Il canto di tradizione orale non è un semplice reperto folkloristico né un esercizio di stile: è una fonte storica viva, capace di restituire la voce e il vissuto interiore di chi la storia spesso l’ha subita, ci è passato attraverso, l’ha affrontata. In questa intervista, Valentina Volontè – formatrice, facilitatrice di cori e musicoterapeuta – esplora il valore della memoria canora come strumento di riflessione sui conflitti, riscoperta identitaria e educazione profonda a una cultura di pace e accoglienza.
Partiamo da un’introduzione generale sul canto come strumento narrativo dei diversi periodi storici. Quanto è importante recuperare la tradizione orale e canora per fare memoria della nostra storia?
Valentina Volontè – Il canto di tradizione è una vera e propria fonte storica orale che ha permesso di ricostruire eventi che la storiografia ufficiale a volte non ha considerato. A partire dagli anni Cinquanta e poi, in modo più sistematico, tra i Sessanta e i Settanta, la ricerca sul campo ha fatto emergere, attraverso il canto, tanti punti di vista inediti sui grandi avvenimenti del passato.
Penso in particolare ai canti della Prima Guerra Mondiale, a cui sono molto legata: ci raccontano la storia dalla prospettiva di chi la guerra l’ha subita. Non si trattava ancora di canti esplicitamente antimilitaristi o di aperta protesta politica, ma di narrazioni di sofferenza individuale. Erano storie intime – la ragazza che vede partire il fidanzato, la madre che piange il figlio – paragonabili, per coinvolgimento e stile narrativo, alle lettere che giungevano dal fronte. Il canto ci restituisce quel lato umano, affettivo e individuale che nell’insegnamento scolastico tradizionale della storia tende a sfuggire. Ed è proprio questa dimensione intima che ci permette, ancora oggi, di connetterci al dolore di allora e di renderlo universale, senza tempo né confini. Nei testi troviamo frammenti di vita quotidiana, nomi di luoghi e battaglie: reperti vivi che documentano un’epoca e la sensibilità di chi l’ha vissuta.
Canti che nascevano sia tra i soldati al fronte sia tra chi rimaneva a casa, coprendo così i due volti della guerra…
Valentina Volontè – Esattamente. Durante la Prima Guerra Mondiale il canto era un elemento pervasivo. I linguisti ricordano che la Grande Guerra rappresentò il momento di genesi del cosiddetto italiano popolare: contadini e braccianti analfabeti, giunti al fronte da ogni regione d’Italia, ciascuno col proprio dialetto, si trovarono costretti a comunicare tra loro.
Questo fenomeno creò una lingua comune e, al contempo, un’immensa rete di trasmissione canora. I soldati scambiavano temi e melodie, portandoli poi nei propri paesi d’origine. Ecco perché ritroviamo canti e motivi analoghi a grandi distanze geografiche.
Ma ciò che mi preme sottolineare è la funzione del canto come leva straordinaria per attivare la memoria collettiva. La memoria non è un oggetto statico o un reperto museale, ma una costruzione sociale dinamica, un riattraversamento del passato, guidato dai valori e dai filtri del presente. Attraverso il canto popolare il dolore del passato resta vivo e condiviso, offrendo una lingua comune con cui esprimere dissenso ogni volta che la guerra torna a presentarsi come soluzione.
Ogni epoca rilegge ed eredita questi canti attraverso la propria sensibilità. È corretto affermare che le melodie stesse migrano da un periodo storico all’altro?
Valentina Volontè – C’è un filo conduttore ininterrotto nella canzone popolare. Molti canti della Prima Guerra Mondiale riprendevano arie del Risorgimento cambiando semplicemente i testi, così come i canti partigiani hanno attinto a loro volta a melodie antecedenti.
Quando ascolto una registrazione d’archivio o un canto tradizionale, la miccia che fa scattare tutto è il coinvolgimento emotivo. Senza questa vibrazione immediata non ci sarebbe vera conoscenza. Cantare oggi un brano della Grande Guerra o del Risorgimento non è un’operazione nostalgica o archivistica; ha senso perché quella vibrazione risuona direttamente nella nostra vita attuale, genera nuova consapevolezza e crea mondi condivisi. Il canto popolare intesse relazioni tra noi e la storia, tra noi e il presente, tra noi e gli altri.
Come ti sei avvicinata al canto di tradizione orale e cosa ti ha spinta a sceglierlo come percorso di vita e di lavoro?
Valentina Volontè – Le mie radici, i ricordi della mia infanzia, affondano nel mondo contadino delle Prealpi lombarde, legato ai miei nonni materni. Ricordo l’ascolto della musica dal mobile giradischi di mio nonno e la fascinazione per il canto sacro delle donne durante le processioni di paese: quelle voci acute, vive, mi facevano vibrare dentro.
Anni dopo c’è stato un passaggio di consapevolezza politica: l’incontro con il canto anarchico eseguito attorno a un fuoco mi ha restituito, sembra un azzardo dirlo, la stessa profonda risonanza comunitaria provata nelle liturgie popolari dell’infanzia. A Milano mi sono avvicinata al coro delle Voci di mezzo, il cui maestro, Angelo Pugolotti, era stato allievo di Giovanna Marini. Lì ho scoperto un intero sottobosco culturale da cui non sono più uscita, fatto di relazioni autentiche, valori condivisi e una vera idea di comunità.
La pratica del canto spontaneo e comunitario sembra, a un certo punto, essersi interrotta nella società di massa. Ci sono delle ragioni per cui il cantare insieme è passato di moda?
Valentina Volontè – Storicamente, e fino alla metà del secolo scorso, il canto accompagnava ogni momento della vita quotidiana e rituale: dal muratore sul tetto, alle osterie, alle feste di paese, ai momenti privati. Il canto rispondeva a funzioni comunitarie ben precise. Con il boom economico, il declino della civiltà contadina e l’avvento della radio e della televisione, questi spazi si sono progressivamente assottigliati.
Forse, ha pesato anche una certa forma di censura culturale nei confronti dell’espressività contadina. Quando l’etnomusicologo Alan Lomax venne in Italia, nel 1954, faticò moltissimo a far trasmettere le sue registrazioni alla radio. L’ideale borghese del bel canto e dell’esecuzione lirica, fondato sulla ricerca dell’omogeneità formale, è distante dalle sonorità schiette del canto contadino, che sono potenti, terrene, incisive.
Il canto corale, per sua natura, trascende l’ostentazione individuale ed è profondamente legato al concetto di comunità. Possiamo definirlo uno strumento di pace?
Valentina Volontè – Il canto corale è uno strumento di pace primario, indipendentemente dal repertorio eseguito. L’esperienza di cantare insieme educa a non prevaricare, all’ascolto reciproco, all’assunzione di responsabilità individuale all’interno del gruppo.
Anche dal punto di vista neuroscientifico e fisiologico, sappiamo che il canto di gruppo riduce l’isolamento sociale, stimola la produzione di ossitocina ed endorfine e sincronizza persino i battiti cardiaci dei cantori. Questa sensazione di benessere profondo e di orizzontalità è propedeutica a una cultura della pace, perché non può esserci pace laddove mancano il benessere e la giustizia sociale.
Inoltre, nella modalità del canto popolare, a differenza di altri approcci corali, non si cerca l’annullamento delle singole voci in un suono del tutto omogeneo. I timbri individuali emergono e si intrecciano: è l’espressione di un collettivo che riconosce e valorizza le singole identità senza che nessuno prevarichi sugli altri. È un’immagine chiarissima di convivenza pacifica e democratica.
Noti ancora dei tabù o delle resistenze storiche nell’affrontare determinati canti?
Valentina Volontè – Assolutamente sì. La nostra cultura nazionale non ha risolto del tutto i nodi legati alla memoria delle guerre. Pensiamo alle polemiche che ancora oggi accompagnano brani come Gorizia o alle censure striscianti apportate ai canti partigiani, dove talvolta si tenta di sostituire la parola partigiano con termini come patriota o essere umano.
I canti della Prima Guerra Mondiale, con la loro forte carica ironica e disincantata – come le strofette contro Cadorna – mettono a nudo le contraddizioni della macro-storia. Se i canti della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza avevano una matrice più marcatamente combattiva e militante, quelli della Grande Guerra mantengono un carattere intimista e universale di denuncia della sofferenza.
I canti popolari portano dentro di sé archetipi e temi umani universali che appartengono alla nostra identità cellulare. Quando li riportiamo allo scoperto, prendiamo i reperti custoditi negli archivi della memoria collettiva e diamo loro una nuova funzione sociale. Non servono stendardi o grandi discorsi ideologici: la voce è il nostro elemento più nudo e autentico. Portare la propria voce all’interno di un coro è già di per sé una presa di posizione e una testimonianza di valori.
Esiste una nuova trasmissione orale del canto popolare nel contesto contemporaneo?
Valentina Volontè – Sì, la trasmissione orale è viva all’interno di una fitta rete di cori sociali e popolari. Sebbene oggi la canzone d’autore o le rielaborazioni di artisti come Giovanna Marini affrontino temi attuali – dal lavoro all’emigrazione – la modalità con cui ci scambiamo i brani resta legata all’ascolto e all’apprendimento diretto. Anche quando usiamo gli spartiti, la pratica continua del canto trasforma il materiale e lo rende di nuovo fluido.
Insegnare e imparare un canto attraverso l’oralità richiede un ascolto profondo dell’altro. Più che a un’assenza irreale di conflitti, il canto ci educa a gestire le differenze e a stare nel confronto. Accogliere il canto dell’altro, la sua identità e la sua storia autobiografica, significa compiere un gesto concreto di accoglienza e di pace. È la dimostrazione che fare memoria non significa ricordare nozioni del passato, ma vivere un’esperienza emotiva condivisa capace di trasformare il presente.

Ormai attivo da una decina di anni sul nostro territorio, canta storie di lotta per la libertà, di amore, di viaggio, di fatica e di festa; storie, a volte, estremamente attuali. I richiami che echeggiavano sugli alpeggi delle nostre montagne, gli arsunà, danno il nome a questo gruppo, aperto a tutti quelli che vogliono sperimentare il cantare insieme a più voci, non come performance, ma come modalità di relazione basata sull’ascolto reciproco. Come un telefono senza fili, il canto popolare si sposta e si trasforma: cambiano i testi, le lingue, a volte le melodie. A testimoniare che la nostra identità è meticcia, sempre in movimento. Il nostro cantare, come i richiami, arriva da lontano e va ancora oltre…
Condotto insieme ad Astrid Quintero Reyes.
Un coro nato nel 2024 all’interno del progetto di sviluppo di comunità Teniamoci vicini. Nove lingue madre rappresentate per cantare un repertorio che comprende canti della tradizione italiana e dei paesi di provenienza dei partecipanti, offrendo spazio alla memoria personale e alla pluralità culturale. I brani vengono donati dai partecipanti, che li presentano al gruppo in un processo di ricerca collettiva di forme espressive capaci di comunicare alla città un messaggio di convivenza possibile.
