Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2025
Migrazioni e cinema
16 Settembre 2025

Il viaggio degli invisibili raccontato attraverso l’occhio del cinema

Attraverso il cinema lo spettatore compie una vera e propria migrazione in una storia, in un luogo, in una vita altrui. Certo, affinché ciò avvenga, è necessario che ci sia un buon film, un bravo regista, ma anche che lo spettatore non si opponga e si lasci trasportare all’interno della storia.

Ma la tematica della “migrazione” è, purtroppo, ben altra cosa. Il cinema fin dagli albori racconta di uomini, donne, bambini, intere famiglie costretti ad abbandonare i propri luoghi natii.

John Ford e le sue carovane di coloni nel film Furore (1940) ci raccontava le migrazioni verso il Nuovo Mondo e, per citare quel genio di Charlie Chaplin, non dimentichiamoci del suo L’emigrante (1917), stipato sul ponte di una nave, in viaggio verso New York.

Gli animali migrano seguendo ritmi antichi, dettati dal ciclo delle stagioni e dalla lotta per la sopravvivenza; cercano climi più favorevoli, nuove fonti di cibo, acque più calde. È un moto naturale, privo di calcolo, ma profondamente vitale. Anche l’essere umano, da sempre, migra. Lo ha fatto per fuggire la fame, per cercare terre più fertili, per inseguire una vita più degna. Ma a muoverlo, più spesso di quanto vorremmo ammettere, è stata – e continua a essere – la guerra. Un tempo, partire alla ricerca di lavoro e nuove opportunità era una scelta libera, ostacolata solo dal dolore di lasciare affetti e luoghi del cuore. Oggi, invece, sembra essere diventata una sfida: la libertà di circolare non è più un diritto garantito per tutti.

Mi viene in mente un piccolo film nato da un incontro casuale in una stazione ferroviaria, quella di Milano. Era il 2013, quando un poeta palestinese e un giornalista italiano conversavano al bar in arabo, bevendo una birra. Vengono interrotti da un giovane che, sentendoli parlare in arabo, si avvicina e chiede da quale binario parta il treno per la Svezia. Una domanda talmente assurda che i due lo invitano a sedersi con loro, bere qualcosa e raccontare la sua storia. I due sono Gabriele Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry, che decidono subito di aiutare il ragazzo, insieme ad altri quattro profughi palestinesi e una ragazza, a raggiungere la Svezia. Il viaggio viene filmato e documentato. Grazie al crowdfunding per coprire i costi di post-produzione, quel viaggio diventerà Io sto con la sposa, docufilm presentato nel settembre 2014 nella sezione Orizzonti del Festival del Cinema di Venezia e visto da migliaia di persone.

Quel film fu un atto di disobbedienza e un’affermazione di libertà: quella di poter viaggiare, come farebbe chiunque, con un normale visto. Ma alle popolazioni dell’Africa e dell’Asia, oggi quel visto è negato. Oggi, con i nuovi conflitti in corso, a chi è consentito partire? 

Il cinema, come ha fatto tante volte in passato, saprà restituirci queste domande nella forma che più ci scuote: una storia, uno sguardo, un silenzio che parla.

Matteo Garrone, con il suo ultimo lungometraggio Io capitano (2023), ispirato dalle storie di chi attraversa il Mediterraneo, affida ai giovani attori Seydou Sarr e Moustapha Fall il racconto diretto, nella loro lingua, di quel viaggio. Grazie al suo neorealismo magico, Garrone dona al film una grande portata emotiva, che coinvolge lo spettatore dentro quel dramma. Il film ha ottenuto il Leone d’Argento alla regia e ha rappresentato l’Italia agli Oscar 2024, a conferma della sua potenza narrativa. Garrone aveva già raccontato nel 1997, con uno dei suoi primi film, Terra di mezzo, l’immigrazione nell’Italia degli anni ‘90 attraverso tre episodi distinti: un gruppo di prostitute nigeriane, alcuni lavoratori “in nero” albanesi e, infine, un egiziano impiegato in una pompa di benzina. 

Insieme a Io capitano, al Festival di Venezia del 2023, fu presentato un altro importante film: Green Border, della polacca Agnieszka Holland. La regista sposta la narrazione sul confine tra Polonia e Bielorussia, dove, nell’autunno del 2021, rifugiati provenienti da Afghanistan, Siria e Iraq vennero attirati sul confine bielorusso con l’intento di destabilizzare l’area. Si ritrovarono così al centro di una crisi politica orchestrata dal presidente Lukashenko. La cinepresa, incollata ai personaggi, cattura tutto il loro dramma e la loro sofferenza, mentre l’uso del bianco e nero scuote profondamente lo spettatore. Un realismo incisivo, quasi documentaristico, che si contrappone alla dimensione emotiva e visionaria di Garrone: due stili differenti ma complementari, entrambi necessari. 

Un’altra testimonianza intensa arriva dal film The Swimmers (2022), ispirato alla vera storia delle sorelle siriane Yusra e Sara Mardini, fuggite da Damasco e approdate in Germania dopo un viaggio estenuante e pericoloso. Diretto da Sally El Hosaini, alterna immagini crude a momenti di straordinaria umanità, portando lo spettatore a riflettere sulla tenacia, la paura e la solidarietà che animano le migrazioni di oggi. Ancora una volta, è il cinema a ricordarci come dietro ogni numero ci sia una storia, un volto, un sogno, la ricerca di un porto sicuro.

Alla 61ª edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, lo scorso 21 giugno, è stato proiettato il film di Gianni Amelio Lamerica (1994), che racconta l’Albania degli anni ’90, dopo la fine del regime di Enver Hoxha e il crollo finanziario dovuto al passaggio al capitalismo. In quegli anni, con un primo esodo nel 1991 e un secondo nel 1997, migliaia di albanesi fuggivano verso l’Italia in cerca di lavoro.

Con il fenomeno dell’immigrazione, cresce anche la paura del diverso: questa resta una costante narrativa e sociale, che attraversa confini e secoli. Film come Il vento fa il suo giro (2005) di Giorgio Diritti e As bestas (2022) di Rodrigo Sorogoyen offrono uno sguardo lucido e profondo su questa tensione ancestrale. Basta essere nati altrove, in qualsiasi altro luogo, allora diventi lo straniero, quello da deridere, escludere, combattere, isolare, … uccidere.

Tra questa variegata galleria di racconti migratori vorrei ricordare anche Il vegetariano (2021) di Roberto San Pietro, film piccolo e silenzioso, ma di grande intensità simbolica. Ambientato nella campagna emiliana, narra la storia di Krishna, un ragazzo indiano che lavora in un allevamento di vacche. La sua vita scorre in equilibrio tra l’adattamento alla nuova realtà lavorativa e il rispetto delle sue tradizioni culturali e religiose. Il conflitto interiore esplode quando una mucca – animale sacro nella cultura hindu – viene destinata al macello, perché non produce più abbastanza latte. A quel punto, Krishna si trova costretto a interrogarsi profondamente su sé stesso, sulla propria identità e sul prezzo dell’integrazione. Con uno sguardo intimo e contemplativo, Il vegetariano si allontana dal racconto epico del viaggio e si concentra sullo sradicamento vissuto interiormente, nella quotidianità. È una migrazione silenziosa, fatta di gesti e scelte che parlano della complessità dell’essere “altro” pur vivendo in mezzo agli altri. In questo senso, il film dialoga idealmente con Il vento fa il suo giro per il suo tono introspettivo, e con As bestas per il modo in cui esplora la diffidenza verso il diverso.

Ma anche l’Italia ha vissuto la propria diaspora. Uno degli ultimi film visti la scorsa stagione è Manodopera, realizzato con la tecnica dello stop motion. L’autore, Alain Ughetto, ricostruisce la storia dei suoi nonni, contadini piemontesi spinti a emigrare in Francia dalle loro condizioni di vita e dall’ascesa al potere del partito fascista. Alain ricostruisce anche tutti i paesaggi, come il Monviso e le colline di Premeno (da dove sto scrivendo), paese natale di sua nonna Cesira Caretti. 

Andando a ritroso nelle grandi ondate migratorie del Novecento, non possiamo trascurare l’esodo dal Sud verso il Nord che è al centro di pellicole come Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti e Trevico-Torino: viaggio nel Fiat Nam (1973) di Ettore Scola, che raccontano il trauma dello sradicamento e la difficile integrazione. La migrazione oltreoceano trova voce in Nuovomondo (2006) di Emanuele Crialese, ne L’emigrante (1973) di Pasquale Festa Campanile, tra sogni americani e amari risvegli e ancora in Pane e cioccolata (1974) di Franco Brusati. Un racconto collettivo, fatto di partenze, nostalgie e nuove identità.

In questo lungo viaggio cinematografico attraverso le migrazioni, emergono storie, volti e linguaggi diversi, ma accomunati da un medesimo bisogno: quello di essere visti, ascoltati, compresi. Dal lirismo interiore de Il vegetariano al realismo feroce di Green Border, dalla potenza visionaria di Io capitano al tono intimo e documentaristico di Io sto con la sposa, il cinema si fa testimone e interprete di un’esperienza umana universale. E proprio nella pluralità dei suoi sguardi – storici, politici, personali, poetici – ci ricorda che migrare non significa attraversare confini solo geografici, ma anche interiori. Il cinema non solo ci accompagna in quei viaggi, ma ci aiuta a viverli, a comprenderli, a non voltare lo sguardo, perché migrare è un gesto antico, e raccontarlo è un dovere che continua.

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