Può apparire a prima vista un po’ stramba l’idea di collocare questo articolo nella sezione della rivista denominata “Ambienti, territori, scenari, contesti”. Cosa c’entra la storia con gli ambienti? Cosa c’entra con i contesti, con gli scenari, con i territori? Però, se appena ci si sofferma un solo istante a riflettere, è proprio questa prima percezione a rivelarsi stramba. La nostra esistenza si compie interamente in ambienti familiari, parentali, amicali, di studio, di lavoro; nei territori in cui siamo nati, viviamo, ci spostiamo; negli scenari geografici, temporali, storici; nei contesti sociali, politici, economici, culturali.
Sfondo della nostra vita sono, quindi, anche scenari storici; che non significa soltanto quello specifico arco di tempo in cui siamo capitati a vivere, che possiamo forse meglio definire scenario temporale, ma proprio dentro quel flusso, quella particolare configurazione di concatenazioni, di processi, di situazioni, di circostanze, di contingenze, di fatti, di eventi vicini e lontani che noi chiamiamo “Storia”. Una storia che, per farla semplice e schematica, procede su due piani paralleli: quello sbrigativamente definito della grande storia – dei processi riguardanti i continenti, i Paesi, i popoli – che condiziona, influenza e quasi sempre subordina quello della piccola storia – dei territori, delle comunità, dei gruppi familiari, delle singole persone -.
Come non riconoscere che la dimensione storica, nella doppia accezione, sia scenario delle nostre vite, delle nostre esistenze? Ci stiamo immersi, come pesci nell’acqua. Averne consapevolezza è il primo passo per accostarsi alla conoscenza di questa primaria dimensione che, nei singoli e nelle comunità, favorisce la comprensione della complessità della realtà in cui si vive, delle sue dinamiche e dei suoi processi. Ma quanto siamo consapevoli del nostro essere nella storia, del nostro esserne parte? Quanto conosciamo del nostro passato?
Con la grande storia dovremmo essere a posto, ce la fanno studiare con l’obbligo scolastico per dieci anni, per tredici con la maturità e, in certi casi, anche più, e tanto basta o dovrebbe bastare, se almeno questo santo accanimento ci facesse venire davvero voglia di conoscere, di comprendere la storia; ma poche volte succede, e quelle litanie di fatti e date che si accatastano disordinatamente in testa servono magari a far bella figura in famiglia in occasione di quiz televisivi o con le parole crociate, ma poco o nulla si connette con il vivere nel nostro tempo. Ci può allora soccorrere la piccola storia: un po’ di storia familiare, la nostra personale genealogia, che raramente, però, sa risalire oltre un paio di generazioni. Ma anche un po’ di storia locale, dei luoghi e dell’ambiente sociale in cui viviamo, che grazie alla narrazione popolare o a qualche lettura ci dà sprazzi di luce sui mondi che ci hanno preceduti, qui, in questi luoghi, dove siamo nati, dove ora conduciamo la nostra esistenza.
Purtroppo, le storie familiari non sembrano godere, di questi tempi, particolare favore: il sentimento di appartenere ad un asse generazionale, a un sistema parentale e le semplici curiosità in proposito non paiono costituire motivo di particolare interesse per gli abitanti della modernità, urbanizzati e dispersi ormai da generazioni in famiglie mononucleari, consumatori compulsivi del presente e, quando va bene, intrigati dal futuro, ma indifferenti a quel passato di reti parentali vaste, salde, un tempo oggetto se non di ossequio, almeno di riguardo[1]. Così, come l’ormai desueto e anacronistico trapasso transgenerazionale delle conoscenze, anche il dialogo e lo scambio intergenerazionale slittano nell’indifferenza per reciproco disinteresse dei possibili oggetti di scambio. Laddove, invece, la salvaguardia della memoria viene fortunosamente o caparbiamente mantenuta, le reti parentali possono conservarsi nel tempo integre e attive generando, da quel fermo retroterra e dalla sua confortevole proiezione odierna, retaggi, relazioni, scambi e rapporti consolidanti l’identità e la personalità di ciascuno.
Diversa e un po’ più complicata è la faccenda se ci spostiamo in quell’ambito che è la conoscenza della storia dei luoghi e delle comunità del nostro vivere quotidiano, la storia locale. Salvo lodevoli ma non frequenti casi[2], la scuola non provvede alla bisogna. Qui vige il fai da te, affidato in primo luogo alla narrazione popolare, che scaturisce da quel sedimento di memoria collettiva presente in ogni comunità territoriale che di frequente incrocia anche le storie familiari.
La narrazione popolare è una memoria costituitasi progressivamente nel tempo per accumulazione di notizie eterogenee originate da fonti spesso incerte. Una memoria, perciò, non sempre affidabile, resa insicura per la coesistenza di varianti e rubricabile, più che con l’etichetta “storia”, alle voci “dicerie, saghe, leggende” – talvolta ammantata dalla veste nobilitante della tradizione[3] – ed esposta alle inevitabili manomissioni che ogni memoria subisce con il passare del tempo e con il passaggio fra pluralità di voci.
Non c’è borgo, paese o città che non abbia, però, i suoi cantori, non solo delle qualità ambientali, paesaggistiche, artistiche, culturali odierne – quelle, per intendersi, promosse da ogni ente di promozione turistica e territoriale che si rispetti – ma di benemerenze storiche. Celebrazioni di luoghi, tempi, personalità, avvenimenti di passati più o meno remoti, più o meno memorabili, il cui ricordo può divenire motivo di vanto localistico[4]. Materia, per lo più, buona per campanilismi, talvolta pure per sentimentalismi e nostalgie passatiste, più che per vera conoscenza e consapevolezza storica. Materia che, nei peggiori casi, può diventare alimento per concezioni identitarie premoderne, misoneiste, ancorate a tradizionalismi pietrificati, in cui il sentimento d’appartenenza determina un forte radicamento e la comunità tende a definirsi rafforzando i propri confini, arroccandosi, consolidando i legami interni ed escludendo chi è estraneo. Insomma, una materia grezza, che può darsi sia meglio di niente, ma la cui mediocrità espone a non pochi rischi.
Altra cosa è quando a fondamento di una memoria vi è la ricerca storica, cioè quel percorso che, ricorrendo a fonti verificabili, ricostruisce avvenimenti e processi, fornendo narrazioni, motivazioni e interpretazioni documentate, grazie al lavoro di storici o di ricercatori e appassionati di storia locale. In questo modo, rispettando metodologie e procedure proprie della ricerca scientifica, anche in ricerche riguardanti la storia locale il grado di attendibilità dei risultati non è differente da quello perseguibile dalla ricerca praticata dagli specialisti per la grande storia. In questi casi, in cui la stessa ricerca può assumere carattere di evento partecipato e condiviso, la memoria può strutturarsi in conoscenza, affidabile perché avvalorata dal rispetto di un metodo, ma aperta al positivo revisionismo che nuove ricerche possono sollecitare.
Una conoscenza che permette la comprensione dell’ampiezza, degli intrecci, delle dinamiche degli eventi storici, mostrando i fili di continuità e le discontinuità con la realtà odierna, rendendo intelleggibili le connessioni tra il prima e il dopo; di quanto e di come, nel bene e nel male, il presente sia debitore del passato, cioè, rivelando l’allungarsi delle radici[5] del nostro presente nel passato. Quelle radici sulle quali poggia il sentimento di appartenenza a una comunità, a un territorio, che alimentano la materia con cui si costituisce quella coscienza collettiva che è l’identità di una società, grande o piccola che sia. Un’identità che, proprio perché fondata su una memoria organizzata in funzione di conoscenza e comprensione del proprio passato, non espone chi vive in quelle comunità al rischio delle degenerazioni involutive cui si è poco sopra accennato o a sterile solipsismo, ma, al contrario, aiuta a percepirsi e a prospettarsi dinamicamente orientati entro un processo storico: verso un dopo, verso un domani.
Si può anche vivere ignari del passato, si può vivere senza radici, ma è desolante avvertire solo il vuoto dietro di sé, non aver dove appoggiare le spalle; vivere in un sé concluso tra un inizio e una fine, senza avvertire quella corrente che dal passato va verso il futuro; quel corrimano che aiuta a non perdersi, a vivere il presente come una transizione che, venendo da un passato noto, procede verso un futuro da prefigurare o, meglio che, sulla scorta della capacità di attualizzare il passato, sa progettare il futuro.
Come se lo sconforto generato da quell’assenza non bastasse, quella latitanza può rivelarsi pure altamente rischiosa: nel vuoto di memoria e di radici Hannah Arendt vedeva niente meno che l’origine stessa del male.


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G. Mucchi, Partigiani in Val d’Ossola, Ragghianti Foundation Comune di Villadossola
[1] Altra questione sono le ubriacature da retrotopia. Si veda in proposito Z. Bauman, Retrotopia, Laterza Bari, 2017 e l’articolo omonimo al n. 2 del 2022 pp. 50-54 di questa rivista.
[2] Si vedano, in questo stesso numero della rivista, esempi di impiego della storia locale nella didattica della Storia.
[3] La tradizione serve a trasmettere (tradere) per perpetuare, costumi, conoscenze, memorie, riti, ricorrenze o quant’altro sia reputato patrimonio fondativo o storicamente rilevante di una comunità. “Ciò che è distintivo della tradizione è che essa definisce una specie di verità. (…) Per quanto possa cambiare, una tradizione fornisce sempre un quadro per l’azione che ben di rado viene messo in discussione (perché si crede) che essa contenga una saggezza accumulata nel tempo”. Ma “tradizioni e costumi non sono autentici, sono imposti, più di quanto siano cresciuti spontaneamente, sono usati come strumenti di potere; non esistono da tempi immemorabili (…) evolvono nel tempo, (estremizzando) si potrebbe dire che tutte le tradizioni sono inventate”. Anthony Giddens, Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Il Mulino, Bologna, 2000, p. 56-58.
[4] Qualche volta non di vanto, ma di deprecazione, di vergogna. Ma in questi casi, les trompettes de la renommée prudentemente latitano.
[5] In tempi recenti, si preferisce non usare il vocabolo “radice” in questi contesti, perché termine frequentemente utilizzato in situazioni in cui vengono propugnate concezioni identitarie premoderne e misoneiste. Viene qui impiegato, come esplicitato nell’ultima riga di questo scritto, nel senso inteso da Hannah Arendt in La banalità del male, sua opera più nota, scritta nel 1962 quando il lemma “radice” non aveva ancora subito inquinamenti ideologici.
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