Magazine Alternativa A Numero 1
Anno 2026
Intervista a un custode della memoria
17 Marzo 2026
Il racconto di una dinastia di librai che ha trasformato la passione per la montagna in una missione editoriale, per salvare dall’oblio la memoria autentica dell’Ossola, dei suoi alpeggi, dei suoi abitanti

Siamo in Piazza Mercato, nel cuore di Domodossola, all’interno della Libreria Grossi, con Alessandro Grossi. Questa realtà è stata fondata nel 1936 da suo padre, Giovanni Grossi. Novant’anni sono un traguardo eccezionale!

Cosa può raccontarci delle origini di questo luogo che, per molti ossolani, rappresenta un pezzo di vita vissuta?

La storia inizia con mio padre, Giovanni, originario di Montescheno in Valle Antrona; ci sono documenti che attestano la presenza dei Grossi in quella zona fin dal 1498. Mio padre cominciò a lavorare giovanissimo, come legatore presso la tipografia Antonioli. In quegli anni, viaggiava quotidianamente a piedi o in bicicletta da Montescheno per raggiungere il posto di lavoro. Era un ragazzo intraprendente: un giorno decise di cercare fortuna altrove, andò fino a Milano dove trovò subito impiego in una legatoria a condizioni migliori e vi rimase per oltre un anno. Fu il commendatore Antonioli in persona, il suo vecchio datore di lavoro, ad andare a riprenderselo per riportarlo a Domodossola. Mio padre accettò di tornare, ma alle sue condizioni. Nei suoi diari ho scoperto che viveva utilizzando solo i soldi degli straordinari, riuscendo così a mettere da parte l’intero stipendio. Grazie a questi sacrifici, nel 1936, a soli 29 anni, riuscì ad acquistare la casa in Piazza Mercato e a rilevare l’attività che sarebbe diventata la Libreria Grossi.

Inoltre, fu un grande alpinista nel periodo tra le due guerre mondiali, realizzando diverse “prime” sulle nostre montagne. Di quel periodo restano bellissimi diari e una rassegna fotografica personale di grande valore. È stato infatti anche un fotografo: tra la fine degli anni Trenta e gli anni Ottanta produsse oltre 1.500 soggetti per cartoline, scatti in bianco e nero che oggi sono diventati pezzi da collezione.

Lei ha menzionato documenti che attestano la presenza dei Grossi a Montescheno fin dal 1498. Come si riflette il legame con l’Ossola nelle vostre scelte editoriali?

Già negli anni ’50 mio padre iniziò a pubblicare opere fondamentali per il territorio, come L’Ossola nella tempesta di Luigi Pellanda, che raccontava i drammi della guerra in città. Fu sempre lui a pubblicare la guida di Giovanni De Maurizi, L’Ossola e le sue valli, che ancora oggi consideriamo la “Bibbia dell’Ossola” e che continuiamo ad aggiornare. Poi, la mia passione per lo scialpinismo ha fatto il resto. All’epoca l’Ossola era “sguarnita” dal punto di vista delle informazioni ambientali e turistiche. Le gite classiche che tutti conoscevano erano pochissime: si andava al Basodino, al Cistella o all’Alpe Devero, ma poco altro. Noi però avevamo accumulato decine, se non centinaia, di relazioni di percorsi meno noti. Furono i miei amici a “istigarmi”, insistendo perché le pubblicassi. Io ero molto scettico; rispondevo che sarebbe stato solo un omaggio a noi stessi e che alla gente non sarebbe interessato nulla. Inizialmente erano molto essenziali: davamo soprattutto indicazioni geografiche su come muoversi, perché allora non esisteva ancora la segnaletica sui sentieri. Successivamente, ho coinvolto giovani appassionati come Paolo Crosa Lenz e Giulio Frangioni, che allora erano cronisti locali, spingendoli a fare vere indagini sul territorio dal punto di vista turistico e montano. Con il passare degli anni e delle edizioni – ne abbiamo pubblicate più di 30 – abbiamo iniziato a inserire informazioni sulla segnaletica del CAI e, soprattutto, racconti sulla storia dell’ambiente e delle persone che vivevano in quei luoghi, perché chi camminava potesse anche conoscere ciò che vedeva.

Oltre alle guide, la libreria è diventata un polo culturale collaborando con grandi studiosi. Chi sono state le figure chiave in questo percorso?

Ho avuto l’onore di collaborare con i grandi storici del dopoguerra: Tullio Bertamini, Renzo Mortarotti e oggi Enrico Rizzi. Ricordo con particolare affetto le chiacchierate con Mortarotti; lui mi diede una lezione fondamentale: “la storia non si può scrivere fintanto che ci sono dei viventi”. Questo serve a distinguere la storia dalla cronaca e a mantenere l’onestà intellettuale.

Anche l’incontro con un intellettuale del calibro di Gianfranco Contini è stato per me formativo: era un uomo che usava la sua intelligenza per coinvolgere gli altri, non per metterli a disagio.

Uno dei vostri progetti più longevi è l’Almanacco Storico Ossolano. Com’è nata l’idea di questo “laboratorio” di ricerca?

L’Almanacco è nato quasi per caso nel 1990. Avevamo pubblicato una raccolta di dodici racconti, tra cui la storia di Lautani di Montescheno, che ebbe un successo inaspettato, tanto da richiedere una ristampa in breve tempo. In quell’occasione, Edgardo Ferrari, Paolo Bologna e Benito Mazzi che consideravo dei maestri, mi convinsero a tentare una pubblicazione annuale che raccogliesse questi spaccati di vita locale. All’inizio ero intimorito e proposi un patto: “proviamo per tre anni, se fallisce chiudiamo tutto”. Invece, proprio in questi giorni il comitato di redazione si riunirà per preparare il trentacinquesimo numero.

Io appartengo a una generazione che ha visto sparire improvvisamente un mondo secolare, quello della civiltà contadina e dei pastori, che ho toccato con mano a Montescheno durante la mia giovinezza. L’Almanacco cerca di preservare quella “saggezza popolare” di persone che, pur avendo fatto solo la terza elementare, erano dei veri filosofi della vita.

Qual è il ruolo dei ricercatori che collaborano a questo progetto?

l’Almanacco Storico Ossolano ha permesso a decine e decine di ricercatori di farsi conoscere e di tramandare frammenti della nostra cultura. Persone, che magari non avrebbero avuto la forza di proporsi al grande pubblico con un volume intero, hanno potuto offrire ricerche, memorie e spaccati di vita locale che non era mai state rese note.

Tra questi ricercatori ci sono figure che hanno segnato la storia della storiografia ossolana. Chi ricorda con più orgoglio?

Ho avuto l’onore di collaborare con i grandi storici del dopoguerra, come Tullio Bertamini e Renzo Mortarotti; oggi proseguiamo con Enrico Rizzi. Grazie a lui, siamo riusciti a portare alla stampa ricerche che altrimenti sarebbero rimaste dimenticate nei cassetti per mancanza di condizioni favorevoli alla pubblicazione. Poi ci sono studiosi come Paolo Crosa Lenz e Giulio Frangioni, veri amanti della montagna che io stesso ho “istigato” a svolgere approfondite indagini ambientali e turistiche sul territorio.

Oggi il mondo del libro è cambiato radicalmente. Si pubblica moltissimo, ma si legge poco. Come vede il futuro delle librerie indipendenti come la vostra?

Il panorama è difficile. Il mercato è in mano a pochi grandi monopoli che gestiscono i libri come fossero numeri; molte librerie sono ormai affiliate a catene dove le decisioni vengono prese altrove. Io però resisto: non potrei mai fare il “commesso” dopo 50 anni di lavoro indipendente. Difendo la libreria come luogo fisico di confronto e riflessione. Oggi spesso si rincorre il bestseller strombazzato dai social, ma io credo che si debba tornare ai classici e alla storia, sono preziosi strumenti per riflettere. Io e mio fratello abbiamo raccolto l’eredità di mio padre negli anni ’70, oggi la storia continua con mia figlia Erica, che ha deciso di portare avanti l’attività di famiglia nonostante le sfide del mercato attuale. 

Lei ha accennato ai suoi anni giovanili a Montescheno. C’è una figura o un episodio particolare di quel periodo che porta nel cuore?

Certamente, ho dei ricordi bellissimi legati a Don Antonio. L’ho sempre seguito con affetto, specialmente quando ero su a Montescheno, anche se all’epoca partecipare a ogni attività era difficile. Il mio lavoro in libreria mi assorbiva completamente: prima dei computer, che trent’anni fa mi hanno cambiato la vita permettendomi di organizzarmi, lavoravo la sera e la domenica per gestire l’archivio e le varie incombenze. Nonostante questo, cercavo di seguire la vita del paese.

Don Antonio è stato una figura religiosa centrale per la comunità di Montescheno e non solo, riconosciuto per il suo costante impegno pastorale e umano, una guida spirituale e comunitaria ed un custode delle tradizioni. Lo ricordo accompagnare regolarmente la storica processione di Lautani, partecipandovi con una dedizione ammirevole. Insieme ad altri religiosi, come Don Tori – che allora faceva il missionario in Brasile – Don Antonio ha cercato con ogni forza di mantenere vivo il senso autentico e spirituale delle nostre celebrazioni.