Magazine Alternativa A Numero 1
Anno 2026
L’Ossola è un giardino ricco di tante fioriture
17 Marzo 2026

Intervista a Roberto Olzer

Roberto Olzer, diplomato in organo e composizione organistica e in pianoforte, ha studiato improvvisazione jazz con Ramberto Ciammarughi, perfezionandosi poi con i maestri pianisti Stefano Battaglia e Enrico Pieranunzi. Ha al suo attivo moltissime registrazioni, che spaziano dalla musica classica al jazz, in un percorso di ricerca eclettico e personale. Tra le collaborazioni più significative, quella con Mauro Beggio e Yuri Goloubev, i compagni del Roberto Olzer Trio, poi con tanti solisti e formazioni con cui collabora da tempo e con artisti di diversi ambiti, ad esempio il pop, tra i quali spicca la figura di Antonella Ruggiero, musicista di enorme carisma ed intensità.

E non è solo un grande pianista, organista, compositore, ma svolge con la stessa passione la sua attività di docente presso la Scuola Musicale Arturo Toscanini di Verbania.

Lo incontro proprio in un’aula della scuola a Verbania, è sera e, dopo una giornata intera spesa con i suoi studenti, ha per loro parole di affetto e di riconoscimento dei loro talenti e del loro impegno.

Anima Mundi: l’esperimento interculturale tra Occidente e India

Partiamo da un tuo esperimento musicale di qualche tempo fa: nel 2017 è uscito Anima Mundi, con musiche composte e suonate dal Trio Atlantis, formato da te e da due musicisti indiani, Deobrat e Prashant Mishra. Pianoforte, tabula e sitar danno vita a un’avventura musicale giocata tra tradizione e sperimentazione interculturale. Hai definito Anima Mundi come ‘principio unificante al di là dei caratteri e delle etichette individuali e culturali che si possono riscontrare’ e hai parlato di ‘intuizioni della storia plurimillenaria’. Mi piace sottolineare questa idea e estenderla a gran parte della tua produzione è corretto? C’è un elemento unitario all’interno dei vari generi che hai esplorato.?

Sì, questa idea dell’Anima Mundi effettivamente è nata in relazione soprattutto a quel progetto. Era un progetto abbastanza estremo nell’unificare mondi musicali distanti, perché se si ascoltano la musica tradizionale indiana e quella occidentale sembra, ad un’impressione superficiale, che non c’entrino assolutamente niente l’una con l’altra… Anche se poi, andando molto indietro, i legami ci sono, perché Alessandro Magno è arrivato là, portando gli echi delle antiche scale greche, che sono alla base della musica occidentale dal Medioevo ai giorni nostri.

Di fatto, i Mishra ed io siamo stati messi insieme quasi per gioco, per esperimento direi, da due nostre amiche. Una di loro in India aveva conosciuto i Mishra e li ha invitati. Loro sono padre, figlio e nipote che suonano insieme; in India è abituale questa trasmissione della pratica musicale di generazione in generazione e loro sono la 10ª generazione di musicisti che portano avanti questa tradizione. Abbiamo così, quasi per caso, iniziato a suonare pianoforte, sitar e tabla e ne è scaturito un risultato bellissimo, che ci ha stupito. Riflettendo su questo, ci siamo detti che le nostre culture hanno caratteristiche ‘lessicali’, molto diverse, perché usano un vocabolario certamente diverso. Bisogna allora che si rinunci a qualcosa della propria cultura per trovare un punto di intesa: in qualche modo perdi qualcosa, parte della ricchezza della tua specificità culturale, ma guadagni qualcos’altro: un‘espressione nuova, in grado di creare un dialogo tra culture così lontane. È come se avessimo scoperto che cambiano i termini, le parole, il lessico, però la grammatica sotterranea al fare musica è comune, perché ha a che fare addirittura con qualcosa di fisico. Penso ad esempio ai concetti di tensione e distensione, elementi musicali che sono presenti in tutte le musiche perché fanno parte della vita stessa, della natura biologica, dell’essere umano: la musica li esplicita grammaticalmente in modi simili, ma con parole in ciascun luogo del mondo diverse.

Certo, la ricchezza della nostra tradizione è straordinaria, ma è così importante trovare la capacità di interloquire e di dialogare, soprattutto in questo periodo. È un gioco di sottile equilibrio. Per questo, per tornare alla tua domanda, parlavo di ‘intuizioni della storia plurimillenaria’: ci sono epoche storiche in cui avviene che si trovi un punto d’intesa, anche a costo di rinunciare a qualcosa e ci sono invece momenti in cui la riaffermazione della propria individualità sembra prioritaria. Il concetto di Anima Mundi è un concetto fondamentalmente filosofico, ripreso dalla filosofia rinascimentale. Ed è un po’ questo che abbiamo voluto evidenziare nel disco, cioè questo principio unificatore universale invisibile, sotterraneo, che permea i secoli e che a volte riaffiora e che invece ogni tanto si inabissa carsicamente.

Fonti d’ispirazione: tra filosofia e riferimenti letterari

Spesso hai citato scrittori, poeti e ovviamente altri musicisti: quanto la tua formazione di studi, anche filosofici e letterari, ha orientato le tue scelte creative? Da Rilke a Pavese, ci sono echi letterari che compaiono nelle tue composizioni: quali sono le tue fonti ispirazione?

Direi non più di tanto, per quanto riguarda gli studi filosofici, perché ho sempre avuto l’impressione che i filosofi, quando si mettono a parlare di musica, non sempre ne capiscano e la conoscano davvero…

Certo, Platone, Boezio, i medievali dicono cose affascinanti, ma parlano della musica delle sfere, dei pianeti, parlano di matematica. La musica però non è quello, o meglio non è solo quello. Tant’è che per i filosofi medievali, ad esempio, il musicista reale, in carne ed ossa, che suonava lo strumento era un po’ l’ultimo gradino della gerarchia ‘musicale’, mentre il musicista in senso più alto era il filosofo che rifletteva sulle proporzioni, come Pitagora che col monocordo ragionava di proporzioni matematiche riguardo alle altezze delle note musicali. Questo per dire che non sempre, secondo me, i filosofi hanno avuto delle intuizioni su quello che è veramente la musica.

A me ha sempre affascinato, invece, collegarmi a elementi tratti dalla letteratura, anche dalla narrativa, più che dalla filosofia in senso stretto. Ad esempio, quello che Pavese ha scritto in alcune pagine mi ha talmente toccato nel profondo che è stato per me naturale dedicargli delle note, non perché le note vogliano descrivere o commentare quello che lui ha scritto, ma perché sono semplicemente un omaggio di riconoscenza a lui.

Sempre intuizioni?

Sì, io non credo che la musica debba veramente descrivere alcunché, anche perché nel momento in cui tenta di diventare descrittiva, come la storia dell’estetica musicale ha spesso rilevato, si perde qualcosa della sua essenza, che ha una propria dimensione assolutamente autonoma, autosufficiente. E quindi, quando trovo riferimenti paesaggistici, letterari, poetici, che mi affascinano, questi stimolano semplicemente un’emozione attraverso la quale sono portato a scrivere, comporre, improvvisare qualcosa.

Il ruolo dell’artista e la responsabilità etica nella musica

Oggi più che mai bellezza e arte sono indispensabili al nostro pianeta. Qual è il tuo punto di vista? Quale il ruolo dell’artista in campo musicale? Cosa muove la tua ricerca?

Credo che questo momento, almeno a mia memoria, sia il peggiore mai visto. Sento quasi una forza sotterranea globale, un po’ come un’Anima Mundi, ma in senso deleterio, un Leviatano, che si sta risvegliando e che ha voglia di distruggere; ogni tanto forse, nella storia ci sono questi momenti terribili. Perché vedo che questa deriva sembra inarrestabile e ci stiamo abituando a considerare normali eventi che fino a pochi mesi fa erano assolutamente impensabili. La musica e i musicisti, come credo chiunque faccia cultura, ha sicuramente una responsabilità forse anche politica, certamente etica nello scegliere di fare musica secondo certe modalità. Si può scegliere di puntare al successo a costo di rinunciare ad un’esigenza di qualità e di autenticità, oppure adottare una modalità ‘buona’, che è quella di non rinunciare ai criteri che animano il tuo bisogno interiore, più elevato, di fare musica. Oggi la produzione musicale effettivamente è molto giocata sulla capacità comunicativa, spesso a prescindere dal contenuto musicale. Fai una ‘schifezza’ al pianoforte, ma trovi il modo di renderla comunicativamente efficace o circondarla di qualcosa che la renda efficace e questo ‘buca e diventa virale’, come dicono i giovani. Per me è obbrobrioso.

Ma tu riesci, in un momento in cui sembra tutto così disperato, a sperare nella musica, cioè a sentire che la musica ha una sua forza, una sua capacità di infondere speranza?

Per me ce l’ha, sa toccare anche l’animo di tanti ragazzi: questo lo vedo insegnando. Se dovessi dire come sta andando il mondo guardando i miei allievi, potrei dire che sta andando benissimo perché ci sono ragazzi che dimostrano una passione, una volontà e un talento eccezionali.

E proprio loro mi danno un ritorno importante, che mi spinge ad andare avanti. Ad esempio uno dei miei studenti di jazz ha vinto una borsa di studio ed è andato a fare due mesi a Boston, alla Berklee School of Music: i suoi progressi e quelli di tanti altri suoi compagni danno certamente speranza.

Come individuo posso solo cercare di fare bene il mio lavoro e questo per alcuni è di esempio e di ispirazione; e di consolazione.

Vorrei fare un esempio, anche se legato ad un tema tragico e controverso. Sono andato qualche mese fa a suonare in Israele (ci vado ogni anno da 4 anni ormai). Ho in quel paese degli amici cari, che si battono con un grande coraggio contro le scelte criminali del loro governo. E questa è stata una decisione su cui ho riflettuto, indeciso se condividere con molti l’idea di boicottare o meno la politica razzista di Netanyahu.

Ho deciso di andare, tra l’altro, in una situazione critica, tra allarmi che suonavano e notizie di missili che minacciavano l’aeroporto, perché anche i miei amici laggiù soffrono, coinvolti con i loro figli nell’esercito o con le vittime del 7 ottobre, e perché consapevoli anche della vergognosa violenza che il loro governo sta compiendo davanti al mondo.

Credo che chiunque vive una situazione angosciosa, pesante, trova nella musica, in un certo modo di fare musica, una capacità catartica veramente impensabile, almeno per qualche attimo: insomma, questo modo di essere lì in mezzo, di emozionare, secondo me, ha avuto anche un effetto curativo, perché ha consentito di trasmettere dei contenuti che toccano corde profonde. Ho visto persone piangere, cosa che non mi succede tutti i giorni tra di noi. La forza che aveva la musica in quel momento era molto più grande di quella che avrebbe avuto su un uditorio comune.

Nuovi progetti: Crossroads e il dialogo tra epoche musicali

Ci vuoi parlare dei tuoi progetti futuri? Il tuo ultimo disco, Crossroads è un viaggio, compiuto insieme a Alessandra Gelfini, tra epoche e generi musicali a quattro mani. È ancora una ricerca di dialogo tra linguaggi musicali apparentemente distanti?

Crossroads è sicuramente un progetto interessante per noi, impegnativo anche a livello di scrittura e di arrangiamento: suonare a quattro mani insegna bene il senso del confine dei propri spazi, per evitare di ostacolarsi a vicenda. Anche questa è stata un’esperienza di ricerca dell’Anima mundi, per così dire, più in senso cronologico che geografico, perché si è visto come molti elementi della musica prog, di gruppi e musicisti come i Genesis, Keith Emerson, Oldfield, eccetera abbiano forti legami intenzionali con la musica barocca, soprattutto con Bach, e in generale con la musica classica, ‘colta’. Abbiamo fatto dunque l’esperimento di mettere insieme due realtà molto distanti cronologicamente tra loro, 1600 e 1700 e gli anni ’70 e ’80 del Novecento e sono venute fuori delle cose molto stimolanti: Keith Emerson, ad esempio, nel suo brano Take a Pebble citava pezzi di Bach durante l’improvvisazione e Firth of Fifth dei Genesis ha una scrittura quasi clavicembalistica. Ci siamo divertiti e il prog è comunque un genere in grande riscoperta, perché ha dei contenuti musicali profondi.

Per quali aspetti?

Anzitutto, proprio per la complessità musicale, armonica, ritmica. Poi, per l’ambizione, perché si tratta, a volte, di suite di 10, 20 minuti: Tubular Bells di Mike Oldfield è un lungo brano di quasi 50 minuti senza interruzioni, come era tipico di quegli anni. Adesso si confezionano pezzi di tre minuti perché l’attenzione dell’ascoltatore è sempre più limitata. Era proprio una ricchezza di allora il coraggio di sperimentare, di osare, con un pubblico che poteva ascoltarti con attenzione e a lungo.

Ultimamente, nella mia attività concertistica, sto tirando le somme su quelle che sono state le direzioni musicali che ho seguito finora, ossia la parte classica – pianistica e organistica – e la parte jazzistica improvvisativa. In particolare con l’organo, uno strumento legato ad un ambiente molto specifico, la chiesa, quindi alla musica liturgica e barocca. Intendo mostrare a me e anche a chi ascolta come si presti in realtà ad essere usato anche in contesti musicali completamente diversi: mi sono trovato a collaborare da organista con musicisti della Mongolia, o con musicisti senegalesi con i loro strumenti etnici., all’interno di un progetto dell’associazione Musicamorfosi che produce questo tipo di spiritual music legata al dialogo tra le culture. 

Ritorna la ricerca di Anima mundi, ma fatta con l’organo. Quest’estate suonerò con un musicista mongolo, appunto, che canta tra l’altro con tecnica diplofonica, sdoppiando la voce, secondo l’usanza della sua terra. E il risultato dell’impiego dell’organo in questi organici è una spiritualità, diciamo non confessionale, ma ecumenica, immensamente ecumenica: da Bob Marley alla musica dei mongoli, al Duduc armeno, alla Kora che è uno strumento a corda africano: insomma ci sono tante possibilità, che ho colto perché mi hanno permesso di intraprendere un nuovo tipo di percorso.

La vivacità musicale della Val d’Ossola

Avrei un’ultima domanda per te che sei un musicista che ha mantenuto un legame con l’Ossola, ma in una dimensione aperta al mondo: che cosa si muove di interessante dal punto di vista musicale nell’Ossola in questo momento?

L’Ossola è una terra incredibilmente ricca di talento musicale e di opportunità. E questo è il parere di molti. Dico ‘incredibilmente’ perché ‘geograficamente’ pensi sia una terra ‘chiusa’ a nord dalle montagne, oltre le quali c’è il Canton Vallese, che è una realtà diversa, e a sud comunque relativamente lontana dalle aree culturalmente più vivaci; eppure nei decenni si sono sviluppati tantissimi talenti musicali di alto livello. Da cosa è nato tutto questo? C’è sempre stata una grande tradizione di bande, che è tuttora presente, anche se purtroppo si sta riducendo, perché è sempre più difficile attrarre giovani su questi temi. Esiste anche una cultura dei cori, molto presente in tutte le sue declinazioni, dai cori di chiesa, ai cori alpini, a quelli femminili e ai cori gospel, insomma tutto quello che è espressione della coralità. C’è poi un’importante dimensione didattica, che negli ultimi decenni ha avuto anche personaggi di spicco. Non chiedermi di farne un elenco, ma in questo periodo abbiamo assistito al fiorire di scuole musicali nate attorno a maestri capaci di dialogare tra loro e di superare le rivalità, che purtroppo nel mondo artistico creano divisioni. A creare questa situazione ha contribuito senz’altro, ha fatto da volano, la nascita dell’indirizzo musicale delle scuole medie di Domodossola, perché ha dato la possibilità a tanti ragazzi, compresi quelli che adesso hanno loro stessi dato vita a scuole, di crescere. E vediamo tanti giovani che stanno facendo cose molto interessanti, in ambito jazzistico e classico.

Quindi, per me l’Ossola è un giardino ricco di tante fioriture.