«Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi: la mia prima patria sono stati i libri».
«Sapevo che il bene e il male sono una questione di abitudine, che il temporaneo si prolunga, che le cose esterne penetrano all’interno, che la maschera, a lungo andare, diventa il volto».
Il capolavoro di Marguerite Yourcenar è il racconto di una vita, la vita dell’imperatore romano Adriano (uno degli imperatori adottivi dell’Impero Romano, che ha governato dal 117 d.C. fino alla morte, avvenuta nel 138).

Un libro impegnativo e non facile “da raccontare”, tanto è e articolata la materia di cui è composto, tanto è profonda la meditazione di un uomo che esplora la sua intera esistenza e fino alla morte si interroga sul senso e sullo scopo del suo passaggio sulla terra. Quella che propongo pertanto è la sintesi della mia lettura di un personaggio poliedrico, che deve fare i conti con il suo ruolo pubblico e con il fattore umano, con sentimenti ed emozioni che ne rivelano anche preziosi momenti intimi e unici.
Nel taccuino di appunti per Memorie di Adriano, parte integrante del libro, Yourcenar illustra con sincerità e passione l’intero percorso di costruzione del libro, fatto di ricerca delle fonti scritte e archeologiche, di fatica e di viaggi, ma anche di pause, di progetti abbandonati e poi recuperati, e ricrea la voce dell’imperatore attraverso l’incontro della verità storica con gli strumenti dell’invenzione letteraria, dando vita a un’opera che, per la sua intensità, la scrupolosa documentazione, la capacità di analisi e lo stile impeccabile, è considerata il suo capolavoro.
Quasi vent’anni di lavoro la impegnarono nella scrittura di questo romanzo storico, pubblicato nel 1951, sei anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e di quel mondo apocalittico forse concluso, in opposizione al quale questa narrazione sembra voler proporre, allo scorrere della storia, un nuovo ordine. Uno degli spunti da cui è nata l’idea di Memorie di Adriano è una osservazione ritrovata dalla Yourcenar tra la corrispondenza di Flaubert: «Quando gli Dei non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo», e Adriano sembrava essere il solo personaggio capace di rappresentare tale modello di uomo. Particolarmente significativo, infatti, è il contesto storico: siamo nel II secolo d.C. e l’Impero Romano ha raggiunto la sua massima estensione.
Divenuto simbolo di un uomo nuovo, moderno, di lettere, viaggiatore, arbitro del proprio destino, lungimirante nel pensiero e nelle prospettive, «Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo», Adriano si fa portavoce dei valori che quello stesso periodo esprime, degli ideali greci di armonia e democrazia, dell’eternità di Roma, e diventa tutore della loro stessa sopravvivenza, possibile soltanto grazie a un governo di pace.
Così facendo, definisce la sua stessa immagine, un’immagine ricca di chiaroscuri, nella quale le virtù si mescolano alle fragilità, in cui l’illuminato convive con l’uomo di potere, degli eccessi, della crudeltà e dell’indifferenza.
Mentre abbraccia il passare del suo tempo umano, esplorando la morte, il potere, il divino, dipinge anche l’affresco di un’epoca di relativa pace, nel corso della quale tuttavia si preparano sconvolgimenti socioculturali e religiosi.
Il racconto si articola in quattro capitoli, più un prologo e un epilogo, ciascuno introdotto da un titolo latino, il primo dei quali “Animula Vagula Blandula (Piccola anima smarrita e soave)” è tratto da una poesia dello stesso Adriano, riportata alla fine del libro.
L’opera si apre con una lunga lettera che Adriano rivolge all’amato nipote, il giovane Marco Aurelio, figlio adottivo di Antonino e futuro erede dell’Impero, lettera che diventa il motivo per raccontargli il percorso della sua vita.
Poco più che sessantenne, Adriano, partendo dal resoconto dell’ultima visita medica e dalla consapevolezza che un male incurabile lo consumerà lentamente, inizia il racconto della propria vita, dalla nascita in un villaggio della Spagna al momento che precede di poco la propria morte.
Si apre a un’inattesa confessione di tutto ciò che ha contribuito a formare la sua personalità: «Poco a poco, questa lettera cominciata per informarti dei progressi del mio male è diventata (…) la meditazione scritta d’un malato che dà udienza ai ricordi. Ora, mi propongo ancor più: ho concepito il progetto di raccontarti la mia vita». Certamente anche per educare il suo giovane successore alla guida dell’impero in un contesto di pace.
Entrano così nella narrazione l’educazione, la giovinezza, la passione per la cultura greca, per la mitologia e la filosofia. Persino il suo rapporto con il cibo, il vino e l’acqua passa attraverso descrizioni che ne esaltano aspetti poetici; il suo legame con l’amore e la passione, simili ai Misteri, e ai riti oscuri praticati in universi occulti, ignoti e ingovernabili; il suo gusto per il “bello” e per quei piaceri che lo stanno abbandonando. Di tutti i piaceri ai quali è difficile rinunciare, uno dei più preziosi e più comuni, è il sonno. Lo testimoniano alcuni dei passaggi più emozionanti e rivelatori del suo abbandonarsi a un sonno, ormai trasformato dal tempo che passa, non più ristoratore, ma ambiguo e sfuggente, «quel tuffo inevitabile nel quale l’uomo, ignudo, solo, inerme, s’avventura ogni sera in un oceano, nel quale ogni cosa muta – i colori, la densità delle cose, persino il ritmo del respiro, un oceano nel quale ci vengono incontro i morti», oppure: «Quante volte, levandomi alle prime ore del mattino per studiare o per leggere, ho riordinato con le mie mani quei guanciali spiegazzati, quelle coperte in disordine, testimonianze quasi turpi dei nostri incontri con il nulla, prove che ogni notte non siamo già più …».
Il racconto procede intorno alla sua educazione, alla carriera politica e al lungo percorso che l’avrebbe portato al potere, quale successore di Traiano, ai suoi continui viaggi ai confini dell’impero per pacificare gli scontri, per promuovere riforme di miglioramento delle condizioni di vita all’intera popolazione, per conseguire la stabilizzazione dell’impero.
Gli anni migliori (Saeculum aureum) per Adriano sono segnati dall’innamoramento per il giovanissimo Antinoo, conosciuto in Bitinia e dal lungo legame che li unirà. «La sua presenza era straordinariamente silenziosa: m’ha seguito come un animale, o come un genio familiare. Aveva le infinite capacità di allegria e d’indolenza d’un cucciolo, la selvatichezza, la fiducia. Quel bel levriero, ansioso di carezze e di ordini, si distese sulla mia vita». Mentre per Adriano piacere e potere convivono, facendo da sfondo al suo lavoro continuo di imperatore, il dolore più grande è in agguato. Durante un viaggio in Egitto, Antinoo si toglie la vita lungo le rive del Nilo. Il suo suicidio, che resta tuttora avvolto dal mistero, pur sembrando un rito sacrificale, può trovare una ragione nella rivelazione dello stesso Adriano: «Un’essere oltraggiato mi gettava in viso quella prova di devozione; un fanciullo, nell’ansia di perder tutto, aveva trovato quel mezzo per legarmi per sempre a lui. Se con quel suo sacrificio aveva sperato di proteggermi, aveva dovuto credersi amato ben poco per non sentire che perderlo sarebbe stato per me il peggiore dei mali». Il sentimento amoroso per Antinoo, forse l’unico che ha cambiato la vita di Adriano, sembra essere per lui una rinuncia obbligata, nonché il prezzo da pagare per le sue ambizioni più grandi: Roma e l’impero.
Dopo la morte di Antinoo, altri obiettivi militari allontanano Adriano nuovamente da Roma, ma la sua malattia lo avvia a una nuova svolta, l’attesa e il confronto con la morte. Risolte le questioni di successione, affinché Marco Aurelio diventi suo erede e successore, si ritira nella villa di Tivoli. Qui, non potendo accelerare la propria fine, si rassegna ad attenderla con pazienza, accettandola come l’evento inevitabile a conclusione di una vita piena: «Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti».
Memorie di Adriano è un romanzo, un saggio storico, un’opera di poesia. Ci meraviglierà scoprire tutte le sue anime e la magia della fascinazione che ogni pagina ci restituisce.
Per questo sarà indimenticabile!
Marguerite Yourcenar nata a Bruxelles nel 1903 da padre francese e madre belga, Marguerite Yourcenar (Bruxelles, 8 giugno 1903 – Mount Desert, 17 dicembre 1987), è una scrittrice francese con cittadinanza statunitense. Negli anni ’50, pubblica Memorie di Adriano, considerato il suo capolavoro, che Einaudi traduce nel 1963. Prima donna eletta alla Académie française, fu candidata al premio Nobel per la letteratura per il suo capolavoro “Memorie di Adriano”. La sua produzione è eterogenea, composta da romanzi, racconti e novelle, poesie, pièces teatrali, saggi, epistolari, adattamenti cinematografici.
Autore: Marguerite Yourcenar
Titolo: MEMORIE DI ADRIANO seguite da Taccuini di appunti
Traduzione: Lidia Storoni Mazzolani
Edizione: Einaudi, 2014
Pagine: 354
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