Mi sembra, Scipione e Lelio, che voi vi stupiate di una cosa per nulla difficile. Difatti, chi non abbia dentro di sé risorse per vivere bene e con serenità subisce il peso di ogni età; chi, invece, sa trarre da sé ogni bene, non può considerare un male ciò che necessità di natura impone. E questo vale soprattutto per la vecchiaia. Cicerone, L’arte di invecchiare, II, 4
La recente inaugurazione della nuova realtà di senior housing “Casa Mattazzi” di Baveno apre una riflessione – e mi auguro anche un dibattito – sulla necessità di ripensare l’offerta dei servizi residenziali a favore delle persone anziane proprio nel territorio del Verbano Cusio Ossola, così interessato al fenomeno demografico dell’allungamento dei tempi di vita e alla necessità di garantire più qualità agli anni che passano.
La senior house “Casa Mattazzi”, inaugurata dal Comune di Baveno e dall’Ambito territoriale sociale VCO rappresentato dal Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano grazie a un finanziamento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza all’interno della Missione 5 Inclusione e Coesione e della Fondazione Cariplo, si compone di dodici alloggi autonomi, accessibili, dotati di domotica con spazi comuni quali palestra, bar e ristorante, spazi di aggregazione e socialità, portierato sociale e ambulatori sanitari. E’ dedicata a Chiara Mattazzi, donna illuminata cresciuta nella sua esperienza di amministratrice pubblica accanto alla indimenticata Sindaca Giuse Buscaglia, che ha guidato lo sviluppo di tanti progetti sociali della comunità bavenese, tra cui anche la Casa Albergo, oggi evoluta nella senior house “Casa Mattazzi”.
Secondo i più recenti dati ISTAT, in Italia il 24,7% (circa 14,5 milioni) delle persone ha più di 65 anni e rientra, dunque, nel novero della popolazione anziana e circa il 40% degli over 75 vive da solo, con una significativa prevalenza femminile[1]. Inoltre, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, oltre due milioni di persone (circa il 15 % della popolazione) sono a rischio isolamento sociale[2] (valore nettamente superiore alla media europea) e circa il 14% delle persone over 65 si trova in condizione di disabilità[3] ; tra questi, una percentuale significativa vive sola e senza una rete di supporto stabile. Il tasso di solitudine è circa il doppio della media europea e incide pesantemente sull’incremento di depressione, demenza, disturbi del sonno e patologie cardiovascolari. La vedovanza, la perdita di relazioni strette e i cambiamenti legati al pensionamento sono tra le principali cause dell’isolamento e della fragilità psicosociale, con effetti che riducono persino l’aspettativa di vita.
In questo contesto socio-demografico italiano si rende ormai improrogabile (e certamente siamo anche un po’ in ritardo) definire strategie di intervento che da una parte sostengano la presa in carico della non-autosufficienza attraverso il potenziamento degli interventi “tradizionali” dell’assistenza domiciliare, di quella residenziale per le persone con alta intensità di cura (RSA) e dei servizi di sollievo per le famiglie, quali ad esempio i centri diurni per le patologie neurodegenerative; ma contemporaneamente dall’altra è ormai tempo che si sviluppino all’interno delle politiche urbanistiche e sociali modelli di residenzialità, che sappiano garantire qualità all’allungamento naturale delle aspettative di vita delle persone.
Significa in altri termini promuovere e sviluppare modelli di co-abitazione, che coniughino le legittime esigenze di privatezza e autonomia delle persone con le altrettante necessità di promuovere un’anzianità attiva, contrastare l’isolamento e garantire contesti di vita in sicurezza.
La coabitazione, nella terminologia d’uso comune nota come cohousing, rappresenta, nelle sue declinazioni di senior cohousing (coabitazione solidale domiciliare per le persone anziane) e cohousing intergenerazionale (coabitazione intergenerazionale), una risposta concreta e innovativa alle nuove sfide poste dall’invecchiamento della popolazione e dalle evoluzioni dei modelli familiari e sociali, ponendosi tra i suoi principali obiettivi quello di favorire la socialità e il senso di comunità. Il cohousing, infatti, non rappresenta solo una differente soluzione abitativa, bensì un vero e proprio modello di convivenza comunitaria, capace di soddisfare esigenze abitative e contrastare la solitudine, il rischio di emarginazione sociale e di istituzionalizzazione forzata, offrendo a tutti coloro che decidono di aderirvi un ambiente accogliente, relazionale e attivo.
L’abitare collaborativo per anziani, detto anche senior housing, termine con cui Charles Durrett rese popolare il modello negli Stati Uniti, rispetto al modello di cohousing intergenerazionale, introduce alcune peculiarità:
Rispetto al modello intergenerazionale, l’housing collaborativo per le persone anziane ha caratteristiche che lo rendono pienamente inserito nel catalogo delle infrastrutture dei servizi sociali; in realtà la Casa Albergo di Baveno venne aperta agli inizi degli anni ’80 proprio grazie all’intuizione di voler offrire alla popolazione anziana una modalità di co-abitazione arricchita da servizi comuni aperti alla cittadinanza: già allora l’illuminata sindaca Giuse Buscaglia capì che alle persone anziane non serviva solo la cura delle malattie, ma erano necessari spazi di socialità e convivenza per contrastare la solitudine dell’invecchiamento. Il senior housing rappresenta l’evoluzione contemporanea dell’umano bisogno relazionale, che anche in età avanzata costituisce uno dei determinanti di salute.
Poiché è rivolto a un profilo demografico specifico e quindi facilita la specializzazione dei servizi, questa tipologia si sta posizionando come una delle risposte ai nuovi bisogni di residenzialità. Il senior cohousing presenta rilevanti vantaggi:
In questa logica, i tempi contemporanei ci stanno suggerendo che anche il concetto di casa e di “abitare” sta subendo un profondo mutamento: con il proliferare di queste esperienze di co-abitazione, in cui è garantita sia la privatezza sia la socialità, assistiamo alla “trasformazione della casa in una piattaforma di servizi”, che permette di:
La spinta, fornita dai fondi PNRR e che il Comune di Baveno e il Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano vogliono introdurre anche nel VCO per diffondere sempre più esperienze di senior house, ha come obiettivo anche quello di scalfire alcuni nostri pre-giudizi sulla co-abitazione in generale, ma anche tra anziani:
Pregiudizio 1.
Non vedo il motivo di uno spostamento in Senior House: sono autonomo.
La realtà.
Spostarsi quando sei in salute ti rende padrone delle tue scelte. Se aspetti di spostarti a causa di una malattia, tu o la tua famiglia sarete costretti a scegliere in fretta la prima struttura disponibile senza una valutazione meditata. Spesso saranno i tuoi figli o parenti e non tu a decidere, mentre in una Senior house potrai anche scegliere di ricevere alcuni servizi di assistenza base di cui hai bisogno, mantenendo comunque i tuoi spazi e le tue abitudini senza spostarti altrove.
Pregiudizio 2.
Non vedo alcun vantaggio in uno spostamento in Senior House: mi sento ancora giovane e ho mille interessi
La realtà.
Spostarsi in una nuova comunità ha più senso quando si è ancora giovani, attivi e indipendenti, pronti a socializzare e fare. A maggior ragione se si vuole evitare di perdere tempo e denaro per la manutenzione e la pulizia della casa, per cucinare e per tutte le commissioni relative. In una Senior House tutto questo può non riguardare i residenti, che possono dedicarsi così alle attività che amano.
Pregiudizio 3.
Abitare in una Senior House è costoso.
La realtà.
Il costo dei servizi che offre una Senior House sarebbe molto più alto se venissero erogati nella nostra vecchia casa, che in ogni caso, anche se a mutuo pagato, avrebbe spese fisse, come tasse, assicurazioni, manutenzione, pulizia della casa, che vengono eliminate. In più in una senior house hai incluse palestra, attività ricreative, servizi di pulizia e di portierato sociale.
Pregiudizio 4.
Non voglio dipendere dai programmi di una struttura, voglio la mia libertà.
La realtà.
Le attività di una Social House, anche se organizzate per arricchire la vita sociale dei residenti, diversamente da una RSA sono facoltative e di solito a orari flessibili. La partecipazione a gite, cene, corsi, eventi non viene in alcun modo imposta. Puoi ovviamente continuare a seguire i tuoi hobby, anzi puoi farlo meglio non avendo da occuparti in nessun modo dei problemi di casa. In più puoi ovviamente dedicarti a viaggiare autonomamente, sapendo che la tua casa è sorvegliata e sotto controllo. Una Senior house assomiglia più a un resort che a una RSA, anche come arredi, aree ristorante, lobby e illuminazione. Con la differenza che non hai solo una stanza privata ma un vero appartamento.
Pregiudizio 5.
I pasti delle Senior House sono poco appetitosi.
La realtà.
Una Senior house non è una struttura come una RSA. Innanzitutto nel tuo appartamento c’è una cucina, dove puoi prepararti i pasti quando preferisci. Nella Senior House Casa Mattazzi c’è poi un’area caffetteria o ristorante secondo necessità, ma anche piatti sfiziosi alla carta per i momenti in cui non hai voglia di cucinare o hai ospiti.
Se vuoi saperne di più:
Contatta +39 353 498 9170
[1] ISTAT, Rapporto annuale 2025.
[2]Sorveglianza Passi d’Argento – Istituto Superiore di Sanità, https://www.epicentro.iss.it/passiargento/dati/isolamento; Quotidiana sanità, https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=117001
[3] https://www.sanitainformazione.it/giornata-disabilita-iss-colpiti-il-14-degli-over-65-pesa-sulle-famiglie-il-carico-di-assistenza-e-cura/