Il Centro Antiviolenza del VCO, impegnato da svariati anni nella presa in carico di situazioni attinenti al maltrattamento e alla violenza, attraverso la propria operatività ha continuato a mantenere una costante attenzione verso la metodologia legata ai percorsi di accoglienza e protezione delle persone vittime di violenza e dei loro figli, altrettanto coinvolti. Negli anni è stata costantemente posta una particolare attenzione all’individuazione di percorsi personalizzati di fuoriuscita dal ciclo della violenza, che si snodano attraverso un articolato intervento di auto-analisi e di definizione partecipata ai progetti, costruiti con la persona e modulati intorno alle sue risorse personali, oltre alle sue fragilità.
Per una donna che vive una situazione di violenza, molto spesso la casa assume un significato simbolico ambiguo e doloroso, che si snoda attraverso due dimensioni: quella della paura, del terrore e della trappola, e quella del luogo degli affetti e della sicurezza.
Quando una donna avvia e intraprende un percorso di fuoriuscita dalla violenza, la casa assume una nuova valenza simbolica, attraversata da una trasformazione di significato e investita da nuovi intenti progettuali verso una direzione caratterizzata dal forte desiderio di recuperare la propria identità e dignità, la propria autonomia e la possibilità di riappropriarsi del controllo della propria sfera personale.
È ben noto quanto la violenza e il maltrattamento siano condizioni estremamente pervasive e come richiedano una presa in carico strutturale, multifattoriale e a lungo termine, in cui poter far fronte anche al rischio di ricadute nella confusione personale e nella relazione violenta. La vittima si trova a fronteggiare gli esiti della violenza a breve e medio termine sia a livello di identità personale, sia di esercizio genitoriale e di autonomia sociale, abitativa e lavorativa.
Poter attivare risposte articolate e flessibili intorno alle esigenze specifiche della persona permette concretamente di modulare il percorso di fuoriuscita intorno ai bisogni e alle risorse di ciascuna vittima, alle esperienze personali, formative e al livello di protezione necessario. Per supportare le donne in un percorso di autosufficienza nel medio-lungo periodo, è necessaria un’azione diretta all’autonomia abitativa accompagnata, di pari passo, a un’azione diretta all’indipendenza economica e lavorativa.
Questo obiettivo può essere realizzato attraverso progetti individualizzati finalizzati al sostegno abitativo e al reinserimento lavorativo, prevedendo in prima battuta azioni di orientamento e di supporto affinché la donna acquisisca consapevolezza del proprio potenziale, fatto di risorse, talenti e competenze.
Il lavoro sul campo ha messo in evidenza come l’uscita dalla violenza sia un percorso complesso e lungo; la presa in carico deve basarsi su un approccio integrato che preveda la partecipazione attiva della donna come principale attore, in un contesto territoriale che attiva le reti locali. L’azione connessa al sostegno abitativo costituisce un tassello indispensabile: ha la finalità di assicurare sia protezione che autonomia alla persona e, molto spesso, ai figli coinvolti.
Mettere la vittima in condizione di uscire definitivamente da una relazione violenta significa, in prima battuta, offrire risposte a bisogni materiali e concreti che attengono alla sfera della sicurezza. Un aspetto imprescindibile è l’indipendenza economica, che non significa solo autosufficienza, ma soprattutto possibilità di affermare e riscoprire aree identitarie rese fragili, imparando a relazionarsi con gli altri in situazioni di parità e a orientarsi nella gestione del denaro.
L’esperienza maturata evidenzia come, per una donna che intende affrancarsi dal circuito della violenza, poter disporre di un’abitazione rappresenti spesso l’unica alternativa al rientro nella casa dell’autore di violenza. Essa si configura come uno spazio proprio dal quale ripartire per lo sviluppo della propria soggettività. È dunque fondamentale rafforzare le reti naturali, sociali e amicali in un’ottica di riduzione dell’isolamento.
Assume una particolare rilevanza la valutazione dei fattori di rischio, quali la vicinanza all’abitazione o ai luoghi frequentati dall’autore delle violenze, per scegliere una nuova casa che vada a scongiurare tentativi di controllo o la reiterazione di atti intimidatori. Altro fattore protettivo è rappresentato dalla vicinanza ai Servizi del territorio: le scuole per i figli, i negozi di prima necessità, il collegamento con i trasporti pubblici e la prossimità al luogo di lavoro.
In questo nuovo contesto, la costruzione di nuove relazioni potrà sollecitare la persona ad accrescere le proprie capacità di gestione dei rapporti e dei conflitti, aiutandola a intessere una nuova rete sociale. Gestire una casa in modo indipendente e riappropriarsi di spazi e tempi propri accresce sensibilmente il senso di responsabilità della donna.
Il raggiungimento di un’autonomia abitativa costituisce inoltre un fattore prognostico positivo: il rischio di recidiva è minore, poiché le donne sono meno propense a lasciare una situazione di sicurezza per ricadere nelle dinamiche di una relazione violenta.
L’esperienza delle operatrici del Centro Antiviolenza ha messo in luce quanto sia fondamentale coinvolgere gli Enti locali e i soggetti comunitari nell’individuazione di canali preferenziali per il reperimento di alloggi, un’autosufficienza solida nel medio anche attraverso contributi ad hoc previsti per le emergenze abitative.
La realizzazione di un’azione sinergica può concretizzarsi solo attraverso il coinvolgimento di soggetti sociali e politici locali, come momento di riflessione e individuazione di strategie comuni per fronteggiare una condizione contraddistinta dall’interconnessione di elementi culturali, familiari e comunitari. L’autonomia abitativa, fondata sull’equilibrio tra indipendenza economica e lavorativa, resta la base per costruire nel lungo periodo.