Ci sono espressioni idiomatiche che spuntano da chissà dove ed entrano nel linguaggio corrente, ove poi circolano e tutti le adottiamo senza stare a badare troppo alla loro precisione lessicale. Diciamo, per fare il primo esempio che viene in mente, “povero diavolo”, ma sappiamo che non a Belzebù ci riferiamo. Così, quando diciamo “lavoro povero” non intendiamo tanto la povertà del lavoro, ma di chi, svolgendo quel lavoro, resta, comunque, in una condizione di povertà.
Certamente esistono lavori che poveri lo sono davvero, basta ricordare, ad esempio, quelle folle di diseredati che documentari e telegiornali ci mostrano perlustrare immondezzai e discariche di Paesi lontani; perché sarà forse nella logica delle cose che questo genere di “lavoro” possa, tuttalpiù, produrre stentata sopravvivenza. Ma ben più dissonante ci suona l’uso dell’aggettivo povero riferito a quei molteplici lavori, normali prestazioni lavorative, di cui le nostre società normalmente necessitano; quei lavori che, per quanto semplici e modesti, nei Paesi sviluppati comportano comunque salari sufficienti a garantire vite dignitose, ma che invece, oggi nel nostro Paese, offrono solo indigenza e povertà, moltiplicatori di quel disastro che è la disuguaglianza sociale.
Sarà perché, in Italia, tutte le retribuzioni sono basse e, conseguentemente (?), le mansioni meno qualificate rischiano di finire sotto una soglia di dignità. Sarà per la frantumazione del mondo del lavoro, per le difficoltà in cui annaspano le loro disarticolate rappresentanze e per la proliferazione dei mille contratti capestro. Sarà perché già trent’anni fa Rifkin avvisava che il lavoro era alla vigilia di cambiamenti epocali e non sempre in meglio o perché “negli ultimi cinquant’anni è stata portata a termine una gigantesca rivoluzione dei ricchi contro i poveri, dei padroni contro i sudditi, dei dominanti contro i dominati. Una rivoluzione che è avvenuta senza che ce ne accorgessimo”.
Sarà quel che sarà, ma resta il paradosso che un numero consistente di lavoratori rimanga in condizioni di povertà, e che ciò succeda in questo Paese, nel bel mezzo dell’Europa del XXI secolo: è questo che stride come la classica svirgolata del gesso sulla lavagna. Questo sì, proprio conseguentemente! Stride che la povertà riguardi sempre più anche chi lavora, con il 14,7% di famiglie operaie e l’8,5% di famiglie con un lavoratore autonomo in povertà assoluta.
Due esplicativi grafici, contenuti in un importante e recente rapporto, aiutano la comprensione, senza bisogno di lunghi discorsi. Il n. 1 ci racconta gli andamenti dell’indice medio dei salari reali dal 2008 al 2024 (con base 100 nel 2008) dei nove Paesi economicamente più avanzati del G20. La sostanza è chiara: nell’arco di diciassette anni, sei Paesi salgono, cioè i valori dei loro salari reali sono migliorati, è il caso tra gli europei della Germania (cresciuta di quasi +15%) e della Francia (circa +5%), e tre scendono, cioè i salari sono peggiorati; tra i tre calanti c’è l’Italia che, dal 2019, è scesa all’ultimo posto, -8,7% rispetto al 2008. La contrazione del Giappone si è fermata al 6,3%, quella del Regno Unito al 2,5% e anche quella della Spagna (che non compare nel grafico, ma nel rapporto) al 4,5%.
Quindi, i salari italiani hanno perso nell’arco di diciannove anni quasi il nove per cento del potere di acquisto iniziale, anche a causa dell’inflazione che da noi, nel 2022, è giunta alle due cifre, ma che nessun aumento salariale ha potuto compensare perché l’indice dei prezzi utilizzato nel rinnovo dei contratti del 2024 (l’Ipca) non teneva conto dei beni energetici (sic!), proprio quelli che negli ultimi anni hanno provocato l’impennata dei prezzi; quindi, l’aumento non è andato oltre il 2,3% senza riuscire neppure a compensare la perdita di potere d’acquisto dovuto alla sola inflazione. Si tenga poi conto che la robusta inflazione degli anni 2021-23, alimentata, in larga misura, dall’autotutela dei profitti, seguiva una lunga fase di stasi salariale conseguente la crisi economica 2008-15.
L’impatto delle due fasi critiche è stato assai problematico in un Paese come l’Italia dove la propensione all’innovazione è limitata. “Il contesto produttivo Italiano è caratterizzato da molte piccole imprese e un’elevata occupazione nei servizi a basso valore aggiunto. In queste realtà, negli anni dell’inflazione, è stato più conveniente assumere personale piuttosto che investire in innovazione tecnologica, poiché il costo del lavoro è rimasto relativamente basso per via dei contratti collettivi non ancora rinnovati. L’innovazione, invece, risentiva dell’aumento generale dei costi”. Le ore lavorate sono aumentate più del valore aggiunto prodotto, evidenziando una riduzione della produttività del 2,5% nel 2023. “Senza un aumento di produttività non c’è margine di crescita per i salari, salvo ridurre gli utili, ma si tratta di una strada complessa per imprese che sono già in difficoltà”. Come detto alla nota 5, tanto complessa che si è preferita la via opposta.
Una performance, quella dell’andamento dei salari italiani in questo scorcio di nuovo secolo, condizionata, certo, in buona parte all’inflazione, ma, non di meno, “da una serie di fattori strutturali, a cominciare dal nanismo della struttura produttiva, dalla bassa produttività, in particolare nei servizi, dagli scarsi investimenti in innovazione tecnologica e formazione dei lavoratori”.
Il grafico successivo affianca all’andamento dei salari reali medi l’andamento della produttività del lavoro in un arco di tempo maggiore del precedente (ora 1999-2024) e confronta la dinamica italiana con quelle dell’insieme dei Paesi a più alto reddito del G20.
In questo grafico, per un verso, appare chiara la relazione tra le due dinamiche, quella salariale e la produttività del lavoro, e non è difficile comprendere come sia questa seconda a trascinare in su o in giù i salari, non viceversa. Per un altro verso, si può osservare come, tra i Paesi ad alto reddito, la dinamica della produttività si collochi sempre al di sopra di quella dei salari, dando luogo a un differenziale tra i due andamenti che lascia sempre buoni margini per eventuali nuovi miglioramenti salariali; mentre, per l’Italia, ai bassi livelli salariali si sono quasi sempre affiancati livelli di produttività perfino peggiori e soltanto due volte, uno all’inizio del periodo e l’altro alla fine, si sono aperte finestre per possibili adeguamenti salariali, colte nei primi anni del secolo, ma non in questo ultimo triennio.
In margine a questi grafici, il rapporto I.L.O. evidenzia poi come la tenuta sia stata migliore nei Paesi in cui sono in vigore salari minimi legali, in Francia e in Germania e anche in Spagna; nonché la persistenza di differenze salariali di genere (salari inferiori anche per alta presenza di part time nell’occupazione femminile), di età (i giovani, soprattutto i più qualificati, hanno salari inferiori ai coetanei degli altri Paesi avanzati) e di nazionalità (il salario medio di uno straniero è inferiore del 26% di quello di un italiano con le stesse mansioni).


Con un’immagine forse un po’ irrituale, possiamo dire che l’andamento salariale assomiglia alla passeggiata del cane al guinzaglio. Più il guinzaglio è lungo, maggiore è lo spazio per il passeggio (possibilità di aumenti salariali), più è corto, meno possibilità di movimento c’è. Se la dinamica della produttività è addirittura inferiore, non c’è neppure più il guinzaglio: il poveretto è tenuto saldamente, quasi strozzato, per il collare. Detto in modo esplicito, la dinamica salariale è una variabile dipendente dalla dinamica della produttività, la quale, a sua volta, è determinata da quell’insieme di variabili indicate alla nota 8, che sono condizioni dettate da una pluralità di soggetti, qui sopra impersonate da chi tiene il guinzaglio, rispetto a cui la voce dei lavoratori ha un’incidenza tendente al nulla.
Secondo il report dell’ISTAT su “Condizioni di vita e reddito delle famiglie, anni 2023-2024”, nel 2024 il 23,1% della popolazione era a rischio di povertà o di esclusione sociale (nel 2023 era il 22,8%), era a rischio di povertà (18,9%) o in grave deprivazione materiale e sociale (4,6%) era a bassa intensità di lavoro (9,2%). Nel 2023, il reddito percepito dalle famiglie più abbienti era 5,5 volte quello delle famiglie più povere (era il 5,3 l’anno prima).
Nel 2023 i lavoratori a basso reddito sono stati il 21% del totale, cioè più di 1 su 5. Il rischio di essere occupate a basso reddito è più alto per le donne (26,6%) che per gli uomini (16,8%); per i più giovani (29,5% per under 35) che per gli anziani 55-64enni (17,7%); per gli stranieri (35,2%) che per gli italiani (19,3%); per chi ha solo un livello di istruzione primaria (40,7%) che per chi possiede un’istruzione terziaria (12,3%).
E ancora, risulta lavoratore a basso reddito il 17,1% dei lavoratori dipendenti, il 28,9% dei lavoratori autonomi, il 46,6% di chi ha un contratto a termine contro l’11,6% di chi il contratto lo ha a tempo indeterminato. Ugualmente, è lavoratore a basso reddito nella misura dell’88,8% chi ha lavorato meno di 4 mesi nell’anno, del 56,3% chi ha lavorato tra i 4 e i 9 mesi, del 13,6% chi ha lavorato più di 9. Infine, risulta a basso reddito l’11% dei lavoratori dell’industria, il 21% del comparto dei servizi di mercato, il 44,5% in quello dei servizi alla persona. Sempre secondo il report dell’ISTAT citato, nel 2024 appare in condizioni di povertà lavorativa il 10,3% di tutti gli occupati compresi nella scala 18-64 anni (9,9% nel 2023) e, in particolare, il 37,4% dei lavoratori a basso reddito. Il rischio di povertà lavorativa riguarda l’8,9% dei lavoratori italiani, ma ben il 22,6% degli stranieri; il 12,7% delle persone sole e il 6,6% delle coppie senza figli, l’8,1% di quelle con un figlio, il 21,7% per quelle con tre figli e più. Nei nuclei familiari con un solo percettore di reddito la povertà lavorativa incide per il 20,1%, ma se i percettori sono tre o più si riduce al 5,5%.

Ma, forse, a questo punto il quadro è un po’ più chiaro e qui ci possiamo fermare.
1.Jeremy Rifkin, La fine del lavoro – Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Baldini e Castoldi, Milano, 1995.
2. Marco D’Eramo, Dominio – La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, Milano, 2020, Prologo, p.10.
3.È in condizioni di povertà assoluta chi non dispone di risorse sufficienti a garantire quanto è essenziale per vivere (quasi 5,7 milioni di individui, 9,7% sul totale dei residenti nel 2023 – ISTAT), e di povertà relativa una famiglia che dispone di meno del 60% del reddito mediano del Paese (ISTAT).
4.Fonte dei grafici: I.L.O. (Organizzazione Internazionale del Lavoro), Rapporto mondiale sui salari 2024-2025 – Le tendenze dei salari e delle disuguaglianze salariali in Italia e nel mondo.
5.Sull’incidenza, e quindi la responsabilità, dell’incremento dei profitti in quell’onda inflazionistica abbonda la letteratura. Si veda, a puro titolo d’esempio, in rete: https://www.ilsole24ore.com/art/inflazione-perche-rialzo-prezzi-dipende-piu-profitti-che-salari-AEOcWrCD; https://lavoce.info/archives/101219/quando-linflazione-e-da-profitti/; https://eticaeconomia.it/inflazione-da-profitti-o-profitti-da-inflazione/.
6.Dall’intervista di Matteo Negri a Francesco Seghezzi, presidente dell’associazione Adapt, su Huffpost del 26.03.2025.
7.In Enrico Marro “Salari reali, nessuno peggio dell’Italia: rispetto al 2008 perso l’8,7% del potere d’acquisto (e in Germania è salito del 15%), Corriere della Sera, 25.03.2025.
8. La produttività del lavoro è determinata dall’insieme delle condizioni di contesto dell’attività lavorativa (la proprietà, i mercati, la contrattazione, le tecnologie, i vincoli normativi, ecc.) che possono accrescere o frenare il rendimento del lavoro.
9. Hanno lavorato almeno un mese all’anno e hanno percepito un reddito netto da lavoro inferiore al 60% della mediana individuale del reddito netto da lavoro di quell’anno.