Magazine Alternativa A Numero 4
Anno 2025
Le parole dell’infanzia
6 Dicembre 2025

Bambini e bambine produttori di cultura

Infanzia. Un momento della vita che ci riguarda tutti, perché ciascun adulto l’ha attraversata. Un momento della vita che in molti pensano di conoscere, accompagnare e giudicare semplicemente perché, alla fine, siamo stati tutti bambine e bambini e, tutto sommato, la complessità e la pienezza stanno nelle altre fasi della vita di una persona.

Fatto salvo, poi, trovarsi di fronte a eventi che spiazzano, come il provocatorio “definisci bambino” sulla bocca di adulti che parlano di temi, come la guerra, che con l’infanzia (in realtà con l’umanità) non dovrebbero mai avere a che fare. Ma anche di fronte a situazioni apparentemente più semplici e quotidiane, come il guidare un’automobile in quartieri che sembrano essere stati costruiti per abitanti che superano abbondantemente il metro e mezzo di altezza, non camminano a quattro zampe e, per andare da qui a lì, percorrono sempre la strada più lineare.

Due sono le possibilità: andare dritti lungo la propria traiettoria, annullando le differenze e le specificità e appiattendo l’orizzonte su quello di una società adultocentrica e monocolore, oppure rallentare e soffermarsi a domandare il senso delle parole e del loro legame con i corpi, i gesti, gli oggetti e i pensieri che le definiscono.

Secondo l’enciclopedia Treccani, infanzia è “la prima età dell’uomo, che in passato, in senso generico, si faceva giungere sino all’acquisizione dell’uso completo della parola, e oggi comunemente si fa partire dalla fine del periodo neonatale e si divide in prima infanzia (primi due anni), seconda infanzia (dai 2 ai 6 anni), terza infanzia (dai 6 anni all’inizio dello sviluppo puberale)”. Un arco di tempo breve, se si considera la durata media della vita, specialmente nelle popolazioni occidentali, ma sufficientemente ampio per determinare in maniera importante ciò che sarà la storia di una persona. 

Un tempo nel quale la persona è infans, incapace di parlare. 

È interessante osservare come questo termine, nato per indicare i piccolissimi, che non conoscono la parola, si allarga a età nelle quali l’uso del linguaggio è presente, e via via diventa pieno e consapevole.

In che senso una bambina di due, sei, dieci anni è in-fans, non parlante?

Il punto, qui, non è non saper parlare la lingua italiana, o la propria lingua madre. Dopo il primo anno di vita le parole arrivano e sempre più precocemente ai piccolissimi vengono offerte opportunità per parlare anche altre lingue. La lingua che bambine e bambini non parlano è quindi qualcosa di diverso: è il linguaggio degli adulti.

Ma bambine e bambini parlano molto bene, sin da subito.

Parlano il linguaggio del corpo. Nascono totipotenti e con una dotazione di intelligenze plurali che li rende potenzialmente capaci di trovare il loro posto e la loro strada nel mondo. Tutti. Anche coloro che presentano neurodivergenze o caratteristiche fisiche o genetiche che li rendono molto diversi dagli altri. Esplorano il mondo con tutti i loro sensi, si lasciano portare dalle emozioni per poter imparare a gestirle, sono naturalmente propensi alla relazione, aperti a sperimentare il conflitto perché autocentrati e a gustare l’incontro perché bisognosi di confini e di specchi, fisici e mentali, attraverso cui conoscersi e conoscere. Possiedono quella che Maria Montessori definiva l’intelligenza della mano, hanno un pensiero fortemente incorporato, riconoscono nell’istinto e nelle sensazioni il motore della scoperta e della conoscenza.

Parlano il linguaggio del tempo. Un tempo circolare, fatto di ritmi, rituali, ricorsività. Che rallenta e accelera senza dare retta a minuti e giorni. Che si ferma e si allarga fino a diventare infinito, come nei giorni di festa, nelle vacanze o in una giornata di scuola nella quale si è stati troppo seduti. Un tempo fermo perché per diventare grandi non si deve guardare in avanti, ma si deve sostare nel presente più a lungo possibile, in modo che le radici trovino la loro strada e i rami prendano forma.

Parlano il linguaggio dei mondi intermedi. Raccontano a se stessi e agli altri il “facciamo che ero” il maestro, l’astronauta, la scienziata. E lo narrano molto bene perché padroneggiano in maniera perfetta la grammatica della fantasia tanto cara a Gianni Rodari. Abitano con maestria la lingua del gioco. Condividono pensieri e parole con gnomi, fate e supereroi. Sanno esprimersi come il pasticcere, l’addetto ai traslochi e l’allenatrice di rugby perché li vedono nel mondo dei grandi e reinterpretano i loro linguaggi. Sanno esprimersi come il mago Patapof, la sirena Bollicina e il gorilla Riderello perché li vedono nel loro personalissimo mondo e danno loro le parole giuste per portarli agli altri.

È facile allora capire perché sono infans.

Non parlano il linguaggio proprio delle intelligenze dominanti nel mondo adulto, che vede prevalere il piano verbale e quello logico matematico su tutti gli altri, al punto che, spesso, sia gli insegnanti sia le famiglie, nella scuola del duemila ancora mettono al primo posto italiano e matematica e tutto il resto viene dopo, con la didattica della musica, dell’arte e del movimento in fondo alla classifica del sapere e con il gioco libero relegato, via via che si sale di ordine di scuola, a qualche momento di intervallo sotto l’attenta sorveglianza di adulti che dicono di non salire sugli alberi e di stare nei limiti del campo. 

Non parlano il linguaggio del tempo adulto, il Chronos, che corre, va sempre avanti, non è mai abbastanza. E non torna. Non sanno nemmeno palesarselo, quando sono molto piccoli. E quando alla scuola primaria iniziano a scoprire la meraviglia di una linea del tempo che indica i loro passi e i passi dell’umanità e a conoscere lo splendore dell’orologio e del calendario che ci ricordano che stiamo tutti andando avanti e diventando grandi, faticano molto a comprendere come questa magia debba per forza sostituire invece di allargare quella altrettanto meravigliosa delle stagioni che ritornano, del rincorrersi del sole e della luna, dei compleanni, dei Natali e degli Eid-al-Fitr che ogni anno ritornano a portare doni ai bambini.

Non parlano il linguaggio della razionalità e del principio di causa effetto, che semplifica lo stare nel mondo e permette agli adulti di aspettarsi di trovare una bistecca quando entrano in macelleria, ma che è regolare, indirizzato, poco divergente. Non possiedono le strutture cerebrali che consentono il ragionamento adulto e che nell’iniziare a definirsi segnano proprio la fine dell’infanzia e l’inizio dell’avventura dell’adolescere, del diventare adulti, altro dall’infanzia. Non afferrano le lunghe spiegazioni, non sono mossi dalla stessa intenzionalità dei grandi, non ragionano con l’astrazione, ma con la realtà e la fantasia.

Ma allora diventa impossibile comunicare? Sì, è impossibile, se si pretende di considerare infanzia, adolescenza e mondo adulto come tempi in cui la persona è sempre uguale e di pensare ai primi due come una riproposizione in piccolo di quello che sarà la pienezza adulta. No, è possibile comunicare e lo si fa benissimo quando si riconosce a ciascun tempo della vita la sua dignità, la sua pienezza e il suo valore e ci si allena ad osservare, conoscere e ascoltare il linguaggio dell’altro, provando a interpretarlo e, quando serve, a tradurlo nel proprio. Bambine e bambini lo fanno quotidianamente con noi adulti, con fiducia e curiosità. Noi non sempre ci riusciamo allo stesso modo e con lo stesso rispetto.

Chi dimora nell’infanzia non è solo il futuro dell’umanità, non è solo un cittadino del domani, ma è anche una persona dell’oggi, con piena dignità di presenza nel mondo che abita. La socializzazione è un processo precocissimo: fin dai primi anni di vita bambine e bambini interfacciano con gli altri, scoprono modi di stare nel mondo, apprendono norme e valori, sperimentano ruoli. Crescendo, si appropriano della cultura che trovano intorno a loro, la riproducono, la tengono viva. Ma i sociologi dell’infanzia, da tempo, hanno osservato che questo processo non è unidirezionale: bambini e bambine possono anche produrre cultura. E lo sanno fare molto bene, se gli si concede lo spazio e se si dà loro ascolto. La capacità di agency degli individui è potente e marcata, sin da subito. La sfida della società, peraltro molto disattesa per tutti nella contemporaneità occidentale, è proprio quella di lasciare spazio a questa agency garantendo a tutti gli individui quelle chances di vita che possono permettere il pieno disvelamento dei singoli soggetti, pur garantendo l’equilibrio e il mantenimento dei legami sociali.

Per questo sono preziose quelle progettualità che cercano di sottolineare il legame forte tra cultura e infanzia, come il percorso di Cultura per Crescere che in questi anni, grazie alla determinazione degli operatori del sistema bibliotecario VCO ha visto convergere istituzioni, musei, associazioni, scuole nella direzione di costruire un welfare culturale capace di offrire a bambini e bambini e alle loro famiglie opportunità di crescita e spazi di benessere nei quali intrecciare prospettive presenti e future.

Arte, letteratura, teatro, musica, con la loro capacità di valorizzare linguaggi plurali, permettono di parlare con i più piccoli senza correre il rischio paventato da Loris Malaguzzi di rubare loro 99 dei 100 linguaggi che possiedono. Il dialogo tra adulti, in parallelo, consente di dare senso all’espressione di questi linguaggi e di costruire una comunità educante capace di ascoltarli e di predisporre i migliori ambienti di apprendimento per farli esprimere.

E in questo modo i mondi si incontrano, ciascuno continua a parlare il proprio linguaggio, comprendendo quello dell’altro e facendolo proprio per quanto gli è possibile, senza annullare ciò che è e scoprendo quell’altro che permette di essere pienamente se stessi e democraticamente parte della propria comunità.