Nessuna sicurezza costruita nell’opacità e nell’aggiramento delle regole democratiche può essere una sicurezza duratura
Lo scorso luglio, c’è stato il dibattito sui prestiti europei Safe. Proponiamo in sintesi il commento di Francesco Vignarca.
Il dibattito sui fondi europei SAFE e il riarmo
“Da un lato c’è una superficialità e, probabilmente, anche una conoscenza limitata della materia da parte di molti esponenti politici. Dall’altro, c’è anche la volontà di mantenere il confronto a un livello superficiale, perché così possono bastare slogan come “dobbiamo difenderci”, “il mondo si sta riarmando”, “viviamo in un contesto sempre più pericoloso”, “serve una difesa comune “. Formule generiche e semplificatrici che, non vengono mai tradotte in scelte concrete ma servono ad accumulare consenso”. È stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ad annunciare la decisione del governo italiano di ricorrere al programma “Safe” per una disponibilità complessiva di 14,9 miliardi di euro.
“Il balletto di dichiarazioni attorno ai fondi SAFE – dice Vignarca – è, a mio avviso, emblematico del modo in cui la politica italiana, e non solo, stia affrontando il tema delle armi, del riarmo e della sicurezza militare. I fondi SAFE sono prestiti a tasso agevolato destinati a sostenere il finanziamento dell’industria della difesa per realizzare produzioni congiunte. Tuttavia, il regolamento prevede che soltanto il 65% della produzione debba essere realizzato da aziende europee, mentre il restante 35% può coinvolgere partner extraeuropei. È importante chiarire che questi fondi non sono contributi a fondo perduto: sono prestiti e, come tali, dovranno essere restituiti”.
Le stime dell’Osservatorio Mil€x sulla spesa militare italiana
Proprio sul sito dell’Osservatorio Milex, curato da Vignarca, si legge “Spese militari italiane: mezzo “trilione” pagato dal 2010 e quasi 500 miliardi in più da qui al 2035. Integrando le stime annuali dal 2010 al 2026, si ottiene un totale di spesa militare sugli ultimi 17 bilanci che supera i 429 miliardi correnti (circa 503,6 miliardi, cioè mezzo “trilione” a valori costanti odierni.
I più recenti Documenti Programmatici Pluriennali della Difesa proiettano a oltre 130 miliardi il costo di nuovi sistemi d’arma nei prossimi quindici anni, di cui 35 già definitivamente stanziati. E la nuova stima Mil€x (Osservatorio sulle spese militati italiane, NdC) dell’impegno decennale aggiuntivo per la traiettoria NATO al 5% del PIL entro il 2035 (confermata dal Governo dopo il vertice di Ankara di luglio 2026) è di circa 498 miliardi, più onerosa dei 445 calcolati un anno prima: il profilo di spesa scelto concentra gli aumenti già nel prossimo biennio”.
Trasparenza di bilancio e disavanzo di cassa
Dai Rapporto di Performance della Difesa e dal Rendiconto dello Stato emerge come gli stanziamenti definitivi superino sistematicamente la previsione di Legge di Bilancio, con una forbice di aumento tra il +9% e il +16% (ad esempio nel 2025 la Difesa è passata da 31.295 a 35.519 milioni, +13,5%). La discussione parlamentare che parte a ottobre avviene così ogni anno su una fotografia che può sottostimare tra i 2,7 e i 4,2 miliardi la spesa reale a consuntivo, e non per caso, ma per un meccanismo che si ripete. Si stanzia perfino più di quanto il sistema riesca a spendere: nel 2025 si è avuto un disavanzo di cassa di quasi 2 miliardi sull’investimento e il debito commerciale è quadruplicato (da 97 a 361 milioni).
Impegni NATO e proiezioni di spesa al 2035
Al vertice Nato di Ankara il governo italiano ha confermato l’intenzione di voler rispettare l’impegno a raggiungere il 5% del Pil nel 2035 per le spese in difesa e sicurezza, seguendo un percorso definito dalla premier Meloni come “sostenibile” che parte da un livello di spesa attuale del 2,8% del Pil e che, stando alle dichiarazioni dello stesso ministro Crosetto, prevede un incremento di 19 miliardi nel prossimo biennio (6-7 miliardi aggiuntivi nel 2027 e 12-13 miliardi aggiuntivi nel 2028) che porterà l’Italia a un livello di spesa militare di circa il 3,2% del Pil nel 2028 – un po’ meno rispetto al target di breve periodo del 3,4% riportato come indiscrezione giornalistica nei giorni scorsi.
Se dal breve periodo si sposta la prospettiva sul lungo periodo fino al 2035, l’impatto finanziario complessivo risulta comunque estremamente oneroso, anche più di quanto emergeva dalla nostra stima fatta un anno fa in vista del vertice Nato all’Aja, ancora in assenza di qualsiasi indicazione sulla progressione di spesa iniziale dalla base di partenza del 2% del Pil.
Analisi degli scenari di spesa cumulativa (2025-2035)
Nella nuova stima (non più basata su una progressione incrementale lineare puramente teorica bensì sulla concreta traiettoria incrementale fino al 2028 tracciata dal governo, e su una successiva progressione lineare del +0,23% annuo fino al 2035) abbiamo aggiornato la differenza di spesa cumulata tra il nuovo scenario di aumento fino al 5% e un ipotetico scenario di non aumento rispetto al precedente target NATO del 2%.
Come punto di riferimento per il calcolo percentuale si sono prese come base le nuove stime di crescita del Pil fino al 2029 contenute nel Documento di Finanza Pubblica 2026 pubblicato dal MEF lo scorso 22 aprile, seguite da una stima di crescita fino al 2035 in linea con quella prevista dal governo, ma leggermente più prudenziale.
Confrontando i due scenari di spesa cumulativa 2025-2035, di oltre mille miliardi (1.063) nel caso di progressione fino al 5% del Pil e di circa la metà (564 miliardi) se si restasse al 2% – con incrementi proporzionali all’aumento del Pil di anno in anno – risulta una differenza complessiva di spesa totale 498 miliardi – superiore rispetto ai 445 miliardi della prima stima di un anno fa.
La Missione militare in Arabia Saudita e il ruolo del Parlamento
Infine, un riferimento alla Missione militare in Arabia Saudita. Il Parlamento è stato tenuto praticamente all’oscuro del dispiegamento di uomini e mezzi verso il regno saudita e in un contesto di conflitto aperto nella regione: non basta un riferimento generico nella scheda 4 per giustificare una missione di questa portata, serve un nuovo dibattito e uno stop alle operazioni. Siamo di fronte ad un coinvolgimento diretto in una guerra? Vogliamo sperare di no. Certo è che la situazione è molto inquietante.
Parliamo di circa 400 militari dell’Aeronautica (con quattro caccia Eurofighter, un velivolo radar per l’allarme precoce e un sistema antidrone) affiancati da un contingente terrestre dell’Esercito di circa 300 uomini, dotato di una batteria missilistica terra-aria SAMP-T e di radar dispiegati tra Arabia Saudita e Bahrein. Assetti da combattimento e sistemi d’arma collocati a ridosso di un teatro di guerra attivo, non solo per quanto riguarda la crisi iraniana: almeno una parte del contingente si trova presso la base saudita di Al Taif, a circa 250 km dal confine con lo Yemen. Una missione nuova, ad alta valenza politica e ad alto rischio, molti dei cui mezzi sono partiti o sono in procinto di partire dall’Italia.
Nessuno di questi assetti è stato oggetto di discussione e voto parlamentari specifici.
Rischi di escalation nel Mar Rosso e democrazia
Secondo quanto riportato dal Guardian, lo scorso mese di luglio, e ripreso da numerose testate, l’Arabia Saudita si starebbe preparando a una nuova, ampia offensiva militare contro i ribelli Houthi in Yemen (per mare e possibilmente via terra), mentre chiede anche a diversi Paesi, l’Italia inclusa, di aderire a una coalizione navale nel Mar Rosso. Come si troverebbero coinvolti i militari italiani presenti nella Task Force in Arabia Saudita, con i loro sistemi di difesa aerea e antimissile schierati a poche decine di chilometri dal confine yemenita, in caso di escalation? Con quali compiti, quali regole d’ingaggio, quale mandato?
Il fatto che centinaia di soldati italiani siano stati dispiegati da questa primavera in Arabia Saudita al fine di contrastare potenziali attacchi iraniani dimostra che con questo escamotage il governo italiano ha tenuto all’oscuro e nascosto al Parlamento una missione militare ad alta valenza politica e ad alto rischio per il nostro Paese.
Nessuna missione militare può sostituire la politica; nessuna sicurezza costruita nell’opacità e nell’aggiramento delle regole democratiche può essere una sicurezza duratura.
Francesco Vignarca, laureato in astrofisica, da circa 20anni si occupa di Pace e Disarmo oltre che di politiche nonviolente. Ora è Coordinatore delle Campagne di Rete Italiana Pace e disarmo.
Campagne come Control Arms (per la richiesta di un Trattato internazionale sul commercio di armamenti, poi approvato dall’ONU ed entrato in vigore nel 2014).
Banche armate. Taglia le ali alle armi, contro l’acquisto dei caccia F-35 e l’aumento delle spese militari o la sua versione più recente “Ferma il riarmo”. Dal 2014 è nel coordinamento nazionale della campagna Un’altra Difesa è possibile, lanciata all’Arena di Verona il 25 aprile 2014 e avente come obiettivo il riconoscimento anche istituzionale della Difesa Civile non amata e Nonviolenta. Inoltre, la campagna Stop killer Robots, la Campagna per la messa al bando delle armi nucleari, insignita nel 2017 del Premio Nobel per la Pace.
Insieme ad Enrico Piovesana ha fondato nel 2016 il progetto di “Osservatorio Milex”, struttura dedicata all’analisi ed alla diffusione dei dati aggiornati ed approfonditi sulla spesa militare italiana.
Ha pubblicato diversi libri, tra cui “Mercenari spa”, sul tema delle compagnie militari private. “Il caro armato”, sulle spese militari italiane per la prima volta conteggiate integralmente, “L’Economia armata”, sull’impatto negativo del finanziamento alle armi e, più recente, “Armi, un affare di Stato”, che affronta la problematicità del mondo della produzione e commercio di armi e si dà conto degli intrecci nefasti con la politica italiana degli ultimi anni. Tra gli ultimi volumi anche “F-35 l’aereo più pazzo del mondo”, sulla partecipazione italiana al programma del caccia Joint Strike Fighter, partendo dalla prospettiva particolare del territorio novarese, Cameri, in cui gli F35 sono in parte prodotti ed assemblati.
Nessuna sicurezza costruita nell’opacità e nell’aggiramento delle regole democratiche può essere una sicurezza duratura
Lo scorso luglio, c’è stato il dibattito sui prestiti europei Safe. Proponiamo in sintesi il commento di Francesco Vignarca.
Il dibattito sui fondi europei SAFE e il riarmo
“Da un lato c’è una superficialità e, probabilmente, anche una conoscenza limitata della materia da parte di molti esponenti politici. Dall’altro, c’è anche la volontà di mantenere il confronto a un livello superficiale, perché così possono bastare slogan come “dobbiamo difenderci”, “il mondo si sta riarmando”, “viviamo in un contesto sempre più pericoloso”, “serve una difesa comune “. Formule generiche e semplificatrici che, non vengono mai tradotte in scelte concrete ma servono ad accumulare consenso”. È stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ad annunciare la decisione del governo italiano di ricorrere al programma “Safe” per una disponibilità complessiva di 14,9 miliardi di euro.
“Il balletto di dichiarazioni attorno ai fondi SAFE – dice Vignarca – è, a mio avviso, emblematico del modo in cui la politica italiana, e non solo, stia affrontando il tema delle armi, del riarmo e della sicurezza militare. I fondi SAFE sono prestiti a tasso agevolato destinati a sostenere il finanziamento dell’industria della difesa per realizzare produzioni congiunte. Tuttavia, il regolamento prevede che soltanto il 65% della produzione debba essere realizzato da aziende europee, mentre il restante 35% può coinvolgere partner extraeuropei. È importante chiarire che questi fondi non sono contributi a fondo perduto: sono prestiti e, come tali, dovranno essere restituiti”.
Le stime dell’Osservatorio Mil€x sulla spesa militare italiana
Proprio sul sito dell’Osservatorio Milex, curato da Vignarca, si legge “Spese militari italiane: mezzo “trilione” pagato dal 2010 e quasi 500 miliardi in più da qui al 2035. Integrando le stime annuali dal 2010 al 2026, si ottiene un totale di spesa militare sugli ultimi 17 bilanci che supera i 429 miliardi correnti (circa 503,6 miliardi, cioè mezzo “trilione” a valori costanti odierni.
I più recenti Documenti Programmatici Pluriennali della Difesa proiettano a oltre 130 miliardi il costo di nuovi sistemi d’arma nei prossimi quindici anni, di cui 35 già definitivamente stanziati. E la nuova stima Mil€x (Osservatorio sulle spese militati italiane, NdC) dell’impegno decennale aggiuntivo per la traiettoria NATO al 5% del PIL entro il 2035 (confermata dal Governo dopo il vertice di Ankara di luglio 2026) è di circa 498 miliardi, più onerosa dei 445 calcolati un anno prima: il profilo di spesa scelto concentra gli aumenti già nel prossimo biennio”.
Trasparenza di bilancio e disavanzo di cassa
Dai Rapporto di Performance della Difesa e dal Rendiconto dello Stato emerge come gli stanziamenti definitivi superino sistematicamente la previsione di Legge di Bilancio, con una forbice di aumento tra il +9% e il +16% (ad esempio nel 2025 la Difesa è passata da 31.295 a 35.519 milioni, +13,5%). La discussione parlamentare che parte a ottobre avviene così ogni anno su una fotografia che può sottostimare tra i 2,7 e i 4,2 miliardi la spesa reale a consuntivo, e non per caso, ma per un meccanismo che si ripete. Si stanzia perfino più di quanto il sistema riesca a spendere: nel 2025 si è avuto un disavanzo di cassa di quasi 2 miliardi sull’investimento e il debito commerciale è quadruplicato (da 97 a 361 milioni).
Impegni NATO e proiezioni di spesa al 2035
Al vertice Nato di Ankara il governo italiano ha confermato l’intenzione di voler rispettare l’impegno a raggiungere il 5% del Pil nel 2035 per le spese in difesa e sicurezza, seguendo un percorso definito dalla premier Meloni come “sostenibile” che parte da un livello di spesa attuale del 2,8% del Pil e che, stando alle dichiarazioni dello stesso ministro Crosetto, prevede un incremento di 19 miliardi nel prossimo biennio (6-7 miliardi aggiuntivi nel 2027 e 12-13 miliardi aggiuntivi nel 2028) che porterà l’Italia a un livello di spesa militare di circa il 3,2% del Pil nel 2028 – un po’ meno rispetto al target di breve periodo del 3,4% riportato come indiscrezione giornalistica nei giorni scorsi.
Se dal breve periodo si sposta la prospettiva sul lungo periodo fino al 2035, l’impatto finanziario complessivo risulta comunque estremamente oneroso, anche più di quanto emergeva dalla nostra stima fatta un anno fa in vista del vertice Nato all’Aja, ancora in assenza di qualsiasi indicazione sulla progressione di spesa iniziale dalla base di partenza del 2% del Pil.
Analisi degli scenari di spesa cumulativa (2025-2035)
Nella nuova stima (non più basata su una progressione incrementale lineare puramente teorica bensì sulla concreta traiettoria incrementale fino al 2028 tracciata dal governo, e su una successiva progressione lineare del +0,23% annuo fino al 2035) abbiamo aggiornato la differenza di spesa cumulata tra il nuovo scenario di aumento fino al 5% e un ipotetico scenario di non aumento rispetto al precedente target NATO del 2%.
Come punto di riferimento per il calcolo percentuale si sono prese come base le nuove stime di crescita del Pil fino al 2029 contenute nel Documento di Finanza Pubblica 2026 pubblicato dal MEF lo scorso 22 aprile, seguite da una stima di crescita fino al 2035 in linea con quella prevista dal governo, ma leggermente più prudenziale.
Confrontando i due scenari di spesa cumulativa 2025-2035, di oltre mille miliardi (1.063) nel caso di progressione fino al 5% del Pil e di circa la metà (564 miliardi) se si restasse al 2% – con incrementi proporzionali all’aumento del Pil di anno in anno – risulta una differenza complessiva di spesa totale 498 miliardi – superiore rispetto ai 445 miliardi della prima stima di un anno fa.
La Missione militare in Arabia Saudita e il ruolo del Parlamento
Infine, un riferimento alla Missione militare in Arabia Saudita. Il Parlamento è stato tenuto praticamente all’oscuro del dispiegamento di uomini e mezzi verso il regno saudita e in un contesto di conflitto aperto nella regione: non basta un riferimento generico nella scheda 4 per giustificare una missione di questa portata, serve un nuovo dibattito e uno stop alle operazioni. Siamo di fronte ad un coinvolgimento diretto in una guerra? Vogliamo sperare di no. Certo è che la situazione è molto inquietante.
Parliamo di circa 400 militari dell’Aeronautica (con quattro caccia Eurofighter, un velivolo radar per l’allarme precoce e un sistema antidrone) affiancati da un contingente terrestre dell’Esercito di circa 300 uomini, dotato di una batteria missilistica terra-aria SAMP-T e di radar dispiegati tra Arabia Saudita e Bahrein. Assetti da combattimento e sistemi d’arma collocati a ridosso di un teatro di guerra attivo, non solo per quanto riguarda la crisi iraniana: almeno una parte del contingente si trova presso la base saudita di Al Taif, a circa 250 km dal confine con lo Yemen. Una missione nuova, ad alta valenza politica e ad alto rischio, molti dei cui mezzi sono partiti o sono in procinto di partire dall’Italia.
Nessuno di questi assetti è stato oggetto di discussione e voto parlamentari specifici.
Rischi di escalation nel Mar Rosso e democrazia
Secondo quanto riportato dal Guardian, lo scorso mese di luglio, e ripreso da numerose testate, l’Arabia Saudita si starebbe preparando a una nuova, ampia offensiva militare contro i ribelli Houthi in Yemen (per mare e possibilmente via terra), mentre chiede anche a diversi Paesi, l’Italia inclusa, di aderire a una coalizione navale nel Mar Rosso. Come si troverebbero coinvolti i militari italiani presenti nella Task Force in Arabia Saudita, con i loro sistemi di difesa aerea e antimissile schierati a poche decine di chilometri dal confine yemenita, in caso di escalation? Con quali compiti, quali regole d’ingaggio, quale mandato?
Il fatto che centinaia di soldati italiani siano stati dispiegati da questa primavera in Arabia Saudita al fine di contrastare potenziali attacchi iraniani dimostra che con questo escamotage il governo italiano ha tenuto all’oscuro e nascosto al Parlamento una missione militare ad alta valenza politica e ad alto rischio per il nostro Paese.
Nessuna missione militare può sostituire la politica; nessuna sicurezza costruita nell’opacità e nell’aggiramento delle regole democratiche può essere una sicurezza duratura.
Francesco Vignarca, laureato in astrofisica, da circa 20anni si occupa di Pace e Disarmo oltre che di politiche nonviolente. Ora è Coordinatore delle Campagne di Rete Italiana Pace e disarmo.
Campagne come Control Arms (per la richiesta di un Trattato internazionale sul commercio di armamenti, poi approvato dall’ONU ed entrato in vigore nel 2014).
Banche armate. Taglia le ali alle armi, contro l’acquisto dei caccia F-35 e l’aumento delle spese militari o la sua versione più recente “Ferma il riarmo”. Dal 2014 è nel coordinamento nazionale della campagna Un’altra Difesa è possibile, lanciata all’Arena di Verona il 25 aprile 2014 e avente come obiettivo il riconoscimento anche istituzionale della Difesa Civile non amata e Nonviolenta. Inoltre, la campagna Stop killer Robots, la Campagna per la messa al bando delle armi nucleari, insignita nel 2017 del Premio Nobel per la Pace.
Insieme ad Enrico Piovesana ha fondato nel 2016 il progetto di “Osservatorio Milex”, struttura dedicata all’analisi ed alla diffusione dei dati aggiornati ed approfonditi sulla spesa militare italiana.
Ha pubblicato diversi libri, tra cui “Mercenari spa”, sul tema delle compagnie militari private. “Il caro armato”, sulle spese militari italiane per la prima volta conteggiate integralmente, “L’Economia armata”, sull’impatto negativo del finanziamento alle armi e, più recente, “Armi, un affare di Stato”, che affronta la problematicità del mondo della produzione e commercio di armi e si dà conto degli intrecci nefasti con la politica italiana degli ultimi anni. Tra gli ultimi volumi anche “F-35 l’aereo più pazzo del mondo”, sulla partecipazione italiana al programma del caccia Joint Strike Fighter, partendo dalla prospettiva particolare del territorio novarese, Cameri, in cui gli F35 sono in parte prodotti ed assemblati.
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