Uno dei pochi fenomeni fisici studiati a scuola, che credo di aver compreso abbastanza bene, è quello dell’osmosi. Provo a spiegare in cosa consista: l’osmosi è quel fenomeno per cui due soluzioni a concentrazione diversa, separate da una membrana semipermeabile, tendono ad uniformarsi, vincendo anche la forza di gravità. Quindi, come si potrebbe facilmente verificare in laboratorio, se prendessimo un contenitore per liquidi diviso in due scomparti separati da una carta porosa, ed in entrambi gli scomparti versassimo dieci litri di acqua, nello scomparto di destra sciogliessimo un chilogrammo di zucchero mentre in quello di sinistra ne sciogliessimo solo un ettogrammo, succederebbe che, piano piano, l’acqua passerebbe dallo scomparto di sinistra a quello di destra. Il passaggio dell’acqua da sinistra a destra, proporzionale alla differenza iniziale delle due soluzioni, creerebbe un battente idraulico, ossia un dislivello tra i due scomparti, che si chiama pressione osmotica. Si tratta di un fenomeno fisico che si verifica costantemente, nel normale funzionamento di tutti gli organismi viventi, sia animali che vegetali, da quelli unicellulari a quelli più complessi.
Trovo che, quello migratorio, sia un fenomeno sociale con caratteristiche piuttosto simili al fenomeno fisico dell’osmosi perché, come risulta ampiamente verificato, se in un continente ci sono due stati, divisi da una frontiera non del tutto invalicabile, e se nello stato che si trova a nord ci sono milioni di persone, ma anche moltissime strutture, infrastrutture, servizi ed opportunità, mentre nello stato che si trova a sud ci sono anche solo gli stessi abitanti ma molto meno strutture, infrastrutture, servizi ed opportunità, molte persone dello stato che si trova a sud decidono di trasferirsi in quello che si trova a nord.
Continuando in questo paragone tra fenomeni, va spiegato che la membrana di separazione tra le due soluzioni si definisce semipermeabile perché, vista al microscopio, ha dei fori che lasciano passare solo il solvente, cioè le particelle elementari di acqua, e non le molecole del soluto, cioè le particelle elementari di zucchero che, per quanto piccole, sono enormemente più grandi di quelle dell’acqua. Allo stesso modo, le frontiere possono essere attraversate solo da uomini, donne e bambini, ma non possono essere attraversate da case, strade, scuole e ospedali. Affannarsi per rendere impermeabile la membrana, cioè blindare le frontiere, che significa opporsi alla pressione osmotica, oltre che complesso e costoso può risultare rischioso perché, quando la soluzione più forte arriva alla saturazione, cioè alla massima concentrazione possibile, comincia a formare un deposito sul fondo, comincia cioè, come dicono i chimici, a “precipitare”.
In realtà, quello che non riesco veramente a capire è come possa, un fenomeno sociale così “naturale” come la migrazione, creare un allarme generalizzato così forte da investire trasversalmente governi, schieramenti e gruppi sociali diversi, al punto da condizionare l’azione politica e la programmazione economica di interi continenti. Non capisco davvero come nessuna forza politica riesca a valorizzare l’enorme valenza positiva dell’immigrazione, ma tutte si appiattiscano, con tenui sfumature di toni, a considerarla un problema epocale, per il presunto rischio di veder calare i propri consensi. Siccome però questo accade, proverò, nei limiti della mia modestissima capacità di analisi, a passare in rassegna alle possibili motivazioni.
Che il fenomeno della migrazione abbia un benefico influsso sull’economia, mi pare sia un fatto universalmente accettato, che non dovrebbe aver bisogno di particolari conferme ma, essendo questo il campo nel quale posso disporre di maggiore esperienza diretta, aggiungerò che, nell’azienda cooperativa dove lavoro, la percentuale di colleghi provenienti dall’estero si è oggi solidamente attestata intorno al 25%, contribuendo quindi in modo determinante al suo sviluppo se si considera che solo quindici anni fa tale percentuale si collocava intorno al 10%. Le posizioni ricoperte nell’organizzazione e le collocazioni nell’organigramma, non sono correlate alla nazionalità, ma al livello di preparazione di base, all’esperienza maturata e alla motivazione di fondo, la cosiddetta voglia di lavorare; qualità quest’ultima che, su un campione di otto nazionalità diverse, provenienti da quattro continenti, ho scoperto essere distribuita in modo molto uniforme a livello planetario, Italia inclusa. Non può quindi consistere nella competizione per il lavoro ciò che fa percepire l’immigrazione come problema, tanto più se si considera che questo fenomeno genera, di per sé stesso, nuovo lavoro, legato a tutte le necessità vitali degli immigrati e delle loro famiglie: abitazione, formazione, alimentazione, trasporto ecc. La riconfermata e consistente applicazione del “decreto flussi”, cioè della chiamata in Italia per motivi di lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri ogni anno, è un’implicita conferma della necessità di migrazione, per evitare che la “soluzione precipiti”. Che il fenomeno abbia poi effetti positivi anche per i paesi di origine io non sono in grado di dimostrarlo, ma la frequenza dei viaggi di ritorno durante le ferie, la richiesta di periodi di aspettativa per prolungare i soggiorni e le immagini di quanto realizzato in patria con il contributo determinante delle rimesse, mi inducono a pensarlo.
Che la criminalità più o meno organizzata possa trovare anche tra i migranti possibilità di prosperare è fuori discussione. Francamente non avverto questa emergenza nella nostra realtà provinciale, posso tuttavia capire che in altri contesti, con diversa concentrazione urbana, ciò possa avvenire ed essere causa di grave preoccupazione. Mi chiedo però se questa deriva criminale possa essere causa, oppure effetto, di un tessuto sociale degradato. In ogni caso tenderei a circoscrivere il problema nell’ambito dell’ordine pubblico e del contrasto alla criminalità tutta, che sicuramente ha origine, casistica e consistenza che vanno ben oltre il più recente fenomeno migratorio e continuo quindi a non spiegarmi l’assenza di una proposta politica che, riuscendo a guardare oltre il carattere transitorio di situazioni critiche, collochi nella giusta luce la portata storica che scelte un pochino coraggiose, in termini di inclusione, avrebbero per la nostra società.
Un diverso modo di vestire, di mangiare, di parlare; crea diffidenza; il mancato rispetto delle convenzioni alle quali chi è nato in un paese è stato educato, infastidisce; la sostanziale negazione di traguardi ritenuti acquisiti, come la parità tra i sessi, spaventa. Ma il dovere dell’accoglienza, morale e materiale, che personalmente vedo praticato in larga misura e a tutti i livelli, da quelli istituzionali a quelli informali, credo costituisca l’unica via per un’autentica integrazione, forse l’unica forza in grado di sviluppare l’energia sufficiente per contrastare lo spopolamento morale, culturale e materiale delle zone rurali come delle città e delle periferie.
Persa com’è la dimensione spirituale, nel nostro mondo tecnologico e secolarizzato, chi si affidi un po’ sinceramente a un Dio o manifesti anche solo una piccola dose di fatalismo, mette in imbarazzo. Ma l’imbarazzo è un problema nostro, di chi ha perso dimensioni e trova gran parte della vita appiattita su uno schermo.
In conclusione io non so capire il motivo vero di tanta ostilità, forse più retorica che reale, verso la migrazione che, per forza di cose, spesso non può che essere irregolare, ma azzardo questa ipotesi: accettare di condividere qualcosa di profondo, relativamente al senso della nostra precaria esistenza, rischia di disvelare la nostra malattia più grave: il consumismo individualista, quel vero male oscuro che ci divora dal di dentro. In qualche modo sappiamo, intuiamo che esporci ed essere contaminati dal fenomeno migratorio potrebbe salvarci, avere quasi l’effetto di un vaccino, ma abbiamo troppa paura di ammettere e di affrontare la nostra malattia, per accettarne la cura.
Approfondisci con la visione di Migrazioni , docufilm realizzato da Cooperativa Sociale Risorse nel 2023
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