Magazine Alternativa A Numero 2
Anno 2026
La Costituzione dei poveri
9 Giugno 2026

Più che l’intelligenza artificiale, dovremmo rincorrere l’intelligenza sapienziale

“La Costituzione dei poveri” è il titolo coinvolgente di un libro venato di umorismo e speranza nel confronto dialettico tra una persona che ha dedicato e tuttora dedica la vita agli “ultimi” ed emarginati valorizzando la comunità cristiana di appartenenza e un cattedratico impegnato nell’Istituzione statale. Il richiamo ai principi fondanti la convivenza ferita dalle diversità socioeconomiche costituisce il dialogo conduttore tra Virginio Colmegna sacerdote milanese presidente della Casa della Carità e tra i fondatori dell’associazione SON – Speranza Oltre Noi e Gustavo Zagrebelsky già presidente della Corte Costituzionale e professore emerito di Diritto costituzionale all’Università di Torino.

Grazie al suo sapersi adeguare armonicamente con le situazioni emergenti dal divenire della storia collettiva, la Carta costituzionale italiana è un faro di luce per la convivenza culturale. Ecco, quindi, la prima domanda: è possibile un’alleanza tra laici e credenti attorno alla questione della giustizia? A cui altre seguono: la Costituzione è davvero uno scudo per i più deboli o protegge soprattutto i potenti? Come riscoprire i principi evangelici che la attraversano, al punto che, se venisse attuata fino in fondo, avremmo una Costituzione dei poveri, dei non rappresentati, degli esclusi dalla democrazia? Sono interrogativi non accademici ma coinvolgenti la struttura democratica di un Paese quale l’Italia che, sconvolto nel ‘secolo breve’ da due guerre laceranti, si è ricostruito con l’apporto di forze politiche ideologicamente contrapposte quali la D.C. e i Partiti laici P.C.I., P.S.I., P.R.I., P.L.I.

Dopo ottant’anni dalla elaborazione e attivazione della Carta le parole pace, carità, uguaglianza sono interpellate oggi da grandi nodi quali migrazioni, istruzione, sanità, carceri, guerre richiedendo di contrastare le tendenze politiche più feroci e restituire alla Costituzione la sua funzione di casa comune.

«Gli umiliati, i deboli, gli sconfitti a che cos’altro possono appellarsi perché le loro ragioni siano riconosciute? I potenti hanno tanti mezzi per farsi valere. Hanno la forza e possono anche trasformarla in legge» (pag. 17) si chiede Zagrebelsky. Virginio Colmegna risponde osservando che la giustizia è il terreno privilegiato su cui costruire l’alleanza tra laici e credenti superando l’interpretazione della parola carità «confusa con beneficenza, elemosina, sussidio» (pag. 19): la carità deve abbracciare la giustizia spingendola oltre l’utilità sociale. Dopo gli anni fecondi in cui l’ingiustizia, la disuguaglianza, la debolezza, la fragilità sono stati governati dalla solidarietà «oggi assistiamo a una regressione culturale, a un ripiegamento di ciascuno sulle proprie certezze» (pag. 20) sottolinea Colmegna.

Così delineato lo stato dell’arte, opportunamente Zagrebelsky osserva che «oggi è il tempo dell’egoismo, della concorrenza che schiaccia i deboli, dell’insensibilità verso la sorte degli altri» (pag. 21) e pertanto urge incontrarsi facendo l’esperienza dell’ingiustizia. In questo quadro il dialogo tra il giurista e il prete di strada si concentra su l’ipotesi di una «Costituzione dei poveri come progetto politico. Non i poveri delle statistiche, dei servizi televisivi, delle retoriche utili a strappare consenso elettorale, ma i poveri veri, uomini e donne che interrogano, con le loro esistenze individuali, ogni idea di giustizia e ogni possibilità di cultura che voglia dirsi costituzionale o evangelica» (pag. 7).

Il fenomeno dell’immigrazione è contrassegnato dall’«espressione “a casa nostra” con il rovescio “se ne stiano a casa loro”, come se ci fossero tante case che non si integrano tra di loro. Casa nostra è la Terra» (pag. 55) annota Zagrebelsky e Colmegna sottolinea come «la rapina di acqua e di altri beni comuni indispensabili per la vita stia creando migrazione. Sempre più si usa la formula ipocrita che invita ad aiutarli nel loro Paese, senza che questo comporti alcun impegno concreto» (pag. 56). Lo sviluppo del fenomeno migrazione coinvolge la scuola che, dice Zagrebelsky, «dovrebbe servire a creare le condizioni di una vita in comune. … Che cosa si fa nelle scuole per far capire che apparteniamo tutti a un’unica famiglia di esseri dotati della medesima dignità?» (pag. 57).

Nel dialogo Colmegna-Zagrebelsky, oltre agli immigrati, la categoria dei poveri viene analizzata affrontando settori di particolare gravità sociopolitica come la sanità, il ruolo delle carceri e degli Stati-sovrani.

La riforma sanitaria secondo Colmegna «è l’asse portante, strategico per mettere in moto le energie sociali che ci sono e che aspettano solo di essere convocate, di diventare una priorità» (pag. 114) e Zagrebelsky evidenzia un aspetto singolare della politica sanitaria. «Nel nostro Paese si assiste a un’espansione, addirittura a un’esplosione, delle RSA. Quelle che chiamiamo pudicamente case di riposo, case-albergo, alloggi assistiti, insomma tutte quelle strutture private – a volte ottime e altre al limite del decoro, presumibilmente in rapporto alla retta – che sono ricoveri per anziani non autosufficienti, persone sole o lasciate sole, che non possono contare sull’appoggio di una rete familiare o sociale di supporto, sono diventate una delle grandi miniere per l’arricchimento degli investitori privati. …Oggi gli anziani sono diventati il nuovo filone d’oro per imprenditori capaci di colmare le carenze di cura sociale. Dovrebbe essere compito del pubblico assicurarla, attraverso il sostegno di strutture sociali di comunità, di vicinato» (pag. 116 e 117).

E il carcere? «Giustizia della vendetta o della misericordia?» (pag. 137). Colmegna introduce il problema con una affermazione fondamentale: «Dare dignità e speranza alla persona è un pezzo della nostra democrazia» (pag. 143) e Zagrebelsky precisa: «La democrazia è per definizione l’aspirazione dei poveri, degli esclusi, di coloro che hanno da chiedere dignità. I potenti, i forti, i prepotenti non hanno bisogno di democrazia, anzi la temono» (pag. 144). Integra Colmegna: «Il carcere è per coloro che nella vita ne hanno già viste di tutti i colori. Penso a quelli che vivono nelle periferie abbandonate, che vivono di espedienti, che vivono nella violenza e che sono a loro volta autori di violenza. Costoro sono i predestinati al carcere. La domanda è: riusciamo a immaginare uomini della grande finanza, della grande industria, della grande politica che se ne stanno in celle di pochi metri quadrati con persone comuni?» (pag. 146).

Colmegna prosegue: «Il carcere non è per tutti. Il carcere non è una struttura egualitaria, tale da riguardare – potenzialmente sì, ma concretamente no – tutti quanti» (pag. 147). «La pena che dovrebbe essere orientata al riscatto della persona non ha in mente la persona. Dopo l’abolizione dei manicomi, l’ultimo anello carcerario era l’ospedale psichiatrico giudiziario. Adesso che sta ritornando prepotente il desiderio del carcere come risposta sociale alla sofferenza psichiatrica, c’è una nostalgia di manicomio, visto come fattore risolutivo dei problemi della marginalità» (pag. 148). Zagrebelsky conclude con una domanda perentoria: «Il carcere è proprio una necessità?» (pag. 155).

A conclusione, non del libro ma del divenire della convivenza umana, il tema fondante la sua dinamica universale: «Guerra, pace, rivoluzione» (pag. 163). Una precisazione non marginale di Zagrebelsky può costituire il collante della convivenza pacifica: «Coloro che governano hanno deciso di far fare agli altri la guerra. Ecco allora che nel concetto di guerra troviamo la lacerazione forse più profonda del principio di uguaglianza, perché da un lato ci sono coloro che fanno fare la guerra, e dall’altro ci sono quelli che fanno la guerra, perdendo la vita, spesso, oltre all’incolumità, alla salute, all’innocenza» (pag. 169).

In questo contesto, riferito ad una umanità povera e trascurata nei suoi diritti, è infondata la definizione di ‘Stato sovrano’ oggi ripresa universalmente da tutti gli Stati. Annota opportunamente Zagrebelsky: «Trovo ci sia una grande ipocrisia nei discorsi che si fanno sull’uguaglianza giuridica degli Stati. Quanti sono sulla faccia della Terra gli Stati che sono veramente sovrani, in senso tecnico della parola, cioè che possono fare da sé? Forse nessuno (pag. 179).

In conclusione, nel contesto precario e discriminatorio in cui vive l’uomo un sollecito promozionale. Gustavo Zagrebelsky: «Agire per creare le condizioni perché il futuro si orienti in un modo oppure in un altro. Questo il nostro compito: dire quello che pensiamo e cercare di diffondere le convinzioni che abbiamo, sperando che facciano breccia il più largamente possibile» (pag. 184). Virginio Colmegna: «Più che di intelligenza artificiale, dovremmo rincorrere l’intelligenza sapienziale, piena di respiro di giustizia» (pag. 185).