Da quando l’insegnamento, derubricato ad apprendimento, è entrato all’interno di una riflessione apparentemente ammantata di ragioni pedagogiche, ma in realtà completamente asservita a logiche che tendono a standardizzare i prodotti finali, si è prodotta una scadente omologazione ideologica degli alunni e delle alunne. Il risultato è stato la messa a punto di un sottile dispositivo di controllo dell’educazione, di cui i/le docenti, nell’ubriacatura della novità didattica, pedagogica e tecnologica, si sono rese/i complici, diventando mere/i esecutori/trici materiali, valutatori/trici di un processo di apprendimento scritto altrove e da altri soggetti.
Su questo sfondo pseudo-pedagogico si staglia una situazione geopolitica che, proprio in virtù del ricorso allo stato d’eccezione generato dalle crisi cicliche e ricorrenti, necessita di destabilizzare zone del mondo apparentemente deboli sul piano militare al fine di compensare il debito mediante l’apertura di nuovi mercati, che vengono di volta in volta sottratti ad altre superpotenze in un gioco devastante per le popolazioni, ma utile alla gestione degli equilibri finanziari nel contesto multipolare.
Se non si presta la dovuta attenzione al quadro geopolitico, sociologico e antropologico internazionale, non si può comprendere il fenomeno della militarizzazione delle scuole, che agisce su due diversi piani, entrambi supinamente accettati da tutto il personale scolastico.
Una data importante per l’avvio del processo di militarizzazione delle scuole è stata il 2015, momento in cui è stata varata la cosiddetta Buona Scuola (Legge n. 107/2015), che ha istituzionalizzato un numero abnorme di ore di Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (PCTO) in tutte le scuole secondarie, sia negli indirizzi professionali e tecnici sia in quelli liceali. Con interventi interministeriali nella forma di Protocolli di intesa tra Ministero della Difesa e Ministero dell’Istruzione (2015), diventato nel frattempo Ministero dell’Istruzione e del Merito (2022), si è dato corso ad una serie di collaborazioni tra Forze Armate e istituti secondari di secondo grado.
Questo fatto specifico ha consentito ai militari di entrare in maniera massiccia nelle scuole per svolgere attività di orientamento alla professione delle armi e, al tempo stesso, agli studenti e alle studentesse di entrare nelle caserme per smaltire il monte ore di PCTO a contatto con quegli strumenti di morte che vengono opportunamente fabbricati per fare le guerre, senza che i Consigli di Classe, sovrani nella progettazione delle iniziative didattiche, potessero intervenire nell’arrestare questa subdola commistione tra insegnamento ed addestramento.
Quello dei PCTO, tuttavia, è solo uno degli aspetti della militarizzazione delle scuole, giacché, sempre negli ultimi anni, all’interno dei luoghi della formazione si è data la stura ad una serie di progetti, anche questi in virtù di Protocolli interministeriali, in collaborazione con le Forze Armate e con le Forze dell’Ordine, funzionali a esternalizzare l’insegnamento su specifiche questioni largamente riconducibili all’educazione civica, all’educazione stradale, all’educazione alla legalità. Ci si è ritrovati, così, sempre più spesso con i militari all’interno delle scuole contro il bullismo o il cyberbullismo, per la legalità, ma anche, in maniera piuttosto ideologica, per la celebrazione di fantomatiche battaglie della “Grande Guerra”, come, ad esempio, presso il Liceo “Ariosto” di Ferrara le Ricorrenze della Celeste Patrona dell’Arma dei Carabinieri e dell’83° Anniversario della Battaglia di Culqualber, una battaglia combattuta nel 1941, quando i Carabinieri, al fianco delle Camicie Nere, si scontrarono contro i Britannici.
Questi sono solo alcuni esempi – tutti segnalati da docenti, studenti, studentesse e pubblicati sul sito www.osservatorionomilscuola.com – di un fenomeno martellante e dilagante, agevolato da una retorica ministeriale, e governativa tout court, che va ben oltre i Protocolli d’intesa dei PCTO.
La militarizzazione delle scuole risponde ad un piano ben architettato dal Ministero della Difesa per aggredire i luoghi in cui sono presenti i/le giovani e fare arruolamento delle 40.000 unità mancanti ai nostri contingenti militari, come si può leggere nel Programma della Comunicazione del Ministero della Difesa del 2019 e in quello più aggiornato del 2025.
Tuttavia, se questa nefasta commistione militaristica è abbastanza evidente e riconoscibile, sebbene non sempre contrastabile da parte di docenti che, in virtù della istituzionalità delle Forze Armate oppure del sicuro sbocco lavorativo che il mestiere del soldato offre, non avvertono il pericolo della militarizzazione ideologica della scuola, meno evidente e piuttosto strisciante, invece, è l’ingresso nei canali dell’istruzione dell’industria bellica.
Sin dal 1999 (Riforma Berlinguer) ciò che si è profilato sotto i nostri occhi è stato, purtroppo, un devastante processo economico teso a depauperare la società civile per spostare le risorse verso il privato, comprese quelle relative ai sistemi di difesa. Mentre i soldi pubblici vengono negati a settori come Istruzione, Sanità e Trasporti e mentre le scuole cadono a pezzi e gli investimenti vengono dirottati verso una tecnologizzazione piuttosto spinta a vantaggio dell’ideologia STEM, lo Stato fa affari con l’impianto industrial-militare e con il commercio di armi.
La nascita dei Licei digitali, finanziati dalla Fondazione Leonardo – Civiltà delle macchine, collegata a Leonardo S.p.A., una delle maggiori industrie produttrici di armamenti al mondo, non è che un mascheramento del sostegno all’industria bellica. In tali Licei i progetti sono concepiti da Leonardo S.p.A. (es. “Robotica e Droni in classe”); i tutor di Leonardo S.p.A., manager e ingegneri, formano i docenti; studenti e studentesse, sempre molto affascinate/i dalle prodezze tecnologiche, diventano il bacino che Leonardo S.p.A. terrà costantemente in considerazione per rinnovare il suo personale per la costante espansione del settore. E, in tutto ciò, nel generale intorpidimento del senso critico e del depauperamento politico; mentre i venti di guerra si fanno sempre più fitti e vicini con una deflagrazione mondiale alle porte e con l’innalzamento del PIL nazionale per la spesa militare al 5%, l’aspetto più drammatico è che l’industria bellica viene dipinta e vissuta come un settore all’avanguardia, non come produttore di strumenti di morte.
Per contrastare questa deriva militaristica è nato nel 2023 come rete informale di associazioni (dal sindacato dei Cobas Scuola a Pax Christi, passando per il Movimento Nonviolento e il Movimento di Cooperazione Educativa), e poi costituitosi in Comitato di Scopo nel maggio 2024, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Questo mondo eterogeneo, che variamente si richiama a valori quali il pacifismo, l’antifascismo, l’antimilitarismo, la nonviolenza, l’antirazzismo, l’antisessismo, la democrazia, l’ecologismo e il pluralismo, ha già avviato in circa tre anni di attività numerose campagne, ha destato l’attenzione di media e giornali nazionali e ha prodotto una serie di documenti importanti per contrastare il fenomeno della militarizzazione delle scuole.
Attraverso il sito web e la presenza nei territori e nelle scuole, l’Osservatorio ha fatto in questi anni attività di disseminazione, di informazione e di coscientizzazione costante. Sul sito sono scaricabili due dossier, che riassumono l’attività di monitoraggio e denuncia sul territorio nazionale, ma soprattutto uno fondamentale strumento operativo e di contrasto alla militarizzazione delle scuole: il Vademecum. Si tratta di una raccolta di documenti editabili con i quali l’Osservatorio intende fornire a tutte le componenti che operano nella scuola degli strumenti formali e pratici per contrastare la crescente presenza militare nei luoghi della formazione.
Un punto fermo per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è la centralità degli organi collegiali e democratici della scuola (Collegio dei docenti, Consiglio d’Istituto, Consigli di classe) e il loro corretto funzionamento. Attraverso essi dovrebbero passare il lavoro didattico, le attività, le iniziative e i progetti della programmazione scolastica e della cosiddetta offerta formativa. Sono questi gli spazi e i momenti in cui è fondamentale intervenire per opporsi alla militarizzazione delle scuole, per decidere se vogliamo i militari a scuola oppure no, se vogliamo favorire unapedagogia della guerra oppure della pace.
Del resto, lo strumento di contrasto più efficace che la classe docente ha nelle sue mani per opporsi alla militarizzazione della società consiste proprio nella didattica quotidiana, nella costruzione giorno dopo giorno di una valida alternativa di pace e ciò è possibile grazie a numerosi progetti che si possono avviare nelle scuole nelle ore di educazione civica con le associazioni della società civile, ma anche mediante percorsi di autoformazione per docenti all’interno di reti di scuole impegnate in progetti di educazione nonviolenta.