“Quando succede alle disgrazie vecchie | in un uom veramente sfortunato | una nuova disgrazia, oppur parecchie, | si dice allor, che piove in sul bagnato” (G.C. Passeroni 1713-1803)
Verso la fine dell’estate, è arrivata nelle sale cinematografiche “L’ultimo turno”, una pellicola presentata al Festival di Berlino, acclamata dalla critica e perciò, di conseguenza, destinata a una semiclandestina circolazione nelle sale dei cineforum, nelle rassegne d’autore e nelle fasce late night dei palinsesti televisivi; tanto che ora ne scrivo, ma non sono ancora riuscito a vederla. Attingo, perciò, a ciò che ne ho letto, ma la cosa è ininfluente, perché non delle qualità artistiche intendo intrattenervi (ci mancherebbe mi impancassi anche a critico!), ma dell’argomento di cui il film tratta: la giornata di un’infermiera in un ospedale. Tema non proprio di pirotecnico appeal, diciamo un po’ minimalista.
Pesco, quindi, dalla stampa: un film che, grazie a sceneggiatura, regia e interpretazione di alta qualità, presenta l’accurato resoconto del turno di lavoro di un’infermiera che fa salti mortali “tra dosaggi di farmaci, emergenze, pazienti da portare e riprendere in sala operatoria, conforto a chi perde la testa su un letto d’ospedale, odio e rancori trattenuti verso chi non ha rispetto per il tuo lavoro. Senso di colpa, fatica, lo sforzo estremo che non basta, perché una paziente muore prima di aver terminato la ronda dei controlli”[1]. Un’infermiera rimasta sola, l’ultima nel suo reparto, perché quell’ospedale, come tutti gli altri, soffre di una disperata carenza di personale, soprattutto infermieristico. Chi c’è se ne va e nessuno viene a sostituirlo, non c’è ricambio, i turni di chi resta si fanno massacranti perché il personale più anziano pian piano esce, ma, come ormai è noto, l’aspirazione a esercitare queste professioni è in caduta libera tra le giovani generazioni.
I titoli di coda informano che in Svizzera nel 2030 mancheranno 30mila infermieri… già… in Svizzera, perché quel film, anche se ci narra una storia che sembra proprio di casa nostra, è svizzero come pure l’ospedale e la storia di cui racconta. Unica differenza visibile, segnala chi scrive, è un lindore degli ambienti non proprio usuale negli ospedali italiani e quella che invece non si vede è che, rispetto al costo della vita, là le retribuzioni sono nettamente più elevate (si legga dignitose) che da noi, ma, ciononostante, la crisi morde anche lì. In Italia, già oggi, gli infermieri che mancano sono 65mila e saranno più di centomila nel 2030; a questa data nel mondo ne mancheranno sei milioni e soltanto per poter garantire gli standard odierni[2]. Nel VCO, poi, come in altre province di confine, è proprio il richiamo dei maggiori livelli salariali del vicino sistema sociosanitario elvetico che allarga la diaspora degli operatori, i quali, possono almeno compensare con buste paga più pesanti quei comuni sacrifici.
Ma, come scriveva l’abate Passeroni, spesso piove sul bagnato: la disaffezione verso le professioni ospedaliere, e più in generale di cura, che determina l’accentuata rarefazione del personale ospedaliero[3], va in sincronia temporale inversa con la contemporanea rapida crescita della parte di popolazione che più ha bisogno, e più ancora avrà, con il passare degli anni, di quelle cure per l’entrata, ormai in atto, nell’età anziana della folta generazione dei boomer[4].
A questo punto un campanello d’allarme ci solletica però l’orecchio: allora non siamo soli, questo guaio della fuga di personale da ospedali e istituti di assistenza e cura, proprio concomitante con l’alzarsi di un’onda anomala di anziani, succede anche nella previdente, ordinata e pure ricca Svizzera! E vuoi vedere che capita anche in Francia, in Germania, nel Regno Unito… e che non riguarda soltanto questo nostro sgangherato Paese, le sue storture, le sue disuguaglianze, la mala gestione, la cronica mancanza di risorse sempre proprio là dove più necessitano. La fuga da queste professioni non è, come sembra apparire, dovuta soltanto ai desolanti livelli retributivi italiani e ai ritmi sfiancanti, che certo fanno vigorosamente la loro parte, ma a qualcosa di più, che accomuna queste professioni ovunque siano praticate.
Tanto per cominciare, basta pensarci un istante, subito balza evidente che questi non sono lavori “normali”, cioè assimilabili alle tante tipologie di impiego del nostro tempo, che richiedono professionalità, disponibilità, magari pazienza, capacità di adattamento; questi lavori esigono in più una dedizione fuori dal comune, che va oltre questo tradizionale armamentario o, meglio, questo è soltanto la linea di partenza, perché le professioni sociosanitarie hanno come campo d’azione la relazione con persone; come anche altre, fatte le debite proporzioni, a partire dall’insegnante fino al vigile urbano, al pompiere o al carabiniere. Occorre quel bagaglio di capacità di ascolto, di comprensione, di immedesimazione, di empatia propria della sfera relazionale e, per reggere al tempo e alle avversità, occorre pure una concezione alta del proprio compito, chiamiamola etica, per intenderci.
È possibile curare un vecchio, insegnare a un bambino, rischiare la pelle per salvare chi è in pericolo senza almeno un po’ di connessione empatica? Si possono fare questi lavori calibrando sempre il proprio impegno con la bilancia dello scarso stipendio, della propria fatica o del poco riconoscimento sociale? No, si gira alla larga o si scappa, ma, se si resta, il ricatto emotivo o, secondo i casi, l’etica della responsabilità sono sempre lì, pronti a spingere a dare ciò che all’altro è dovuto. Fare questi lavori, quando sono mal retribuiti e poco riconosciuti socialmente, richiede almeno un pizzico di eroismo[5].
Ma perché, allora, se un’infermiera, un OSS, un insegnante fanno un buon lavoro non sono adeguatamente retribuiti, ma quando lo fanno un bancario, un informatico o un artigiano sì? La risposta non è difficile: in una società di mercato il motore è il valore generato: quello dell’operato di un bancario, di un informatico o di un artigiano è immediatamente calcolabile in moneta sonante[6]; l’infermiera e l’OSS hanno curato e accudito i pazienti del reparto, l’insegnante ha fatto lezione agli allievi, come misurare il valore? Gli uni hanno contribuito a prolungare vite, l’altro ha contribuito a formare la generazione futura: in entrambi i casi valori moralmente e socialmente grandi, ma incalcolabili. Quindi in questi casi non è applicabile la pura logica di mercato, il valore delle retribuzioni seguirà altre logiche: più di strategia o contingenza politica, che semplicemente contrattuale. Non a caso sono così variabili da Paese e Paese.
A questo punto, però, il campanello d’allarme si fa di nuovo sentire, ma ora sul bagnato non piove, diluvia. Com’è questa storia che in Italia i salari sono così bassi: in tutti gli altri Paesi più industrializzati i salari sono cresciuti, in Italia, invece, in soli sedici anni sono calati del -8,7%[7]? «Houston, abbiamo un problema!». Ancora una volta, una questione di natura sociale, come i livelli retributivi dei lavoratori, di cui abbiamo fin qui detto, diventano comprensibili solo se osservati entro contesti più ampi.
Innanzitutto, sgombriamo il campo da una questione che tutti conosciamo e sappiamo essere grave: la maggior parte dei lavoratori di cui abbiamo parlato sono dipendenti pubblici, cioè lavoratori direttamente o indirettamente dipendenti dello Stato o di sue appendici. Le condizioni della finanza pubblica sono note: a fine luglio 2025 il debito pubblico ammontava a 3.056,3 miliardi di euro[8], cioè più di 50.000 euro pro capite. Superfluo dire che con questo macigno sulle spalle la prima preoccupazione di chi governa è contenere i costi[9], i margini di manovra per aumenti salariali sono davvero limitati (limitati, non assenti) e tocca alla politica, in primo luogo a chi governa, gestire questi margini.
Il problema dei bassi salari non riguarda, però, solo i dipendenti pubblici, riguarda ancor più quelli delle imprese private[10]. “I salari italiani hanno perso nell’arco di diciannove anni quasi il nove per cento del potere di acquisto iniziale, anche a causa dell’inflazione che da noi nel 2022 è giunta alle due cifre, ma che nessun aumento salariale ha potuto compensare perché (…) l’aumento non è andato oltre il 2,3% senza riuscire neppure a compensare la perdita di potere d’acquisto dovuto alla sola inflazione. Si tenga poi conto che la robusta inflazione degli 2021-23, alimentata, in larga misura, dall’autotutela dei profitti seguiva una lunga fase di stasi salariale conseguente la crisi economica 2008-15”[11]. Questa irrituale autocitazione è utile per ricavare un paio di spunti che ci permettono di chiudere il discorso.
Ecco il primo spunto. Durante il Forum tenuto nello scorso aprile sul tema “Come cambia il lavoro”, il cui resoconto è stato pubblicato sul n. 2/2025 di Alternativa, discutendo della perdita di potere d’acquisto dei salari, le cause erano state unanimemente attribuite ai bassi livelli di produttività delle imprese italiane e all’inflazione dei primi anni di questo decennio.
Circa le cause della bassa produttività, si concorda con la lettura corrente che pone all’origine del caso fenomeni per lo più endogeni: come il nanismo dell’apparato produttivo, caratterizzato da predominanza di piccole e piccolissime imprese, le cui dimensioni precludono la possibilità di dotarsi di efficienti laboratori di ricerca e sviluppo; ma anche di due parti sociali, imprenditoriale e lavoratrice, entrambe anziane, più orientate alla conservazione delle consuete modalità organizzative e produttive; nonché, l’indebolimento delle rappresentanze sindacali, i contratti pirata firmati da sigle sindacali prive di reale rappresentanza e con obiettivi che nulla hanno a che fare con gli interessi dei lavoratori. Ma anche i grandi cambiamenti strutturali dell’economia con il progresso tecnologico, le trasformazioni dell’industria manifatturiera, la crescita del terzo settore, la globalizzazione che ha decentrato e delocalizzato i processi produttivi.
Ed ecco il secondo spunto. In primo luogo, bassa produttività non significa che non si siano registrati aumenti. Tra il 2015 e il 2024 le imprese pubbliche, meno esposte alla concorrenza, hanno avuto un utile operativo del 7,4%, quelle private il 5%; si sono, cioè, creati spazi di redditività. Se osservata dalla parte di chi lavora la situazione è però diversa: la produttività è cresciuta, nelle imprese pubbliche del 69% e del 23% nelle private in quel decennio, però il costo pro-capite del lavoro (cioè, i salari) è aumentato solo del 13,5% nelle pubbliche e del 17,3% nelle private.
Come sopra detto, questi aumenti delle retribuzioni non hanno potuto neppure coprire la forte erosione inflazionistica, quindi, i salari si sono comunque ridotti. Invece, grazie all’incremento della produttività che hanno trattenuto, le imprese private hanno incassato un utile del 5,7%, quelle pubbliche ben del 55,5%. “Le imprese pubbliche avrebbero potuto permettersi un incremento medio di circa 7.000 euro pro capite per mantenere invariato il potere d’acquisto dei lavoratori, mentre le private avrebbero potuto arrivare fino a 3.200 euro. Eppure, nonostante questi spazi, la scelta prevalente è stata quella di non trasferire ai salari i benefici derivati dai margini di profitto”[12].
Eppure, era il gennaio del 1914, quando Henry Ford annunciò il raddoppio del salario giornaliero dei suoi lavoratori e la riduzione della giornata lavorativa da nove a otto ore. Molti pensarono fosse impazzito, ma quell’anno, grazie alla scomparsa dell’assenteismo e all’abbattimento del 70% del turn-over, si chiuse con un aumento della produttività del 50%. Pure i profitti crebbero tra 1913 e 1915 di quasi il 50%, anche perché quegli aumenti salariali facevano degli stessi lavoratori i nuovi possibili acquirenti delle auto che producevano. Henry Ford non era un santo, ma aveva già allora capito che la produttività può dipendere anche da qualcos’altro oltre le variabili economiche sopra elencate. Invece un secolo dopo…
… va perdendo sempre più senso una di “quelle regolarità statistiche che, a forza di ripetersi, sembravano ormai incise nella pietra, (per cui) fatto cento il valore della produzione economica, i due terzi andavano al lavoro e un terzo al capitale”[13]. Quella è stata la realtà fin oltre la seconda metà del Novecento, ma con gli anni Ottanta ha preso avvio nelle economie di mercato la tendenza alla progressiva espansione della quota dei profitti a danno dei salari, orientata verso un graduale rovesciamento del precedente quadro.
Per completare il ragionamento, torniamo un istante al Forum citato in precedenza, perché è possibile rilevare quanto la comprensione di certi epifenomeni fatichi a diventare patrimonio comune. Nel corso del dibattito, avevano suscitato perplessità le affermazioni dei conduttori in merito alle responsabilità di molte aziende italiane nel sostenere e incrementare l’onda inflazionistica degli anni passati con opportunistiche politiche ingiustificatamente espansive dei prezzi, al solo scopo di incrementare i guadagni ad esclusivo vantaggio della parte padronale. Un fenomeno ormai ampiamente segnalato non solo dagli specialisti, ma da tutta la stampa[14].
Vanno, perciò, acquistando sempre più credibilità le ormai celebri parole del magnate americano Warren Buffet, che nel 2006 dichiarava al New York Times: «Certo che c’è guerra di classe, ma è la mia classe, la classe ricca che la sta conducendo, e noi stiamo vincendo», poi aggiornata nel 2011: «Di fatto negli ultimi vent’anni è stata combattuta una lotta di classe, e la mia classe l’ha vinta». Quella che pareva una spacconata si è rivelata, con ogni probabilità, una candida ammissione, come Greg Sargent ha commentato sul Washington Post: «Se una guerra di classe c’è stata in questo Paese, è stata ingaggiata dall’alto contro il basso (from the top down) per decenni. E i ricchi hanno vinto»[15].
Non sta forse succedendo… pardon, non è forse già successo qualcosa del genere anche da noi?
[1] Fabio Luppino, Che sarà di noi. L’ultimo turno di un’infermiera in un mondo di infermi, Huffpost, 25.08.2025.
[2] I dati sono della stessa fonte precedente.
[3] In Italia, a questo quadro, va aggiunta anche la fuga dal pubblico verso il privato di medici e infermieri.
[4] Non sto a ripetere quanto detto in precedenti numeri di questa rivista in tema del disastro demografico che si sta profilando nel nostro Paese: Alternativa, n. 2/2025, p. 84; n.3/2024, p.76; n.1/2024, p. 8 e p. 56; n. 4/2023, p. 56.
[5] Ciò detto, per non peccare d’eccesso di ottimismo, penso di dover aggiungere: “fatte le debite eccezioni”.
[6] Non sto dicendo che salario o stipendio corrispondano poi al valore prodotto, dipenderà da un contratto stipulato, come anche per altri lavori, quello di un operaio/a, di un rider o di una cameriera, secondo le forze contrattuali in gioco.
[7] Tra il 1990 e il 2020, l’OCSE registrava una contrazione dei salari medi annui italiani del -2,9%, unico dato negativo tra 22 Paesi europei. Quest’anno l’I.L.O. (Organizzazione Internazionale del Lavoro), nel suo Rapporto mondiale sui salari 2024-2025 – Le tendenze dei salari e delle disuguaglianze salariali in Italia e nel mondo, rileva che tra il 2008 e il 2024, in un quadro di generale crescita salariale tra una decina di Paesi più industrializzati, l’indice medio dei salari reali italiani rimane in fondo alla classifica con una perdita di -8,7%. Cosa significano questi dati, basta varcare un confine per capirlo.
[8] Ultimo dato disponibile al momento in cui questo articolo viene scritto, corrispondente al 137,9% del pil italiano, fonte Trading Economics.
[9] Nel 2024 l’Italia occupa l’ultima posizione tra i Paesi del G7 e il quattordicesimo posto tra i 27 paesi europei dell’area Ocse per spesa sanitaria pubblica pro-capite. La spesa sanitaria pubblica nel 2024 italiana costituisce il 6,3% del Pil, quota inferiore alla media Ocse (7,1%) e a quella europea (6,9%) e sta rapidamente riducendosi: fino al 2011 era ancora allineata alla media europea. Dati del 7° Rapporto della Fondazione Gimbe 2024.
[10] Non è fuori luogo pensare che politiche di contenimento salariale in un settore vasto come quello pubblico spalleggino analoghi indirizzi nel privato.
[11] Riprendo quanto ho scritto nell’articolo “Lavoro povero o lavoratori poveri” nel n. 2/2025 di Alternativa.
[12] Fonte dei dati: G.F. Esposito, Profitti in crescita, salari in calo, in HuffPost, del 29.09.2025, che cita una ricerca dell’Area Studi di Mediobanca.
[13] Riccardo Staglianò, Hanno vinto i ricchi, Cronaca da una lotta di classe, Einaudi, Torino, 2024, p. 14 per la citazione e nel complesso per l’argomento trattato. Sempre su questo tema, anche Jan Eeckhout, Il paradosso del Profitto, Come un ristretto gruppo di aziende minaccia il futuro del lavoro, Franco Angeli, Milano, 2022 e anche il testo qui citato alla nota 15.
[14] Sull’incidenza, e quindi la responsabilità, dell’incremento dei profitti in quell’onda inflazionistica abbonda la letteratura. Si veda, a puro titolo d’esempio, in rete:
lo studio di Mediobanca citato alla nota 11; come si può notare, non si tratta di fonti sindacali, ma, al contrario, vicine al mondo imprenditoriale.
[15] Marco D’Eramo, Dominio, La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, Milano, 2021, pp. 10-11. La stessa citazione di Buffet è anche nel Prologo del libro di Staglianò citato alla nota 12.
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