L’abitazione è sempre stata una questione coinvolgente e complessa nel nostro Paese.
Nei territori ha assunto caratteristiche diverse, soprattutto per condizioni sociali ed economiche: al sud e al nord, nelle campagne e nelle aree urbane, nei territori montani e nelle città industriali.
Per una riflessione attuale, che intenda proporsi semplicemente di indicare i principali connotati della questione, può essere utile considerare anche solo alcune “tappe” significative a partire dal secondo dopoguerra.
Le norme del ventennio fascista avevano ostacolato e impedito il libero trasferimento della popolazione dalle campagne alle aree urbane.
Dopo il 1945 ebbe inizio una fase nuova per il Paese con la ricostruzione post-bellica e, a seguire, con uno straordinario sviluppo, in particolare industriale, il “boom economico”.
Le attività industriali in costante sviluppo, situate prevalentemente al nord, richiedevano una grande quantità di manodopera.
Un trasferimento “biblico” di popolazione avvenne soprattutto dal sud al nord, ma non solo; in molti abbandonarono le campagne, anche a causa di eventi drammatici come l’alluvione del Polesine del 1953, dai territori montani come il V.C.O., scesero alle aree urbane di fondovalle.
Lo spostamento di forza lavoro riguardò principalmente uomini giovani che, una volta stabilizzata la loro condizione lavorativa, si occuparono finalmente di ricongiungersi ai loro familiari.
Il verificarsi della continua concentrazione di popolazione nei siti industrializzati e urbanizzati generò in quei contesti un grande fabbisogno di case e diede avvio a programmi edilizi importanti per costruire abitazioni economiche e dotate delle necessarie nuove condizioni di abitabilità.
Furono realizzati interi nuovi quartieri e furono potenziati e dotati di risorse finanziarie strumenti operativi come GESCAL (Gestione Case Lavoratori) e IACP (Istituto Autonomo Case Popolari), la prima per la gestione di risorse provenienti direttamente dal mondo del lavoro e il secondo per realizzare e gestire gli interventi.
La denominazione popolare che identificò in quel periodo gli interventi di costruzione di alloggi popolari fu “Case Fanfani” dal nome dell’allora Ministro responsabile della pianificazione degli interventi per dotare finalmente il Paese del necessario patrimonio abitativo di tipo economico, scelta strategica già affermata da tempo in molti Paesi europei.
Nel 1962 fu approvata anche una specifica legge per consentire l’acquisizione tramite esproprio dei terreni da destinare all’edilizia popolare.
Ogni città, grande o piccola, ebbe i suoi quartieri di PEEP (Piano per l’Edilizia Economica e Popolare).
In generale i quartieri PEEP assunsero caratteristiche ricorrenti anche in contesti diversi: collocazione periferica, concentrazione di alcune categorie sociali, tipologie costruttive spesso più apprezzate dagli architetti che le progettavano piuttosto che dagli abitanti che dovevano abitarle.
Per occuparsi della crescita delle abitazioni a costo calmierato, a fianco degli strumenti di intervento pubblici sorse una quantità di cooperative edilizie.
Nel 1969, il cosiddetto “autunno caldo” delle manifestazioni dei Sindacati dei lavoratori, mise al centro delle rivendicazioni “il diritto alla casa” per tutti.
Prese così l’avvio, per un lungo periodo, un modello strutturato di produzione di edilizia economica, attraverso operatori “istituzionali”.
Nell’immediato secondo dopoguerra, dagli anni ’50 e ’60, si erano visti diversi modi di intervento “spontanei”, impiegati per arrivare a disporre di un’abitazione adeguata per la propria famiglia.
Molti intrapresero, come era avvenuto per secoli nelle aree rurali e montane, l’esperienza dell’autocostruzione, soprattutto di case unifamiliari; nei giorni liberi dal lavoro in fabbrica il nucleo familiare costruiva direttamente la propria abitazione, utilizzando l’apporto di un’impresa solo per le parti più impegnative.
Si diffuse anche un altro modo di arrivare a disporre di un’abitazione: la costruzione di “condomini”, palazzi composti da numerosi alloggi che le famiglie composte da diversi membri che risultavano percettori di reddito da lavoro potevano acquistare sul libero mercato immobiliare.



Mentre le case popolari appartenenti a operatori istituzionali erano cedute in locazione o a “riscatto”, le altre tipologie di abitazioni erano quasi sempre in proprietà.
Questa tendenza ad aspirare alle proprietà delle abitazioni è stata sempre caratteristica del nostro Paese, assumendo anche la tradizionale funzione di “bene rifugio” per i risparmi delle famiglie.
In molti Paesi Europei questo fenomeno, così radicato in Italia non si impose, o accadde più marginalmente. In questi Paesi la composizione del mercato delle abitazioni ha privilegiato in maniera determinante l’uso di abitazioni in affitto. Nei Paesi Bassi accade così che il 70% del patrimonio edilizio appartiene al “social housing”.
La fase più recente di sviluppo dell’edilizia sovvenzionata, agevolata e convenzionata in Italia si è verificata dal 1978 con l’approvazione del piano nazionale decennale per la casa.
Ingenti investimenti pubblici, diretti per gli Enti istituzionali o in forma di sostegno economico / finanziario per cooperative e imprese edilizie “convenzionate”, hanno prodotto una grande quantità di abitazioni negli anni seguenti.
Ciò è avvenuto in tutto il Paese e, con numeri significativi, anche nella circoscritta realtà del V.C.O.
Tuttavia, il problema non trovò adeguata soluzione; un articolo de “il Sole 24 ore” del 17 novembre 2011 titolava “Spazio per 1,6 milioni di case sociali in Italia”, fabbisogno stimato per difetto.
Le risorse rese disponibili con il “Piano Casa” del 1978 sono esaurite; si sta proponendone uno nuovo con una dotazione finanziaria di 10 miliardi in 10 anni, che dovrebbe produrre, si stima, 100.000 alloggi (fonte ANCE). Utile ma non risolutivo a fronte del fabbisogno reale di abitazioni a costi accessibili per chi dispone di redditi da lavoro “normali”.
Uno studio elaborato da Nomisma circa 15 anni fa ha definito una caratteristica e una dimensione del bisogno di abitazioni economiche, distinguendo 3 categorie.
Una prima categoria è rappresentata dalla parte della popolazione che non dispone di redditi sufficienti né per acquistare una casa né per pagare affitti ai valori “di mercato”; in tali condizioni diventa insostituibile l’intervento pubblico.
Completamente diversa la condizione della popolazione che possiede sufficienti risorse economiche (o potenziali aiuti del nucleo familiare allargato) che si può rivolgere al libero mercato, con prezzi altalenanti, ma tendenzialmente crescenti.


Tra queste due categorie Nomisma ne ha classificata una terza che è stata definita come una fascia “grigia”, composta da famiglie che hanno condizioni reddituali più alte di quelle che costituiscono requisiti che consentono di rivolgersi all’edilizia pubblica, di per sé scarsa, raggiungono redditi sufficienti per accedere al mercato.
Nomisma ha stimato che la fascia “grigia” sia pari a 4,6 milioni di famiglie, una platea enorme.
Pur nelle diversità territoriali, questo fenomeno è presente e visibile in tutto il Paese e riguarda prevalentemente alcune categorie: coppie e famiglie giovani, singles, famiglie monoreddito, occupati non stabilizzati, anziani, ecc.
I fenomeni presenti a livello generale si incontrano anche alla nostra scala locale, talvolta con caratteristiche specifiche nei diversi luoghi.
Nei centri urbani principali (Domodossola, Verbania, Omegna, Gravellona Toce, Villadossola) sono presenti quartieri di edilizia economica che hanno occupato molti ettari di suolo, soprattutto negli anni successivi al 1978.
Purtroppo, spesso il processo edilizio di questi quartieri non ha sfruttato l’opportunità di dare forma a nuove parti di città qualificate.
Anche in presenza di Piani urbanistici (PEEP) contenenti un apprezzabile “disegno” urbano, si è fatto molto spesso ricorso a una norma del 1971 che ha consentito, fermi restando i dimensionamenti e le cubature, di modificare a piacimento le indicazioni del PEEP da parte dei diversi operatori.
Il “disordine” urbano risultante in alcuni quartieri è visibile a tutti.
Partendo dall’analisi dei problemi che gravano sulla possibilità per molti cittadini di arrivare alla disponibilità di un’abitazione, si potrebbero valutare le possibili politiche di intervento, anche valutando le esperienze di altri.
Per quanto riguarda più da vicino il nostro territorio, alcuni problemi sono ricorrenti da tempo, in alcuni casi si tratta di questioni strutturali, in altri contingenti:
Per quanto riguarda le opportunità, con riferimento a esperienze note che si sono concluse con esito positivo, è necessario prendere in considerazione e valutare diverse potenziali azioni, soprattutto attraverso la “concertazione” delle iniziative:
Per un territorio con le caratteristiche del V.C.O. pesano storicamente handicap come la limitata dimensione demografica, l’insufficienza di risorse economiche, operatori e attori “deboli”, dispersione territoriale degli insediamenti, ecc.
Ciò dovrebbe far capire che, per il tema dell’abitare come per altre questioni, esiste un solo modo per avere la forza di affrontare i problemi della nostra comunità: costruire una rete di soggetti che individui, attivi e coordini le azioni necessarie per armonizzare i rispettivi ruoli.
Ancora una volta è necessario dotarsi di una strategia comune e condivisa. A chi tocca cominciare?

