Magazine Alternativa A Numero 3
Anno 2026
LE COSE CHE TORNANO
24 Settembre 2026

La temperatura è buona. Non troppo bassa da pelar brocchette, né troppo alta da rischiare casini: sopra i mille c’è un sacco di neve.

Il vecchio furgone che parte al primo colpo fa già pensare bene. Carico gli sci che è ancora buio. Nuovi di zecca, brillano nel chiarore delle luci di cortesia. Un regalo. Li devo a Luca, mio fratello di lavoro. Ritrovandomi con due sorelle, mi ha sempre divertito l’idea di scegliermi dei fratelli da adottare, o da cui farmi adottare. Cercandoli nelle pieghe della vita. Con Luca è la carica umana, e la medesima cura nell’approccio ai nostri pazienti, ad aver creato vicinanza. Fraterna. Anche se, politicamente, guardiamo la storia da poli opposti.

Seduto sui gradini di casa, con la luce del lampione che non mi lascia contare le stelle, lo aspetto con insolita curiosità e qualche perplessità. Il team delle nostre uscite sci alpinistiche, sempre in numero pari e mai superiore a due, oggi farà un’eccezione. Avremo compagnia, e la cosa mi mette un po’ a disagio. Non che mi rovini le aspettative della giornata, no, ma temo per il nostro equilibrio. Ore di salita orfane di parole, pensieri appesi al silenzio, fruscio della neve, sono da sempre la nostra occasione di meditazione. Potrà ancora esserlo col suo amico appresso? Di lui non so nulla: magari è uno da dieci parole ad ogni passo. Oppure il tipo che ti corregge la posizione perché non sei abbastanza centrale, o che chiede se la fotocamera messa sul casco te l’abbia regalata una casa farmaceutica…

Ammetto: un po’ di ansia c’è, appiccicata a quel poco di gelosia che si insinua tra chi condivida emozioni, da sempre, col medesimo socio. Quello con cui hai giocato a carte scoperte e che, dei tuoi limiti e delle tue debolezze, sa tutto. L’ho provato nella musica, nella corsa, nell’alpinismo. Perché un nuovo compagno in una nostra impresa?

La vita, di lì a poco, me l’avrebbe spiegato.

Mi accorgo del tempo passato a macchinare coi pensieri quando, d’improvviso, il lampione si spegne. Non ho contato le stelle ma si è fatto giorno.

Puntuale col sorgere del sole sbuca dalla curva un’auto: da un finestrino posteriore spuntano le code di due paia di sci. Chi ben comincia …

Il primo a scendere è lui, il terzo. Inquadrato e radiografato. L’abbronzatura la dice lunga: è uno di quelli che vanno in montagna anche a Natale, Santo Stefano e l’ultimo dell’anno, e che le cime dei miei desideri le hanno già fatte tutte, almeno otto volte. L’abbigliamento supertecnico non fa una piega e gli occhiali a specchio, incollati alla fronte, la firma sul suo curriculum. Mi saluta e si presenta al volo mentre scarica gli sci e trasborda zaini e scarponi. Luca, invece, si piazza sul divanetto posteriore del furgone. Il posto più comodo per una dormita.

Al Devero mi tiro una appagante golata di caffè, ancora bollente nella borraccia termica. Luca accetta l’offerta e se ne fa un sorso. L’amico fa di no con la testa mentre sta per mettersi in marcia con le pelli già montate. Ho la sensazione che calma e lentezza, ingredienti di queste mie giornate, oggi saranno fuori luogo. Pare non si debba perdere tempo: il Pizzo Bandiera potrebbe decidere di non aspettarci…

Sistemo le pelli e attivo la fotocamera. Quando decido di muovermi, i due sono già un centinaio di metri avanti ma sento che il cielo, colore dell’aria, è complice nel mio desiderio di dilatare il tempo e compiacermi nella fatica di ogni passo. In breve, mi ritrovo a rincorrere ricordi accompagnati a una canzoncina, quella che mi dà il ritmo nel salire. Il Bandiera è una mia prima, quindi tutto una scoperta. Comincio dal silenzio: sembra parli una lingua diversa rispetto ad altri più maestosi o addirittura assordanti. Generatore di una pace assoluta, pare tenermi abbracciato al mondo anche se, a farmi compagnia, c’è solo il mio respiro. Affannato e rumoroso per una salita sempre più ripida che mi aiuta a non avere fretta. Mi fermo di frequente: scatto immagini o mi incanto al fruscio delle ali di un falchetto, incazzato col vento. Quando alzo lo sguardo capisco che il nostro amico è uno che la montagna se la mangia, senza il timore di farne indigestione. È ormai alla bocchetta. Ci arrivo un’ora dopo quando i due, tolte le pelli e rifocillati, sono pronti per la discesa. Decido, comunque, di guadagnarmi la cima. Luca se le rimette e mi segue lungo la cresta. Un selfie, con noi due che riempiamo il fotogramma a scapito del Pizzo, è irrinunciabile.

La discesa mi rimette in gioco: un canalone ampio, la neve pastosa che si lascia lavorare e gli sci nuovi che girano al solo pensiero, mi fanno andare come un treno e l’apripista adesso sono io. Anche se mio nonno avrebbe detto che in discesa i va giü anca i sciücc (in discesa va giù di tutto). Luca ci è abituato. Nelle maratone della Val Intrasca, da correre in coppia, succedeva che, andando in giù, dovesse tenermi a freno. L’amico, invece, pare sorpreso tanto che, ad ogni sosta, comincia a parlarmi. Commenta lo stato del manto nevoso e magnifica le vantaggiose caratteristiche della meraviglia che ho ai piedi. Forse mi sono guadagnato il lasciapassare per accedere al suo mondo senza perdersi, più che tanto, in chiacchere. Non ci sono santi, la Mirella di Croveo, dopo l’una, il risotto non lo serve più. Manteniamo i tempi. Arriviamo puntuali all’appuntamento.

E lì, in una trattoria di paese, lontano da tutto e da tutti, il destino sceglie il momento giusto per stupirmi. Una volta di più. La confidenza col nuovo amico, diventata ormai simpatia, lo fa sorridere del mio modo di affrontare la salita, e mentre lo definisce moderato andante da musicista neomelodico, mi butta lì una domanda precisa: “ma tu, non è che sei di Cannobio?”

Dopo un sì deciso, il mio mondo, e forse anche il suo, non saranno più gli stessi.

Inizia a raccontare del padre. Partigiano nella guerra di Liberazione sulle montagne di casa mia, durante un’azione di rappresaglia nei riguardi di delatori, incappò in una pattuglia della confinaria tedesca. Dallo scontro ne uscirono morti e feriti. Tra questi il padre che, recuperato dai suoi, venne affidato alle cure di una famiglia. Pochi giorni dopo, però, a paese libero da tedeschi e repubblichini, buona parte della popolazione prese la via delle montagne per sfuggire alla rioccupazione nazifascista. Anche il partigiano ferito si avviò, malmesso, verso il confine. Appena il sentiero cominciò a inerpicarsi, lo sfinimento, per l’emorragia dalle ferite, ebbe il sopravvento. Della moltitudine in fuga nessuno sembrava preoccuparsi di quel corpo riverso e immobile nell’erba. Tutti pensavano unicamente a salvarsi.

A quel punto mi incuriosisco. Chiedo come sia poi successo che abbia avuto un figlio. C’erano tutte le condizioni perché quel poco di vita, che ancora aveva addosso, se ne potesse andare…

Risponde che il padre, d’un tratto, si sentì sollevare, come volasse. Al limite della coscienza, pensò fosse quello il modo di morire, un volo. Volo che, non poi così breve, lo portò a immaginare che andarsene all’altro mondo fosse una cosa lunga e neanche tanto faticosa. Invece, se la cavò. Dai compagni di brigata, cui era stato affidato qualche ora dopo l’inizio di quel viaggio, venne a sapere che due ragazzi, tra tutti i fuggitivi, se ne presero cura. Caricato su una scala da vigna, lo portarono fino al comando partigiano, su alla colma di Olzeno. Con la voce rotta, di quando un racconto diventa emozione, aggiunge che nessuno della sua famiglia ebbe mai l’occasione di conoscere e abbracciare chi l’avesse salvato.

Ho la forchetta piantata nel risotto. Ormai, non fuma più. Luca mi chiede lo scodellino del parmigiano che ho in una mano, ferma da un bel po’ a mezz’aria. L’incredulità mi blocca. Lo stupore, che mi è scoppiato dentro, sembra accecarmi. Gli occhi sono pieni di un’unica immagine, quella di due ragazzi in fuga che reggono una scala, a mo’ di barella. Sopra, un corpo martoriato ma ancora vivo.

Realizzo che l’incontro di quel giorno non sia casuale. Capita che il destino chiami e ti metta in mano un filo di Arianna: tenuto ben stretto, porterà dove l’immaginazione non sarebbe mai arrivata.

Conosco quella storia. Mio padre, gli occhi opachi di commozione, la raccontava. Lentamente, un pezzo dopo l’altro, al ritmo della legna che metteva nel camino, con la pena di chi avrebbe voluto dimenticare. Lui e il fratello i ragazzi della scala. In fuga da una guerra che li aveva trasformati senza, però, avergli rubato umanità e altruismo. Narrava malinconico, preso dal vuoto di non aver mai conosciuto se e chi avesse salvato. Ora che lui non c’è più, mi ritrovo erede inconsapevole di una gioia. Quella che per anni aveva rincorso.

Le cose che tornano.