Nonostante il passare degli anni e l’impegno della scuola nella didattica della Shoah, vi sono alcune domande che studentesse e studenti continuano a porre. Alcune di queste domande riguardano i carnefici e manifestano lo sconcerto di fronte alla manifestazione del male: “Come hanno potuto così tante persone partecipare attivamente a massacri talmente orribili?” e “Perché sterminare persone comuni e inoffensive?”. Altre domande vertono sull’ineluttabilità dei fatti: “Perché è accaduto?”, “Perché nessuno ha salvato i prigionieri dei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale?”, “Perché i prigionieri non sono scappati?”, “Perché non si sono ribellati?”.
Queste domande non sono ingenue, sono enormi e la loro enormità è proporzionale alla storia che le suscita. Tali domande richiedono risposte lunghe e articolate, nella storia del nazifascismo, poi più indietro nella storia dell’Europa di fine Ottocento e inizio Novecento. Nel dare queste risposte adulti e insegnanti soppesano le parole, fanno ricorso all’aiuto determinante delle testimonianze, poi a decenni di rielaborazione della memoria mediante le arti. Infatti, la letteratura, la musica, il cinema aiutano i più giovani non solo a capire ma anche ad acquisire un sentimento – cioè una comprensione profonda e personale – dei fatti e a formarsi una voce propria con cui tramandare quello che hanno compreso.
Tuttavia, al termine dei percorsi di studio svolti con le classi, magari più volte negli anni e con diversi approcci, può accadere che studenti e studentesse rivolgano di nuovo, da capo, le stesse grandi domande: non vi è nulla di strano in ciò, perché chi viene a contatto con la storia dei campi di sterminio in Europa ha bisogno di ripercorrerla più volte. I viaggi della memoria costituiscono una possibilità di ricomprensione di questa difficile storia.
Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Associazione nazionale degli ex-deportati nei campi nazisti (ANED) è stata pioniera nell’organizzazione dei primi viaggi di italiani nei lager. Inizialmente i viaggi erano compiuti proprio dagli ex deportati e dai familiari dei prigionieri dei campi e avevano lo scopo di commemorare le vittime, di sostare un momento nel luogo del loro martirio. Per molti sopravvissuti si è trattato dell’avvio del percorso di testimone. Poi, nel tempo, i viaggi sono stati estesi a persone adulte desiderose di sapere, di capire, di poter contribuire alla crescita della consapevolezza storica e della responsabilità civile. Così è accaduto che anche le scuole venissero coinvolte nei viaggi verso i luoghi della memoria, soprattutto negli anni Novanta.
La memoria della Shoah ha infatti attraversato i decenni, evolvendo dal silenzio alla pubblica presa di coscienza, fino a inscriversi – nei tempi recenti – in una dialettica in cui si alternano rifiuto e recupero della memoria. In questa sinusoide della memoria, gli anni Novanta sono stati un’epoca di progresso grazie alla presenza delle testimonianze dei sopravvissuti e alla divulgazione delle ricerche degli storici. Da quel periodo intenso di riflessione sono scaturiti la creazione di laboratori didattici, percorsi di formazione specifica per gli insegnanti, l’istituzione del Giorno della Memoria nel 2000 e a seguire del concorso I giovani ricordano la Shoah. Ecco, dunque, che non per caso, proprio nel contesto di attenzione e vivacità culturale degli anni Novanta, anche i viaggi della memoria hanno ricevuto impulso.
Oggi, oltre ad ANED, vi sono molti enti che organizzano i viaggi nei luoghi della memoria della Shoah, in Italia e in Europa, per cittadini adulti, studenti universitari e per le scuole. Viaggi che, ben inteso, prevedono un percorso preparatorio e di accompagnamento.
Spesso il viaggio viene compiuto in treno o in autobus e – se è diretto verso un campo di concentramento nell’est Europa – si tratta di un lungo tragitto. Questo fa parte dell’esperienza e dà spazio per ripensare a quel che si è saputo e compreso negli anni, per interrogarsi su come sarà e cosa si troverà una volta giunti a destinazione.
Molte persone, giunte a destinazione, vengono colpite dal vuoto: lo sguardo comincia a cercare appigli e fatica a trovare punti su cui soffermarsi. La visita guidata annulla progressivamente questa sensazione: indirizzato dalla spiegazione, lo sguardo si sposta da un punto all’altro e individua oggetti significativi, che hanno peso e profondità. Nel corso della visita il luogo diventa pieno, viene attraversato individualmente, da ciascuno con il proprio corpo. La raccolta dei dati sensoriali è un elemento specifico della visita e rende il recarsi sui luoghi un approccio allo studio e alla comprensione della Shoah diverso da altri.
Le persone nella vita quotidiana, studenti e studentesse nello studio, patiscono a volte la saturazione dell’immaginario per via di alcune calcificate immagini della Shoah. È questo il caso, per esempio, delle immagini del tatuaggio e del cancello di ingresso di Auschwitz, immediatamente associate ai lager e allo sterminio. Il tatuaggio identificava i prigionieri, ma solo quelli del campo di Auschwitz, farne un simbolo universale della Shoah è un errore. Viceversa, la scritta sul cancello di Auschwitz, Arbeit macht frei, era presente anche sul cancello di altri campi, Dachau per esempio, ed è simile ad altri motti, come Jedem das Seine (“a ciascuno il suo”) a Buchenwald. I motti dei nazisti nei campi, osservati sinotticamente, mettono in luce il sovvertimento della morale e dell’ordine alle fondamenta di quel sistema criminale.
Questi due esempi inducono alcune riflessioni: in primo luogo non esiste una storia generale della Shoah. In secondo luogo, questa storia, così presente nella mente di tutti, a volte è ricordata male o erroneamente. Andare nei luoghi della memoria serve a evitare che i crimini nazifascisti diventino un ricordo bidimensionale, di sole parole, o il ricordo di uno tra i molti avvenimenti luttuosi della storia del Novecento.
Recarsi in un luogo significa acquisire consapevolezza profonda, sensibile e personale, di quel che è accaduto in quel luogo.

Le destinazioni possibili dei viaggi della memoria sono molteplici, ogni luogo ha la sua storia ed è stato un punto nell’universo concentrazionario. La risiera di San Sabba, a Trieste, spettrale e granitica, è il memento muto di torture e omicidi avvenuti non altrove, non in un paese lontano e straniero, bensì su suolo nazionale.
Le baracche del campo di Fossoli, nel modenese, registrano storie stratificate nel tempo: quelle di prigionieri militari stranieri; quelle di tanti italiani arrestati da altri italiani in transito verso Mauthausen, Bergen Belsen e Auschwitz, e quelle dei prigionieri politici, gli antifascisti della baracca 18, detta “la baracca degli intellettuali”. Lì si è svolta una storia di resistenza: di organizzazione civile della vita del campo e di ideazione della democrazia a venire.
Poi ci sono i luoghi nelle città, che colpiscono proprio per la loro posizione centrale, come il Binario 21 a Milano, il campo di transito parigino di Drancy, tutti i luoghi della memoria oggetto di recupero e conservazione nella città di Berlino. Tutti i luoghi della memoria storica si incidono nel ricordo per la loro matericità, carica di significato specifico.
Le guide di Auschwitz-Birkenau al termine del percorso, in prossimità del cancello da cui transitavano i treni, si congedano dalle persone che hanno accompagnato lungo il percorso nel punto in cui avveniva lo smistamento verso le camere a gas. Guardando i binari, la torretta di guardia con il suo pertugio di luce sottostante, tra due ali del campo, a destra e sinistra, prendono commiato avvertendo che Auschwitz è un luogo che deve essere ricordato perché è stato, deve essere ricordato per ciò che è accaduto lì. E il modo giusto di andare ad Auschwitz è attraversarlo: uscire, tornare alla vita e non dimenticare.

Proprio quest’anno anche il Ministro dell’Istruzione Valditara ha compiuto un viaggio ad Auschwitz con alcuni studenti delle scuole italiane e il 26 gennaio il Ministero dell’Istruzione, il MEIS di Ferrara e la Museo Nazionale della Shoah hanno collaborato per rendere accessibile alle scuole una visita virtuale del campo di Auschwitz, condotta dalla guida italiana in situ Michele Andreola. Undicimila classi – 220.000 studentesse e studenti – da tutta Italia si sono collegate alla diretta streaming.
Purtroppo, il 29 gennaio 2026 ci ha lasciato Laura Fontana, instancabile ricercatrice e studiosa della Shoah. Qualche hanno fa, ha presentato presso l’I.I.S. Cobianchi di Verbania a noi insegnanti il suo libro Italiani ad Auschwitz. Ogni anno organizzava, con il Mémorial de la Shoah di Parigi, un seminario di formazione per insegnanti che comprendeva molte visite sui luoghi della persecuzione nazista in Europa. Accanto a queste attività, in veste di responsabile dell’educazione alla memoria nel Comune di Rimini, ha preparato ogni anno percorsi pomeridiani di studio e apprendimento per studenti e studentesse in preparazione a un loro viaggio ad Auschwitz. Possa la sua memoria essere d’esempio per tanti progetti futuri.
Il liceo dove insegno, Bonaventura Cavalieri di Verbania, organizza da anni il viaggio di istruzione nel campo di concentramento nazista Natzweiler-Struthof (Strasburgo), quest’anno la nostra destinazione è mutata e le classi si recheranno a Sachsenhausen (Berlino).
Link
Sito di ANED, dove è possibile reperire informazioni sui viaggi della memoria e sui lager.
https://www.scuolaememoria.it/site/it/i-luoghi-della-shoah
Il sito raccoglie esperienze e risorse utili alla progettazione didattica di attività sulla memoria
https://www.figlidellashoah.org
Il sito fornisce le informazioni per la visita al Binario 21 ed eroga corsi di formazione agli insegnanti
Il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah propone corsi sulla storia degli ebrei italiani e viaggi tematici in Italia