Magazine Alternativa A Numero 2
Anno 2025
Inverno demografico: bastonate e caramelle
3 Giugno 2025

Continuiamo a scoprire cosa sta dentro questa immaginifica locuzione

Torniamo su un sentiero già battuto in questa rubrica,«pourquoi?»,«parce que il faut!».

Perché sappiamo che l’espressione inverno demografico, sebbene immagine recente, è già ben consolidata nel discorso pubblico e che sta a indicare la combinazione di due fenomeni demografici: l’invecchiamento della popolazione e il crollo della natalità. Detta così, l’espressione appare lineare, concettualmente semplice, ma, se la prendiamo per il verso della complessità che quell’abbinamento esprime e delle conseguenze che genera, di semplice non c’è più nulla. Perché siamo in presenza di un fenomeno che, progredendo, suscita una pluralità di situazioni (meglio dire problemi, guai), ma che, in compenso, può aiutarci a capire in anticipo, grazie alla gran mole di serie storiche di dati disponibile e facendo i debiti calcoli, dove quelle situazioni conducono. E raramente c’è da rallegrarsi.

Delle più note conseguenze di quei fenomeni abbiamo già detto, consideriamone qui altre due: la prima ha il sapore amaro di quasi tutte le consorelle, la seconda sulle prime fa leccare i baffi, ma a pensarci su bene… Ma procediamo con ordine.

1 –Il primo problema cui porre attenzione riguarda il mondo del lavoro. La compagine italiana dei lavoratori va riducendosi progressivamente in modo allarmante: nel 2030, cioè fra cinque anni, la forza lavoro perderà, rispetto a oggi, 730mila unità; nel 2040, cioè fra quindici anni, ne perderà 2,6 milioni; nel 2050, fra venticinque anni, saranno 3,7 milioni in meno, che tradotto in valori percentuali significherà una flessione del 15% della forza lavoro. E si badi che in questi calcoli il margine di errore è esiguo, perché si tratta di proiezioni demografiche basate su andamenti storici di fonte ISTAT, dalle quali emerge il maggiore invecchiamento della popolazione in età lavorativa rispetto a quella complessiva. Solo in quest’ultimo ventennio, la popolazione occupata 15-34 anni ha registrato -11,5% a fronte del -6,3% della popolazione totale. Il contrario è avvenuto nelle fasce più anziane: +16,6% contro +5,3% per i 50-64enni, e +1,6% contro +4,7 dei 65-89enni.

La dinamica demografica di lungo periodo appare perciò evidente: regressione delle componenti giovani a causa di un cinquantennio di crescente denatalità e crescente incremento di quelle anziane per la presenza in età tardo lavorativa e di pensionamento dell’onda della generazione boomer, ormai in fase di uscita dal lavoro. Ma anche nel breve periodo il fenomeno si manifesta con chiarezza: dei 516mila nuovi occupati del 2023 il 56% è composto da 50-64enni, il 14% da ultra 65enni, quindi, il 70% della forza lavoro entrata in quell’anno era formato da popolazione in età avanzata e soltanto il 30% dalla componente giovane ().

Non è difficile comprendere l’estrema difficoltà, per non dire l’impossibilità, di invertire una dinamica demografica di tale natura e di tale portata. Sarà, forse, possibile tamponarla e in una qualche misura contenerla nel breve e medio periodo con politiche che favoriscano una maggiore occupazione straniera immigrata (per ora, non ancora all’orizzonte), ma non certo efficacemente contrastarla e, meno ancora, compensarla. Come far fronte al problema dell’erosione della forza lavorativa del Paese nei prossimi anni rimane, quindi, un grande problema aperto e, fin qui, irrisolto.

2 –Se il primo problema sembra promettere, come tanti altri consimili, bastonate, cioè serissime difficoltà, il secondo, al contrario, pare invece offrire caramelle. Ne abbiamo rapidamente accennato presentando nel precedente numero di Alternativa alcune risultanze del Rapporto del Censis 2024 che tra l’altro afferma: “si profila all’orizzonte un imponente passaggio intergenerazionale di ricchezza”. Causa di tanto epocale evento è, ancora una volta, l’inverno demografico e, segnatamente, la denatalità: la maggior parte della ricchezza privata è oggi detenuta da quella parte di popolazione che anziana già è o che lo sarà presto.

Come si era detto, le famiglie della generazione silenziosa (nati nell’anteguerra e fino al 1945) e del baby boom (nati nel 1946-64) rappresentano insieme il 51,3% del totale delle famiglie (il 35,4% sono baby boomer); a loro appartiene il 58,3% della ricchezza netta (il 43,3% alle famiglie di baby boomer). Inoltre, i nuclei con un capofamiglia appartenente alla generazione silenziosa detengono una ricchezza media di circa 280.000 euro, quelli con un baby boomer di oltre 360.000, quelli di un nucleo della generazione X (nati nel 1965-1980) di oltre 300.000 euro, quelli di un millennial (nati nel 1981-1999) e di generazione Z (primi anni del nuovo secolo) di circa 150.000 euro.

D’altra parte, l’andamento della popolazione giovanile segna una costante contrazione: nel 1984 la componente giovanile 20-29 anni rappresentava il 14,6% del totale e quella 30-39 anni il 13,4%, avevano, cioè, pesi di poco differenti; nel 2004 sono passate, rispettivamente, al 12,6% la prima e al 16,2% la seconda, quindi, lo scarto si accentua perché la prima si contrae e la seconda cresce. Nel periodo 2005-2024 la riduzione si accentua, la coorte 20-29 anni scende al 10,2% e la 30-39 anni all’11,2%. Detto diversamente, dal 1984 al 2024 la prima coorte passa da 8.281 unità a 5.993, con una riduzione del 27,6%, la seconda da 7.600 a 6.580, con una riduzione del 13,4%. Per un confronto, si tenga conto che la coorte 50-59 anni segna, nello stesso periodo, un incremento del 37,8%; in quel quarantennio, la popolazione italiana complessiva cresce del 4,3%.

Da un differente punto di vista osserviamo che la denatalità è destinata ad auto alimentarsi: nel periodo 2008-2023 il numero dei nati è calato di 200.000 unità, cioè -34,1% in soli quindici anni. Nello stesso periodo, il numero delle donne in età feconda (convenzionalmente 15-49 anni) ha registrato -16,6% di riduzione; cioè, quasi i due terzi nelle minori nascite sono stati causati dalla riduzione delle coorti di potenziali madri.

Per quanto riguarda la questione che stiamo considerando, il quadro demografico è così configurato: dalla parte medio alta della piramide delle età si colloca una folta compagine di popolazione matura/anziana che, avendo beneficiato dei flussi di benessere generati dalle precedenti fasi espansive dell’economia italiana, detiene una consistente ricchezza complessiva; dall’altra parte della piramide, quella medio bassa, è posizionato un modesto raggruppamento giovanile che sono figli e naturali eredi della ricchezza detenuta dalla generazione precedente. La sproporzione numerica delle due compagini genera quello che è stato definito un “imbuto patrimoniale”, che consiste nella prospettiva di trasferimento della ricchezza di molti nelle tasche di pochi.

Tutto ciò non significa che stia avanzando un’ondata di prossimi nababbi (ricordiamo quanto detto alla nota 4), ma, quanto meno, una generazione che, in buona misura, potrà partire da posizioni economiche significativamente più avvantaggiate delle precedenti. “Resta da chiedersi quale sarà l’effetto psicologico dell’attesa su coloro che sanno di essere destinatari di un atto di successione”: invito ad allungarsi su un’amaca al sole o farne un’occasione di valorizzazione propria e altrui? Ecco una buona domanda a cui provare a rispondere.

Si, lo so, due paginate di numeri non sono la lettura più piacevole. Ma c’è un altro modo per capire?

  1. Si veda questa rubrica ai numeri 4 del 2023, 1 e 3 del 2024.
  2. L’inversione di tendenza del tasso di natalità, da positivo a negativo, è avvenuta in Italia a partire della metà degli anni Settanta del ‘900.
  3. Per le fonti dei dati presentati in questa prima parte, si veda qui e qui.
  4. Quando si parla di ricchezza di una popolazione utilizziamo un termine che sembra evocare zio Paperone, ma che indica soltanto una (molto disomogenea) disponibilità di benessere economico tutt’altro che equamente spalmato. Insomma, non dimentichiamo mai il pollo di Trilussa.
  5. Per i dati e le citazioni di questa seconda parte, si veda qui.