I cambiamenti economici e sociali delle Alpi, operanti in modo sotterraneo e potente negli ultimi vent’anni, sono stati recentemente accelerati e resi palesi dai cambiamenti climatici che si sono manifestati in modo esasperato negli ultimi tempi. Tutti, soprattutto i giovani, ne sono consapevoli.
La contrapposizione città – montagna, per oltre un secolo con la città vincente, pare alla ricerca di nuovi equilibri. Non è più il contrasto tra ricchi e poveri, tra progrediti e arretrati. Pare che la colonizzazione urbana delle Alpi sia finita, per aprirne un’altra di dimensioni nuove: le terre alte come luoghi di fuga da città bollenti; montagne ricche di una naturalità altrove scomparsa.
Come vivono le donne e gli uomini di montagna, soprattutto le generazioni di mezza età e gli anziani, questo cambiamento? La risposta è una: spaesamento. Lo hanno spiegato bene un denso saggio di Annibale Salsa (“Il tramonto delle identità tradizionali” 2007) e una canzone di Davide Van de Sfroos (“Gli spaesati”). La canzone racconta di gente ormai ai margini della società e incerta sul futuro, lembi sfilacciati di una storia secolare ormai finita. Come un migrante che aspetta di partire e non parte mai, ancorato ad una terra in cui ogni albero e ogni fazzoletto d’erba hanno un nome che solo lui conosce, svolge mestieri antichi che nessuno più considera.
Penso alla gente delle nostre montagne che vive la condanna di abitare in luoghi severi e disagiati, compensata solo dall’orgoglio per un lavoro ben fatto, una terra curata, il rimanere nel luogo dove sono nati. I loro sguardi hanno orizzonti brevi, ma certi come la catena di monti che delimita la valle. Non c’è giorno che un montanaro non sappia cosa fare: aggiustare un muro a secco che sta per cedere, togliere dal sentiero i rami caduti, “cavare” gli orti, seminare e raccogliere. In inverno aspettare con fiducia la primavera.
La montagna, ne siamo consapevoli, è una terra fragile perché ha la “terza dimensione”: quella della verticalità. Una terra che, per gravità, è destinata a scendere a valle. È il lavoro dell’uomo a “tenerla su”, un lavoro che non si misura in paga oraria, non si impara sui libri, ma un sapere che si trasmette di generazione in generazione, imparando dai vecchi e piegando la schiena. Questo in un mondo che pare non averne più bisogno, che i giovani conoscono e possiedono, mentre i vecchi guardano in silenzio. Per questo, consapevole che il futuro delle Alpi sia nei giovani che devono guardare a questi monti con occhi diversi dai loro genitori, un pensiero d’orgoglio va a chi in montagna rimane come un dovere. Racconta amaramente la canzone: “Siamo i chiodi arrugginiti della Storia / … restare al nostro posto / è ormai l’ultima vittoria”.
C’è tuttavia un altro volto, meno nobile e meno noto, del lavoro in montagna: quello del lavoro di operai che, da liberi contadini, diventano dipendenti salariati e costretti a ubbidire. La Rumianca di Pieve Vergonte nasce nel 1915 come industria di guerra per produrre le prime armi chimiche italiane, i gas asfissianti che uccidono anche se respiri. Gli operai, assunti come soldati, avevano paga ma protestavano perché le piante e gli animali si ammalavano, non sapevano che si ammalavano anche loro. Operai che pensavano da contadini. Poi, negli anni ’30 la Rumianca produsse i gas tossici che Mussolini impiegò in Etiopia e, finita la guerra, si riconvertì al DDT (ricordate “Primavera silenziosa”?). È una pagina della storia della chimica italiana sulle Alpi.
C’è ancora un altro volto. Racconta di un lavorare “dentro” la montagna per estrarre oro e ferro. La Valle Anzasca era chiamata la “valle delle vedove” perché dopo vent’anni di miniera morivi di silicosi: i polmoni, impregnati di polvere accumulata durante gli scavi con i martelli pneumatici, erano impossibilitati a respirare. Morivi soffocato.
Il 9 luglio 1947 il settimanale “Risveglio Ossolano” pubblicava questo articolo che riporto integralmente (non è firmato, ma è scritto da Giorgio Ballarini, socialista, fondatore e direttore responsabile del giornale):
“Valle Anzasca – La Miniera dei Cani è tristemente nota. Brande in comune e paglia di un anno fa. – Me ne avevano parlato; ma non credevo che lo sfruttamento del lavoratore potesse arrivare a questi estremi. Una mia visita sul posto mi ha purtroppo mostrato questi uomini che relegati quassù nel duro lavoro di miniera non hanno neanche una branda per ognuno, ma devono utilizzare in due la stessa branda, dandosi il cambio approfittando di turni diversi di lavoro. Quattro dita di paglia ormai trita per lunghi mesi di uso, e due coperte anch’esse ad uso promiscuo, le ho viste io; ma niente mi hanno voluto dire gli operai in turno di riposo nelle baracche, terrorizzati dalle possibili vendette di Rossetti Corrado il «padrone» dispotico del cantiere. Guai se qualcuno osa esprimere qualche protesta, lo attende il licenziamento o, se proprio gli va bene, il passaggio ai lavori più duri. Temevo di non poter sapere altro; ma la fortuna mi ha aiutato: un operaio che si era licenziato stava per lasciare il cantiere… Ho così potuto sapere come ottanta chili di legna verde al giorno era la dotazione che veniva passata per riscaldamento e cucina di una trentina di uomini, nei mesi invernali. Vi erano questo inverno limitazioni di energia; ma io mi sono chiesto se era proprio necessario lasciare ogni settimana dal sabato al lunedì senza corrente le poche lampade di queste baracche dove vivono degli operai che sono pure degli uomini? E infine, è possibile che la Soc. Rumianca abbia bisogno di spingere l’economia fino al punto di sospendere quando piove il funzionamento della pompa dell’acqua costringendo gli operai ad utilizzare quella piovana? Sono sceso a Vanzone ancora incapace di credere che a poca distanza da centri civili, possano mantenersi tuttora sistemi di sfruttamento di tale genere.”
L’articolo suscitò le ire dell’ing. Garzena, direttore della Rumianca e quindi responsabile della Miniera dei Cani di proprietà dell’azienda, che scrisse una piccata lettera al giornale, pubblicata il 25 giugno 1947 in questo articolo che pubblico parzialmente. “La Miniera dei Cani è il paradiso dei minatori?! – Alla nostra pubblicazione delle manchevolezze constatate nel trattamento degli operai alla Miniera dei Cani, ci ha risposto la S.A. Rumianca con una lunga protesta che riportiamo nei suoi brani essenziali, ligi al nostro principio di dare libera ospitalità ad ogni voce. Dopo aver detto che «le notizie riportate non corrispondono affatto alla realtà», la lettera precisa: «Per quanto concerne l’asserzione che i nostri operai delle miniere non dispongono neanche di una branda ognuno per dormire, dobbiamo ammettere che effettivamente ed a più riprese si sono trovati nella dolorosa circostanza di dover usare brande in comune, ma questo fatto deve essere imputato esclusivamente al personale stesso della miniera, che, avendo invitato i propri compaesani a recarsi nella Valle Anzasca in cerca di lavoro, hanno creduto opportuno dare loro ospitalità. Ora la Vostra serena obiettività non può tralasciare di riconoscere che la Rumianca non è tenuta ad istituire un servizio alberghiero e pertanto si può già considerare una liberalità il non essersi intromessa per evitare queste spiacevoli situazioni. Contrariamente a quanto afferma l’articolista, la paglia viene cambiata regolarmente e non certo a distanza di un anno. Veramente dobbiamo riconoscere che nel nostro cantiere vige una benefica disciplina, diciamo benefica, perché soltanto così si hanno delle camerate tenute in perfetto ordine e pulizia. Anche le limitazioni di energia cui viene fatto accenno nel deplorevole articolo, non dipendono da trascuratezza nella nostra organizzazione, né hanno riferimento a mire bassamente speculative, come si tende a voler far credere all’onesto lettore del Vostro giornale, ma purtroppo tali restrizioni si sono verificate indipendentemente dalla nostra volontà. Ad ogni modo possiamo far presente all’articolista che se fosse stato sul luogo avrebbe potuto accertare coi propri occhi come i minatori siano in possesso di lampade a carburo e che la Rumianca non ha mai lesinato sulla disponibilità di questo, ed infine essi hanno potuto benissimo illuminare le camerate in modo se non sfarzoso almeno sufficiente». Aggiungere i nostri commenti sarebbe inutile: li faranno gli operai che sono venuti da noi a pregarci di farci eco delle loro lamentele e che sicuramente, meglio di noi, avranno apprezzate le liberalità della Ditta che ha permesso ai loro compaesani in attesa di essere assunti (ci sia permesso di supporre presso la miniera stessa, data la sua posizione isolata) di usare le loro brande in comune. Ancora più inutile è veramente rilevare il confort che può dare la paglia se, come scrive la Rumianca, è cambiata regolarmente e non certo a distanza di un anno.”
Il 26 maggio 1948, sempre il “Risveglio Ossolano” pubblica questa scarna notizia: “Morte nella miniera – La morte, sabato 14 corr. è scesa per l’oscuro e tortuoso cammino della galleria della Miniera dei Cani a rapirvi la vita di un giovane calabrese. L’operaio, dipendente della Soc. Rumianca, Vieraghi Vincenzo di Stefano di Mammola (Reggio Calabria) d’anni 22, mentre era intento al proprio lavoro veniva colpito ed ucciso da alcune pietre staccatesi dalla volta che gli causarono la frattura della base cranica e ferite in varie parti del corpo.” Amen.