Magazine Alternativa A Numero 1
Anno 2025
MA CHE MUSICA È …?
25 Marzo 2025

Le scale le facevo su al volo.

Col buio pesto delle sere d’inverno, non sbagliavo un gradino.Ne avevo il terrore, il mio buco nero. Correvano poggiate al Sacrario della Grande Guerra. L’odore dei garofani, lasciati appassire sul cancello di ferro, dava un pesante tocco cimiteriale. Convinto che quelle lastre di marmo nero tenessero imprigionati corpi morti e maciullati di giovani soldati, avevo l’ossessione che uno di loro, scappato fuori, mi stesse alle spalle. Ero sicuro che, da un momento all’altro, la sua mano gelida avrebbe preso la mia per trascinarmi in un mondo fatto di ombre: quelle di tanti ragazzi incazzati coi vivi, per aver lasciato i loro vent’anni incisi su una lapide. In cima alle due rampe, una porta di rovere, vecchia come il palazzo del mandamento e con un catenaccio mezzo arrugginito, apriva i battenti sulla cademia, il tempio della banda musicale. Avevo quasi dieci anni e, a casa, qualcuno aveva pensato bene che imparare un po’ di musica non mi avrebbe fatto male. La mia non era una famiglia di musicisti, tutti, però, avevano velleità musicali: cantavano, cantavano e cantavano. Un tormento.

Solo una zia, suora mancata, qualche confidenza con uno strumento l’aveva: dai pochi anni di collegio monacale si era portata a casa l’abilità di mettere le mani fra i tasti del pianoforte. Abbastanza per accompagnare i fratelli in acrobatiche e improbabili romanze d’opera.

La scuola di musica, un locale neanche tanto grande, era un groviglio di leggii in legno disposti a delimitare piccole sezioni. Pitturati con antiruggine grigio alluminio avevano qua e là bruciature identiche: quelle delle cicche di sigaretta lasciate a consumarsi tra una pausa e l’altra. Una pedana, neanche tanto alta, guardava l’assemblea da un’angolatura strategica e dava le spalle al nero di una lavagna. Probabilmente dismessa da una scuola, riportava, tra le righe sbiadite, titoli inusuali: “Eroismo italiano”,

 “Poeta e contadino”, “Piccolo fiore”. Sulla parete più lunga campeggiava il ritratto, in una cornice dorata, di un vecchio con lo sguardo ispirato: un Giuseppe Verdi, per nulla somigliante a detta dei più informati, opera di chissà quale improvvisato artista di paese.

Appena oltre l’uscio, ad occupare la seconda sedia, ogni lunedì e venerdì, mi aspettava il Celest per istruirmi di note e di vita. Maestro della banda per anzianità e passione, profumava del suo lavoro: l’aroma di resina del legno che sapeva lavorare. Austero nei modi e misurato nelle parole raccontava la musica parlandomi in dialetto: vün, dü, tri, quater stavano a un quarto, due quarti, tre quarti, quattro quarti, ezz, a un ottavo.

Tutto una scoperta.

Il rigo, le note, le chiavi, i tempi, li bruciammo in poche lezioni. Arrivato al solfeggio, invece, cominciai a pensare che, in famiglia, avrebbero fatto buona cosa ad occuparsi dei fatti loro, piuttosto che piazzarmi addosso un futuro da suonatore. Quelle mani, ruvide e sformate, carezzavano l’aria con leggerezza quasi danzassero su cantilene per me nuove: c’era il do-o-o-o, re-e-e-e per il 4/4, ma poi veniva quella con do-o, re-e per il 2/4, tutto un contare. Le mie, invece, vagavano come a prender mosche, in una confusione di quarti, ottavi, crome e biscrome. Non bastava la dannazione per l’aritmetica a scuola, mi ritrovavo a fare calcoli anche lì, per di più cantando. Il venerdì, sera di prova generale, mi capitava anche di dare spettacolo. I primi suonatori, in anticipo sull’orario, li beccavo come pubblico, divertiti dai miei tentativi di conciliare note, tempi e accidenti. Imbarazzo, sì, e un po’ di vergogna, anche se ogni tanto qualcuno, con una strizzatina d’occhio o un gesto veloce, mi dava l’imbeccata giusta. Piccoli segni di una iniziale complicità che, nel tempo, avrebbe mostrato l’altra faccia di tutta quella fatica: mi sarei trovato in mano la chiave per entrare, bambino, nel mondo degli adulti. Il bello e il buono dei paesi di un tempo: in casa, oltre all’affetto avevi quattro cose. Il resto te lo dava la comunità. Un privilegio che, presto, si tramutò in emancipazione.

Da qualche mese, vivevo una situazione piuttosto antipatica per via dalla mia voce che dicevano essere bella, piena e intonata. Il direttore della Schola Cantorum, che era poi una specie di coro parrocchiale in pompa magna, sentenziò trattarsi di una voce bianca che avrebbe giovato all’ensemble. Detto fatto mi ritrovai nella compagine ad imparare messe solenni e novene tutte in latino, lassù nella cantoria dell’organo dove, peraltro, ai bambini era proibito salire, ma… C’era un ma. Sbattuto in mezzo alle donne cantavo le parti femminili. Seppur coccolato da quelle bellezze di paese, odiavo la situazione, convinto che maschio avrei dovuto stare coi maschi. Non accettavo la storia fingendo raucedini o raffreddori improvvisi, senza successo. Non avevo scelta. Mio padre aveva deciso.

Medesima difficoltà ad accettare la cosa ebbero i miei compagni di scuola e di strada. Soprattutto i più grandi iniziarono un gioco fatto di frasi e gesti che non capivo ma che suonavano di scherno e disprezzo. Bastò qualche tempo nell’ambiente composito della Banda perché il mio vocabolario si arricchisse tanto che il senso dei doppi sensi, racchiuso in alcune parole, non fu più un mistero ma divenne un’arma.

Quella giusta per uscire da una condizione di emarginazione cui, a detta dei bulli, la mia scarsa mascolinità obbligava. Cattiveria e ignoranza non hanno tempo.

Ero un bambino, ma stavo imparando quanto era prerogativa dei grandi, e, per giunta, mi riusciva bene. Non era da tutti.

Quella nuova modalità espressiva forbita e colorita, tuttavia, trovò scarso gradimento dentro casa. Non ci volle molto a capirlo quando, spalle al muro della cucina, mi ritrovai una ciabatta di mia madre davanti al naso. Era chiaro che certe risorse avrei dovuto lasciarle fuori dalla porta. C’era anche dell’altro che mal sopportava. La sera del venerdì, quando con mio padre rimanevo ad ascoltare la prova generale, come ci vedeva rientrare ribadiva che anche le mutande mi puzzassero di fumo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Vero, erano anni in cui si fumava in qualunque parte, luogo o momento. Sigarette Alfa senza filtro o Gauloise, toscani, pipe: un assortimento di aromi e fumi più o meno densi riempivano l’ambiente. Bastava un quarto d’ora perché la vista si annebbiasse. In inverno, poi, la stufa, una colonna in terracotta lucida e alta di sette o otto blocchi rossi, fumava anche lei, da crepe e giunti.

Ci misi un po’, ma, alla fine, lettura e solfeggio riuscirono famigliari. In verità, il livello tecnico richiesto non era particolarmente elevato: molto più simile a trasmissione orale di musicalità e tradizione, che non ad un percorso scolastico rigoroso. Un passaggio di conoscenze dal suonatore più vecchio a quello più giovane. Il segreto della musica popolare.

L’avvio alla fase pratica aprì un nuovo e appassionante capitolo. C’era da decidere cosa avrei fatto da grande, quale strumento avrebbe condiviso il mio futuro di musicante. Di percussioni neanche si parlava, non c’era storia per i giovani: erano l’approdo per suonatori più avanti con gli anni che si ritrovassero sdentati o col fiato corto. C’era, comunque, una regola non scritta. Se la famiglia avesse provveduto all’acquisto, nessun problema, scelta libera sullo strumento. In caso contrario, si beccava quello che c’era. I miei due compagni di avventura scelsero. Non avendo a quel punto concorrenza alcuna, mi ritrovai con quattro possibilità: il genis (flicorno contralto), il clarinetto, l’ottavino o una specie di clarino di metallo ma più grosso, che dissero essere un saxofono. Da subito scartai il genis, suonava d’accompagnamento e io volevo cantare. Clarinetto e ottavino mi sembrarono un po’ da femmine. Neanche parlarne almeno stavolta. Rimaneva quello di ottone argentato, massiccio e bello pesante: fu amore a prima vista. Anzi, penso fu lui a scegliermi. Non era fatto a pipa, ma poco importava: aveva una voce bellissima, forte e calda. Sarebbe diventato il mio Sax Soprano. Fu il Primo, un suonatore di vecchia data che per il cuore aveva dovuto abbandonare lo strumento, a prendermi in mano per quel momento che avevo cercato in tutti i modi di anticipare studiando solfeggio a scapito dell’aritmetica. Una persona dolce e gentile che mal celava il rammarico di aver da poco rinunciato a lavoro e musica per una malattia: dovuta a tabagismo, diceva. Pronunciava quella parola, ai più sconosciuta e appresa da chissà quale medico, con un misto di rabbia e rispetto.

Non sapevo cosa volesse dire ma ne coglievo la potenza che immaginavo malvagia, visti i risultati.

Compromesso nella salute, sapeva di avere una missione: lasciare ai suoi allievi il gusto e la sensibilità al bel suono, affinché la musica non fosse unicamente la voce di uno strumento ma diventasse il sospiro della propria anima.

Ero il suo primo discepolo.

Voleva immaginassi che, dall’ancia di canna stretta fra le labbra, uscissero bolle di sapone: grandi, piccole, una più lucente dell’altra, che scoppiando nell’aria liberassero meraviglie di suoni, colori e sentimento. La bella musica. Mi faceva credere che sarei riuscito a far parlare il sax e, alla fine, mi convinse. Ma cosa fargli dire? Lo avrei capito con gli anni.                                        

Nella sua gioia per i miei progressi, trovavo la soddisfazione e l’incoraggiamento a cercar piacere in quell’ avventura. Con delicatezza e garbo mi aprì ad un linguaggio nuovo, fatto di note sussurrate, accarezzate o, a volte, persino gridate. Sempre passando dal cuore. Ma non era tutto. Un suonatore di Banda, diceva, a differenza di altri musicisti attaccati alla sedia, aveva la necessità di essere più sveglio.  C’era da mettere insieme il soffiare col reggere lo strumento, il camminare al passo col mantenere il tempo, leggere la partitura appesa alla campana del sax con l’obbligo di non inciampare. Roba da equilibristi. Al suo fianco feci chilometri tra i leggii della scuola, con l’insidia di qualche suo sgambetto per verificare il recupero del giusto passo. Trascorso qualche mese, dovevo sembrare così gasato e fors’anche motivato che il Primo, con l’ennesima pacca sulla schiena per stare bello diritto, mi fece cambiare sedia. La sera del 5 novembre 1965 ebbi il mio posto in quella che avrebbe dovuto essere la sezione dei sax. Di fatto, ero l’unico.                                                                              

Cresciuto con la musica e dentro la musica, quella sedia rimase la mia per anni. Scuole medie, liceo, università, un pezzo di vita in simbiosi con la Banda. Ogni esame superato diventava il successo di tutti, da celebrare all’osteria dopo la cademia dove qualcuno, tra domande curiose e pacche sulle spalle, intonava una canzone o accennava una mazurka. Anche per quelli andati storti si finiva davanti a un bicchiere, con qualche vecchio che per consolarmi si lasciava andare a colorite considerazioni sul mondo accademico. Sere uniche che, come cantava Guccini, “sapevan di vino e di scienza per me che li stavo a sentire con colta benevolenza” …  Il vino che alimentava storie, fantasie e vicende care a quel mondo ricco di umanità e creatività.

Fino ai dodici anni mi toccò la gassosa.

Da lì in avanti … non più.