzazione progressiva, con una crescente pressione sulle comunità più vulnerabili e un senso diffuso di paura.

Le sfide non sono state solo logistiche o operative, ma soprattutto umane, legate alla comprensione profonda del tessuto sociale frammentato da decenni di esclusione, violenza strutturale e sfiducia nelle istituzioni.

Quale percorso di studi hai fatto? Ti è stato utile?


Ho studiato Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università di Pavia in triennale, poi un corso magistrale di Economia, Politica e Istituzioni Internazionali, con un periodo di Erasmus di 10 mesi presso l’Università di Anversa in Belgio. Nel percorso accademico classico per poter accedere come professionista nel mondo della cooperazione internazionale, ho integrato un Diploma di Cooperazione Internazionale e un Certificato Professionale in Project Cicle Management presso la ISPI School ((Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano).
Sicuramente gli studi mi hanno permesso di crescere e formarmi, anche se considero l’esperienza Erasmus un vero punto di svolta personale e professionale. Mentre in Italia siamo ossessionati dallo “studio matto e disperatissimo”, in Belgio tendono a ridurre al minimo la teoria e a “far lavorare” gli studenti con ricerche, lavori di gruppo ecc.

Quali sono le prospettive future?


Domanda impegnativa!
Continuare a crescere professionalmente, continuare ad esplorare il mondo e conoscere persone e contesti incredibili, come quelli incontrati in questi anni in America Latina. Amo il mio lavoro, nonostante spesso tenda ad essere totalizzante e stressante, è una sfida continua che porta costantemente a dare il massimo e a cercare soluzioni per risolvere problemi complessi. Penso che il lato più bello della cooperazione internazionale sia immergersi in nuove culture, esplorarle, cercare di comprenderle quanto più profondamente possibile e scendere a compromessi per conviverci. È un processo di adattamento e di apprendimento continuo molto stimolante.

C’è un ricordo particolarmente significativo, che porti nel cuore?


Il primo progetto a cui ho lavorato in Ecuador, nella Valle del Chota, dove vive prevalentemente una popolazione di origine afro-ecuatoriana, discendente dagli schiavi portati dai Gesuiti nel periodo coloniale per lavorare nelle piantagioni agricole. In quel periodo lavoravo ad un progetto di turismo comunitario a supporto di un’associazione locale di donne, finanziato dalla FAO (Food and Agriculture Organization). Ricordo i viaggi giornalieri dai 2300 metri della zona verde e rigogliosa andina in cui vivevo (Ibarra) ai 1600 metri della Valle del Chota, interandina e semi-arida. Un percorso in cui mi sembrava di cambiare continente con un viaggio di 45 minuti. Ricordo il processo creativo quando ci riunivamo con le donne dell’associazione per programmare le attività e le visite di nuovi gruppi di turisti. Ma soprattutto ricordo le risate e il ritmo della bomba del Chota, una genere di musica e danza di origine africana preservato nel tempo, pur nel contatto con altre etnie autoctone e sempre presente nei paesini in cui lavoravo.

Qualche giorno fa ho letto su The Lancet un articolo: il taglio degli aiuti statunitensi al programma USAID causerà entro il 2030 14 milioni di morti (anche alcuni Paesi europei hanno annunciato tagli…). Come reagisci a questa notizia da operatore che tutti i giorni lavora per essere vicino a persone che lottano per la sopravvivenza?

In quanto parte del Movimento della Croce Rossa, cercherò di astenermi da valutazioni di carattere politico e mi limiterò a esprimere preoccupazioni di tipo umanitario. I programmi finanziati negli anni da USAID hanno contribuito in maniera significativa alla riduzione della mortalità infantile, al controllo di malattie trasmissibili e al rafforzamento dei sistemi educativi e sanitari locali. Per comprendere con dati concreti e rigorosi come il mondo sia migliorato negli ultimi decenni in termini di salute, educazione e riduzione della povertà, consiglio a chiunque la lettura del libro Factfulness di Hans Rosling o la visione su YouTube della sua celebre TED Talk ‘The best stats you’ve ever seen‘. Entrambi offrono una prospettiva basata sull’evidenza, che aiuta a contrastare percezioni distorte e a riconoscere i progressi raggiunti grazie alla cooperazione globale.

Racconto di un’expat cooperante internazionale

Intervista a Chiara Catenazzi

Ho incontrato Chiara in luglio, durante un suo soggiorno in Italia di ritorno da Haiti, dove ha lavorato come operatrice in diverse organizzazioni umanitarie, ultima delle quali l’Agenzia dell’ONU World Food Programme.

Mi colpisce subito il suo sorriso, che trasmette positività, ma anche la normalità con cui racconta la sua esperienza decennale, che le ha consegnato una matura consapevolezza delle necessità e delle difficoltà in cui sopravvive la metà del mondo che noi spesso non vediamo, dove le organizzazioni umanitarie portano il loro sostegno.  Chiara è nata e ha vissuto a Verbania, dove tuttora abita la sua famiglia, ha 36 anni e da più di dieci vive come expat in zone martoriate da povertà e guerra. Il suo lavoro le piace e nell’incontro che abbiamo avuto le ho chiesto di raccontarmi delle condizioni in cui lo svolge, delle difficoltà che vive.

Innanzitutto vuoi spiegarci qual è il tuo lavoro?

Negli ultimi anni mi sono occupata di nutrizione infantile e materna, soprattutto in programmi di lotta contro la malnutrizione acuta perché ho sempre lavorato in paesi in emergenza. In altri paesi si lavora anche con altri tipi di tematiche legate alla nutrizione, per esempio sul sovrappeso, o ci sono paesi che hanno quello che si chiama double burden, cioè hanno malnutrizione ai due estremi, sia di sotto-nutrizione che di obesità e questo è un grosso problema di salute pubblica, presente ad esempio in paesi dell’America Latina o in alcuni stati africani a reddito migliore, problema complicato da gestire, affidato per lo più al ministero della salute pubblica. La mia organizzazione lavora anche su questo, però i paesi dove io ho lavorato sono tutti in emergenza; quindi, mi sono occupata di nutrizione in situazioni di urgenza. Ho lavorato anche in programmi di salute pubblica e di igiene relativa all’acqua, per esempio, in risposta al colera o comunque per malattie trasmissibili attraverso l’acqua.

Quindi operavi in centri che accoglievano le persone che ne avevano bisogno o facevate attività nei villaggi o sul territorio?

Sempre nelle due modalità, perché è quasi sempre questo l’approccio dei programmi di salute comunitaria dove ho lavorato, dato che un centro di salute comunitario non è abbastanza per lavorare con una comunità. Quindi, operiamo sempre anche in collaborazione con quelli che si chiamano i community health worker, persone della comunità formate sulle necessità di base di salute e igiene che lavorano sulla sorveglianza epidemiologica a base comunitaria.

Questo è stato anche l’argomento della mia tesi di laurea: è una cosa che mi piace molto. Negli ultimi anni, comunque, da quando sono passata dalle ONG alle Nazioni Unite, lavoro molto di più con i governi o con quello che ne rimane, perché in alcuni paesi sono molto, molto fragili o comunque non in grado di gestire tutto quello che dovrebbe fare il Ministero della Salute. Però, devo dire che dove ci sono ancora, fortunatamente, punti focali tecnici forti, che resistono e che sono lì da anni, anche in paesi disastrati, tipo Haiti, al di là degli sconvolgimenti politici le persone ‘tecniche’ sono rimaste, garantendo anche continuità. E quando lavoravo con le ONG, lavoravo molto più a contatto diretto con i bisogni, a volte forse ingiustamente sostituendomi, ma avevo meno responsabilità di organizzazione del lavoro di altri.

Per quali ONG hai lavorato?

Ho iniziato con la Caritas, poi ho lavorato con l’italiana AVSI (Associazione Volontari per il Servizion Internazionale), quindi con Medici senza frontiere. Poi sono pail meccanismoazioni Unite e ho lavorato con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM, dal 2016 entrata nel sistema ONU, diventando Agenzia Collegata alle Nazioni Unite, ndr), dato che quando ci sono grandi sfollamenti di popolazione all’interno dei confini di un paese (IDP – Internally Displaced Persons) è l’organizzazione che si occupa principalmente della gestione dei campi di accoglienza, attraverso il  meccanismo CCCM (Camp Coordination and Camp Management) chesi occupa di coordinare e gestire gli insediamenti temporanei, assicurando l’accesso equo ai servizi umanitari, il monitoraggio dei bisogni, condizioni di vita dignitose e la partecipazione attiva delle comunità nella gestione del campo. Poi, negli ultimi anni ho lavorato per il World Food Programme nell’unità di nutrizione.

In quali paesi hai lavorato?

Ho iniziato in Sri Lanka la mia prima missione, come servizio civile all’estero, della durata di un anno. Per me è stata un po’ una porta d’entrata, anche per capire il mondo della cooperazione.

Quindi eri giovanissima?

Non avevo neanche 25 anni. Dopo aver lavorato per un breve periodo in un centro di ricerca all’Università, appena laureata, aspettavo l’opportunità di un servizio all’estero, era proprio il mio obiettivo, ma molte volte quando uno inizia, non è così semplice, perché le organizzazioni ti chiedono due, tre anni di esperienza. È stata un’esperienza bellissima, mi occupavo in parte di nutrizione, ma era più sicurezza alimentare collegata a programmi di sostegno alle donne di un’area rurale molto difficile.  Non erano infatti passati tanti anni dopo la fine della guerra civile; quindi, era un posto rimasto molto isolato, anche rispetto al turismo e a quello che ha portato un po’ di sviluppo economico al paese. C’erano bambini con carenze alimentari terribili perché mangiavano solo pesce, non avendo accesso ad altri alimenti. Le strategie per uscire dall’emergenza passavano dal microcredito, a gruppi di acquisto e all’organizzazione tra le donne nel villaggio. Questo è anche uno dei miei più bei ricordi, perché per tre giorni alla settimana vivevo in questo villaggio, dove non c’era una persona che parlasse una parola d’inglese; quindi, ho imparato il singalese abbastanza bene: ho abitato lì con una famiglia e vivevo con loro, come loro.

Dopo quest’anno Caritas mi ha proposto un’altra possibilità, in altra posizione, come operatrice: operatori sono quelli che lavorano nei progetti, soprattutto nell’accompagnamento delle Caritas in altre nazioni. Così mi hanno mandato ad Haiti, in una provincia anch’essa sperdutissima nell’area del nord-ovest, dove opera la Caritas di Milano. Sono arrivata nel 2017, dopo un uragano molto violento. Era un programma dove già erano stati operatori italiani, anni ancora più difficili, segnati dal colera e dal dopo-terremoto. Ma devo dire che dopo il terremoto c’era speranza, c’era comunque più sicurezza che adesso. Perché adesso il grande problema di Haiti è l’insicurezza, la violenza è cresciuta in modo esponenziale. Quindi, prima sicuramente c’era una grande povertà, c’era una situazione difficilissima, nel terremoto sono morte 300.000 persone, la capitale distrutta, non conosci haitiano che non racconti di aver perso un familiare… ma allora c’era la speranza di un cambiamento, adesso purtroppo è un paese che non ha più speranza.

Per me è anche una seconda casa, ho vissuto lì per quasi sette anni, quindi è proprio doloroso vedere che è sempre peggio. Con Caritas mi sono occupata di progetti anche piccoli, ma sempre a contatto con persone del luogo. Ero l’unica espatriata e lì ho vissuto con dei frati per due anni e mezzo.

E poi, negli ultimi due anni ho continuato le mie mansioni, ma in un nuovo progetto di salute e nutrizione perché Caritas è entrata a far parte di un consorzio di organizzazioni con un progetto molto grande finanziato dall’Unione Europea.

Ho poi lavorato in Ciad in un programma di nutrizione di emergenza per Medici senza Frontiere in una zona disagiatissima. Non per insicurezza, perché comunque, a parte la regione del lago Ciad, dove ci sono stati attentati e rapimenti anche jiahdisti, il Ciad è un paese con un regime autoritario ma tranquillo e abbastanza stabile, che accoglie tantissimi rifugiati dal Sudan, e soprattutto in passato, dalla Repubblica Centroafricana e per periodi più brevi dalla Nigeria. Ma è un paese molto povero, dove ho trovato casi gravissimi di malnutrizione e condizioni di salute neglette, anche legate alle scarse possibilità di studio e di educazione delle donne, che quindi pesa molto sullo status di salute delle famiglie.

Poi sono stata in Yemen, con un progetto delle Nazioni Unite. Sono arrivata nel 2021, dopo 7 anni di conflitto, in una zona che era proprio l’ultima zona contesa, la regione di Ma’rib, quindi c’erano bombardamenti tutti i giorni, a volte anche sui campi degli sfollati. Perché purtroppo ci sono tantissimi campi di sfollati: se non sbaglio, ce n’erano 89 nell’area di Ma’rib e uno di questi ospitava 22.000 famiglie, era una città. In Yemen sono stata un anno, un’esperienza molto intensa e bella.

Quale è stato il tuo percorso di studi? Pensi ti sia servito?

Ho conseguito a Genova (Interfacoltà tra Lingue e Antropologia) una laurea triennale in Scienze della Comunicazione e a Torino una laurea specialistica in Relazioni internazionali con un percorso in Diritti Umani; poi sono tornata a studiare Salute Pubblica all’Università di Bordeaux. Le esperienze sul campo servono certamente, però, comunque, il nostro è anche un lavoro tecnico, a contatto anche con i ministeri. È un lavoro che richiede competenze un po’ miste, perché ti trovi a gestire un programma, a gestire delle risorse umane, a gestire dei fondi, a gestire i rapporti con dei donatori di fondi più o meno istituzionali… devi per esempio sapere come si connettono le tematiche di salute e di nutrizione ad altri programmi di protezione sociale, o in collegamento con la scuole: è sempre tutto multisettoriale.

Comunque, col senno di poi, sono contenta del percorso fatto, sia sul campo che per quanto riguarda gli studi, perché è stato così che ho capito che questa è la cosa che mi piace. Ho scoperto che lavorare con le donne e con i bambini mi ha proprio cambiato e anche, forse, mi ha dato più voglia di lavorare. Mi sono resa conto che in quell’ambito puoi dare un po’ più di speranza, soprattutto ad Haiti, dove ho incontrato molte donne capofamiglia, che sono sole e devono gestire tutto, sono responsabili dei loro bambini e in molti casi non sanno come fare.

E quindi, tu operavi anche da un punto di vista sociale, per fare in modo che loro avessero un sostegno da parte dello Stato?

Dipende un po’ dai programmi: per esempio quando lavoravo con le ONG ad Haiti lavoravo per un programma grande, multisettoriale: mi occupavo di nutrizione e di sicurezza alimentare. Quest’ultima aveva una parte agronomica e una parte di protezione sociale, che cercavamo di gestire sperimentalmente in collaborazione con lo Stato con un finanziamento in parte con fondi europei in collaborazione con il governo haitiano, e in parte affidata a diciotto ONG, tra cui le italiane Caritas, AVSI, Oxfam e la spagnola Cesal. Avevamo un consorzio che lavorava nella parte di salute e nutrizione, poi altri che lavoravano più sulla protezione sociale e agricoltura. Ma tutto era connesso, i meccanismi di referenza tra un aspetto e l’altro e tutte le connessioni sono stata la parte più complicata perché, quando devi iniziare a coordinarti con il governo è più complesso.

Quindi questa può essere la via per fare in modo che questi progetti rimangano attivi, che non finisca tutto quando voi tornate via?

Era sicuramente un programma ambizioso, ma anche secondo me è quello che serve in certi contesti, perché agire solo con l’emergenza non è efficace. Purtroppo la situazione sociale e politica di Haiti è peggiorata, come dicevo, quindi ci sono molti più programmi di urgenza, anche la protezione sociale è shock-responsive, cioè diventa un programma che può attivarsi in caso di emergenza.

In questo racconto del tuo lavoro ci presenti un mondo che vive in situazioni di grande sofferenza. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai vissuto?

I momenti peggiori sono stati due anni e mezzo fa, quando sono tornata a Haiti, con difficoltà legate, appunto, ad una instabilità politica che ha generato tanta violenza. L’attuale governo non è stato eletto in regolari elezioni, perché, se non c’è un minimo di sicurezza, non si riescono a fare elezioni. In questa situazione crescono le tensioni sociali e la povertà e si sono alimentate rivendicazioni da parte di gang armate che si fanno forti del fatto che il governo non è legittimo. Ci sono stati interventi della comunità internazionale, sono stati inviati contingenti di agenti di polizia dal Kenya con mandato delle Nazioni Unite. Però ora le Nazioni Unite non vogliono più mandare forze di interposizione, come Minustah (acronimo per Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione ad Haiti, ndr.) che ha operato fino al 2017, ora si sono ritirati, hanno cambiato mandato, è diventato un mandato politico prevalentemente pensato per garantire nuove elezioni. Intanto l’escalation di violenza continua. La maggior parte delle infrastrutture a livello politico, sociale, economico è concentrata a Port au Prince, che è diventata area metropolitana nevralgica, però l’80% del territorio è controllato dalle bande armate. Fortunatamente alcuni punti focali tecnici sono rimasti, ma ora la situazione è incontrollabile, i porti sono permeabili e le armi entrano facilmente, le bande assoldano ragazzini e vedi bambini coi mitra che ti fermano, i rapimenti per finanziare i gruppi armati sono ormai frequenti. Si è arrivati oggi ad un clima di guerra senza una guerra! La gente si deve spostare da un posto all’altro, vive in siti provvisori, nelle scuole, per motivi di sicurezza, perché ormai interi quartieri sono stati abbandonati e questa violenza senza controllo pian piano ha preso tutta la città. È molto triste, perché non era così quando sono stata a Haiti la prima volta e, ora che sono in Italia, immaginare in quella situazione i miei colleghi, le persone con cui ho lavorato, le donne e i bambini, che saranno cresciuti, mi addolora.

Vuoi raccontarci una nota di speranza, un ricordo bello?

Ne ho più di uno solo: l’aspetto più bello di lavorare in questi programmi, soprattutto sulla malnutrizione acuta, è cogliere i progressi in questo ambito e le potenzialità di recupero che hanno i bambini se si interviene per tempo ed adeguatamente. Infatti, nonostante ci siano altri cambiamenti dell’approccio in vista, con le più recenti linee guida dell’OMS, su cui stiamo lavorando per adottarle poi diffusamente a livello pratico, progressivamente negli anni la cura della malnutrizione è stata demedicalizzata, per renderla più facilmente utilizzabile a livello comunitario e familiare. Quello che ha permesso questa semplificazione è in gran parte l’uso di prodotti come il Plumpynut, un alimento terapeutico pronto all’uso a base di arachidi a contenuto altamente calorico e ricco di nutrienti essenziali che consente il trattamento della malnutrizione acuta grave ed il recupero del bambino malnutrito in poche settimane. E quindi è la famiglia, affiancata dalle infermiere e dagli agenti di salute comunitaria, che può curare a casa i casi di malnutrizione, anche severa, senza doversi recare ogni volta nei Centri nutrizionali terapeutici degli ospedali, spesso troppo lontani. Chiaramente i casi più gravi e con complicazioni devono sempre fare riferimento all’ospedale, e su quello a volte c’è resistenza, per esempio per il problema di gestire gli altri bambini a casa o gestire altre attività dalle quali dipende la sopravvivenza della famiglia. Adesso si lavora anche molto sulla prevenzione e non solo sul trattamento, la cosa bella in tutto questo è che gli effetti della malnutrizione non sono inevitabili e non sono irreversibili e questo ha una potenzialità enorme: rivedere a distanza di un mese un bambino che si è ripreso e che torna a vivere mi fa dire che fare questo lavoro è bello e mi fa desiderare di continuare a farlo, anche se a volte è molto duro, perché vedere un bambino che muore di fame è terribile.

E poi un altro aspetto che ricordo come uno dei più belli sicuramente è l’esperienza in Yemen, per la relazione che si è instaurata anche con i colleghi, ma soprattutto con le colleghe donne: ricordo come erano tra di loro unite, come si supportavano a vicenda e come, anche, siano state ospitalissime con me, in modo diverso che in Sri Lanka, dove tutti erano molto gentili, però pur coabitando con una famiglia, lì mi sono sempre sentita straniera. In Yemen no, in Yemen mi sono sentita accolta, da espatriata, come parte di una comunità.

Il fatto di essere una ragazza in un paese straniero ti ha creato problemi?

In Sri Lanka è stato molto difficile, per questo aspetto, ne ho viste tutti i colori, purtroppo. Ho subito anche un tentativo di aggressione, per fortuna bloccato dalla polizia. Ho però un aneddoto divertente, per farti capire come mi difendevo quando mi trovavo in situazioni sgradevoli, di molestie. L’operatore che era con me in Sri Lanka, lì da tanti anni con la sua famiglia, mi aveva insegnato un sacco di parolacce, sia in tamil che in singalese, me le ricordo ancora. E mi ha detto di usarle in caso di molestie. Devo dire che è stata una strategia efficace: dall’altra parte si creava una reazione di ‘congelamento’: una volta uno di loro è anche tornato indietro, mi ha chiesto scusa ed è scappato, vergognandosi.

Qualche giorno fa in un articolo pubblicato su “The Lancet” si denunciava il fatto che il taglio degli aiuti statunitensi al programma USAID causerà entro il 2030 14 milioni di morti (anche alcuni paesi europei hanno annunciato tagli…). Come reagisci a questa notizia da operatrice che da dieci anni lavora per essere vicina a persone che lottano per la sopravvivenza?

Sono proprio atterrita, mi sembra un futuro distopico, che mai avrei immaginato si realizzasse!

In questo nuovo ordine mondiale mi fa male vedere relativizzati tutti quei capisaldi che nel mondo in cui sono cresciuta erano ‘normali’: le relazioni diplomatiche, la questione dei diritti umani… Per non parlare della situazione di Gaza, una sofferenza insopportabile. Ho degli amici che lavorano lì con World Food Programme, si occupavano delle distribuzioni alimentari che adesso sono gestite da Gaza Humanitarian Foundation. Sono impossibilitati a portare aiuti, è in atto deliberatamente un piano per l’annientamento della popolazione. Dall’altra parte, fortunatamente, sempre di più, anche a livello di società civile, sento crescere questo sentimento di indignazione nelle persone.

E riguardo ai tagli sui fondi per lo sviluppo, Usaid adesso è stato smantellato completamente, questi fondi verranno utilizzati in altro modo e sono molto ridotti. Anche altri governi europei mi sembra che abbiano colto la tendenza, è come se, adesso che Trump ha aperto la via, finalmente altri paesi possono finalmente disinteressarsi degli aiuti internazionali. È un colpo durissimo, anche perché oltre all’effetto immediato che ci sarà in questi paesi, produrrà molte altre conseguenze non evidenti immediatamente, per esempio su tutto il capitolo degli aiuti alimentari in emergenza.

Tantissimi di questi aiuti venivano infatti dal surplus dalle sovvenzioni versate agli agricoltori americani – che sono poi quelli che hanno votato Trump – per il surplus di produzione non venduto. Trascurando il fatto che si può dire che non fosse in realtà un aiuto allo sviluppo, è vero che nelle situazioni di emergenza, quando veramente la gente sta morendo di fame, ben venga anche il sacco di riso scartato. Va detto che anche le nostre organizzazioni hanno un dipartimento nella catena di approvvigionamento che si chiama food safety, che fa tutti i controlli, però è chiaramente un intervento che non aiuta un paese a sviluppare la sua agricoltura e la sicurezza alimentare autoctona. Per questo in un numero sempre maggiore di paesi, per esempio ad Haiti, ha preso tantissimo piede negli anni con il World Food Programme un progetto di nutrizione scolare che sostiene i piccoli agricoltori riuniti in cooperative, con interventi di sviluppo basati su micro-finanziamenti per produrre e vendere quello che viene consumato nelle mense scolastiche. Saranno quindi molti progetti di questo tipo a sparire, e in prospettiva, anche i programmi di emergenza che sono proprio quelli considerati life saving, che garantiscono l’alimentazione di base.

Inoltre, se pensiamo alle malattie trasmissibili, dobbiamo ricordarci che si tratta di fenomeni di salute globale. Le malattie trasmissibili, come l’HIV, oppure questa ‘epidemia’ del Fentanyl che sta causando moltissime morti negli Stati Uniti non rispettano i confini. Quindi possiamo prevedere che anche verso gli Americani ci potranno essere degli effetti negativi, tutto questo secondo me non è stato minimamente preso in considerazione.

Oltre ad essere disumano, che uno faccia delle scelte del genere, consigliato da Elon Musk, la persona più ricca del mondo.