Ci sono viaggi intrapresi per scoprire i confini geografici del mondo e altri compiuti per non dimenticare il passato. Attraverso il programma Erasmus+, un gruppo di studenti ossolani delle classi 5A e 5B del liceo delle Scienze Umane indirizzo Economico Sociale del Liceo Statale “Giorgio Spezia” di Domodossola, nel mese di novembre del 2025 ha percorso il silenzio di Auschwitz-Birkenau e gli angoli di storia del ghetto di Cracovia, trasformando un’esperienza formativa sul campo in un vero e proprio manifesto di cittadinanza critica.
«Avevo scelto di essere una stellina che vedevo nelle notti chiare. Pensavo: “Io vivrò finché quella stellina brillerà e quella stellina brillerà finché io sarò viva”. Io non volevo vedere il crematorio, sia che ci fosse la fiamma sia che ci fosse il fumo. Io non volevo sentire l’odore dolciastro della carne bruciata. Io non volevo vedere la cenere sopra la neve».
Con queste parole Liliana Segre rievoca la sua strenua resistenza psicologica alle brutture di Auschwitz. Con un gioco infantile eppure profondamente salvifico, la senatrice a vita – allora una ragazzina di tredici anni strappata alla propria giovinezza – proiettava tutta sé stessa nel firmamento, fuggendo a una realtà materiale divenuta troppo gravosa per la dignità umana.
Il nostro approccio al complesso di Birkenau è avvenuto al calare di un pallido sole novembrino, avvolti da un freddo pungente che sembrava dilatare la vastità sorprendente di quella pianura desolata. In un silenzio assordante, il pensiero è andato alle innumerevoli vite approdate a quel luogo di morte, mentre lo sguardo si scontrava con le forme geometriche dello sterminio: le baracche in legno, i resti delle installazioni di distruzione e quella ferrovia che taglia lo spazio e la storia.
Trovarsi fisicamente in quei luoghi genera un impatto emotivo qualitativamente diverso rispetto a qualunque immagine cinematografica, documentaristica o letteraria.
È un contatto crudo, quasi fisico, con ciò che è stato; un’esperienza che genera una dolorosa, persino nauseante consapevolezza e che imprime un segno indelebile nella struttura identitaria di chi osserva. Il passaggio dinanzi al “Muro della Morte” – la parete nera adiacente al Blocco 11 – ha costretto il nostro pensiero a soffermarsi sulle migliaia di prigionieri fucilati in modo del tutto arbitrario, spesso dopo aver subito torture e supplizi sistematici. Lì l’umanità veniva annientata in maniera scientifica.
Il percorso museale, con i suoi immensi depositi di effetti personali sottratti alle vittime, agisce come un potente detonatore concettuale. Vedere accumulati gli oggetti – le scarpe, gli occhiali, persino i capelli – ha trasformato nell’immaginario i numeri freddi della storia in persone vere, dotate di sogni, bagagli e legami bruscamente interrotti. Ci ha posto davanti alla realtà concreta di individui che sono stati drammaticamente spogliati di tutto.
Il sociologo Erving Goffman definiva luoghi come questo “istituzioni totali”: spazi progettati scientificamente per attuare la “mortificazione del Sé”, dove sottrarre gli oggetti personali serve a cancellare radicalmente l’identità dell’uomo, a ridurlo a un numero di matricola, a un pezzo di un ingranaggio. Auschwitz è stato l’apice industriale e scientifico di questo disegno di depersonalizzazione e di disumanizzazione.
Questo paradigma trova il suo perfetto specchio analitico nelle riflessioni filosofiche e letterarie del secondo Novecento. Elie Wiesel, nel descrivere l’impatto originario con il lager, ha lasciato parole che risuonano come un’epifania tragica:
«Non dimenticherò mai quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini, i cui corpi vidi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia fede».
Dall’altro estremo dell’analisi, Hannah Arendt, nel suo celebre resoconto “La banalità del male”, metteva in guardia contro un pericolo ancor più insidioso: la rinuncia al pensiero critico e all’autonomia morale in nome dell’efficienza organizzativa. L’autrice evidenzia come le atrocità più grandi possano essere compiute da persone ordinarie che obbediscono ciecamente agli ordini. Il male diventa “banale” quando si agisce senza pensare, rinunciando alla responsabilità morale e partecipando a un crimine mostruoso per la semplice inerzia di un sistema burocratico.
Come caparbiamente sostenuto da Liliana Segre, “la memoria è l’unico vaccino contro l’indifferenza”. In una contemporaneità frammentata, l’esercizio del ricordo non può limitarsi a una sterile pratica museale o a una commemorazione ritualistica. Diviene, al contrario, un imperativo etico volto a presidiare le democrazie e la tutela dei diritti fondamentali. Lo stesso Primo Levi ha ammonito l’umanità sul carattere ciclico dei totalitarismi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate”.
Observando la geografia globale del nostro presente, è evidente come le ferite dei diritti umani restino aperte e dimostrano che la libertà e il rispetto non sono mai conquistati per sempre. Lo dimostrano il dramma umanitario e il massacro di vite civili nella guerra a Gaza, così come le recenti denunce di Amnesty International nel suo ultimo rapporto sulle esecuzioni capitali, con le migliaia di condanne a morte che ancora macchiano Paesi come la Cina, l’Iran e l’Arabia Saudita e altri 14 stati.
In un mondo come quello attuale, in cui le violazioni dei diritti avvengono quotidianamente, la nostra voce ha il dovere di farsi compatta per fare la differenza e spezzare l’indifferenza. Nonostante la durezza della storia, l’eredità spirituale di Anna Frank ci ricorda la necessità di un’ostinata fiducia nel potenziale umano: “Nonostante tutto, io continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo”.
Noi vogliamo crederci. Vogliamo essere pienamente coscienti del mondo in cui viviamo e farci portatori di un messaggio valido e utile per tutti. Con il nostro viaggio, abbiamo maturato uno spirito critico rispetto alle dinamiche di questo difficile presente. Ora niente potrà oscurare le nostre coscienze e il nostro attaccamento al rispetto dei diritti umani.
Uscire da quel campo di sterminio significa, in ultima analisi, assumersi la responsabilità del testimone: scegliere di non girarsi dall’altra parte di fronte alle ingiustizie del proprio tempo, mantenendo saldo l’imperativo fondamentale di restare umani.