Magazine Alternativa A Numero 2
Anno 2025
IL VCO E LA RICONVERSIONE AMMACCATA
3 Giugno 2025

A volte il tradizionale armamentario di aggettivi non basta per descrivere la realtà odierna

Il VCO è figlio di decenni di “riconversione ammaccata” – e non “mancata” – dall’industria al terziario; ha sprecato più energie nel rimpiangere un passato che non avrebbe mai potuto tornare dimenticando di interessarsi del proprio futuro e trovandosi oggi gravemente impreparato a governare dinamiche nazionali e internazionali: alle difficoltà di sistema che hanno colto la nostra provincia con effetti amplificati si sono aggiunte quelle date dalle peculiarità territoriali; mettiamo ordine.

I 153.844 abitanti della nostra provincia sono in difficoltà dal punto di vista demografico, occupazionale, sanitario, abitativo e dei trasporti. Abbiamo raggiunto il rapporto di quasi 3 anziani per ogni giovane (15.717 under 15 e 43.492 over 65), ogni anno la differenza tra nati e morti ci fa perdere 1.450 persone (quasi un centesimo degli abitanti) e il saldo migratorio positivo ci permette di recuperarne meno di un terzo: siamo sempre di meno e sempre più vecchi.

Abbiamo 62,5mila lavoratori di cui 48mila dipendenti, 5,3mila artigiani, 5,8mila commercianti, 800 autonomi, 2,2mila in gestione separata e 250 occasionali, il 10% è extracomunitario. Meno dell’1% lavora in agricoltura, il 20% nell’industria, il 9% nelle costruzioni, il 70% nel terziario; nel terziario è conteggiato anche quel 25% di occupati in commercio, alberghi e ristorazione (occupazione fragile, precaria, con salari bassi, soggetta a lavoro nero e grigio).

Gli uomini comunitari guadagnano mediamente il doppio delle donne extracomunitarie, un terzo in più degli uomini extracomunitari e il 20% in più delle donne comunitarie e il reddito medio settimanale è del 7% inferiore rispetto alla media regionale per tutte le categorie.

Oltre il 90% delle nuove assunzioni è precaria, il 24% di queste non supera i 30 giorni e chi ricade in questa condizione sottoscrive i contratti almeno due volte nell’arco dell’anno; nel mentre è in atto da tempo un vero e proprio rifiuto del contratto a tempo indeterminato. 

Quando parliamo di “lavoro povero” nel VCO parliamo di questo: nei quattro anni circa che intercorrono da gennaio 2021 al terzo trimestre 2024 (dati più recenti) la differenza tra posti di lavoro “attivati” e posti di lavoro “cessati” è di +5.905 unità; questo dato è però frutto di una perdita di posizioni a tempo indeterminato di -4.184 e di un saldo positivo di quelle a tempo determinato di +10.089. 

Diventa facile comprendere quanto il saldo positivo tra attivazioni e cessazioni non dipenda da un’effettiva creazione di nuove posizioni singole, ma da un utilizzo di contratti a tempo determinato che viene ripetuto più volte sugli stessi lavoratori; a dimostrazione di ciò vi è il dato sulle posizioni lavorative a tempo indeterminato equivalenti – quanti lavoratori a tempo pieno equivalente hanno lavorato in un anno – che mostrano una riduzione di oltre 150 unità tra il ‘21 e il ‘22 nel VCO nelle qualifiche inferiori.

Siamo sempre più precari, sempre più poveri e, di conseguenza, sempre più ricattabili.

L’esplosione del terziario come “valvola di sfogo occupazionale” ha portato con sé una concorrenza basata su precariato, salari e diritti dei lavoratori; al posto che dirottarsi su una strategia innovativa di prospettiva ci si è fermati sulle grandi rendite di posizione accumulate negli anni. Emblematici nel come siano i lavoratori a “pagare la concorrenza” sono i dati sull’evasione contributiva Piemontese – a mezzo stampa veniamo a conoscenza dei casi locali – e che colpiscono maggiormente il terziario rispetto all’industria. In Piemonte l’80% delle ispezioni trova irregolarità; nonostante la riduzione di ispettori (da 47 a 39 tra 2022 e 2023) e di ispezioni pro capite (da 17 a 15) ogni ispezione è passata dall’accertare un’evasione contributiva di 43mila € del 2022 a 60mila € nel 2023 per un totale di 35milioni di € in regione.

La “salvezza” – apparente e limitata ai singoli – dal punto di vista salariale di chi vuole restare a vivere nella nostra provincia, diventa quella di rivolgersi alla Svizzera con stipendi che vanno dal doppio al triplo di quelli italiani. Oltre un occupato ogni 10 in provincia è un frontaliere – 6mila nel Ticino e 2mila nel Vallese – e quasi un abitante ogni 20.

Lavorare oltre frontiera vuol dire sostenere importanti disagi a partire dagli spostamenti – colpiti dall’emergenza territoriale in cui versano le infrastrutture – ma vuol dire anche contribuire indirettamente agli ulteriori problemi che vale la pena richiamare, come, ad esempio, la fuga di personale medico oltre confine e il tema abitativo.

Alla fuga dalla sanità del VCO concorre anche in questo caso un’assenza di strategia territoriale, gli stipendi oltre confine mostrano divari incolmabili, ma quanto viene segnalato da medici e infermieri come problema principale risulta essere l’assenza di una messa a regime di una sanità territoriale funzionante con conseguente problema di accesso alle prestazioni mediche che si ripercuote sugli utenti. L’assenza di personale e la non ottimale organizzazione territoriale porta all’esplosione delle liste d’attesa.

Per quanto riguarda il tema dell’abitare invece i salari elevati dei frontalieri permettono a una parte della popolazione di sostenere l’incremento degli affitti e del costo degli immobili dovuto negli ultimi anni anche all’avvento degli affitti brevi. Nel VCO la media di immobili usati per affitti brevi è di 2 ogni 100 abitanti, sono circa 3mila immobili tolti dalle locazioni di lunga durata; con l’aggiunta degli effetti inflattivi, ecco quindi il costo a mq passare da 2.200 € a 2.560 € in 3 anni a Verbania, a Domo dai 1.500 € a 2.000 €.

Ci è reso difficile anche solo pensare di restare nel VCO andando a lavorare in altre province.

Questo è il quadro che aspetta i giovani del VCO una volta terminate le superiori, diventa difficile ipotizzare una loro permanenza; gli studi universitari li obbligano ad andarsene per assenza di facoltà differenziate in loco e, una volta scoperto il resto del mondo, decidono di restarci visto che i contratti che disponibili nella nostra provincia non permetterebbero loro neppure di uscire di casa o li relegherebbero a una condizione di povertà e di grave ricattabilità: come nel resto del mondo, se hanno la fortuna di nascere in una determinata famiglia il futuro è possibile altrimenti sono fregati, con buona pace della “meritocrazia”.

Sarebbe anche possibile una loro permanenza nel territorio, ma qui entra in gioco l’ultimo dei problemi: quello della viabilità che mostra nell’immediato una vera e propria situazione emergenziale che la popolazione si trova ad affrontare venendo a conoscenza di “un problema per volta”. Per il 2025 sono in corso e previsti lavori sulla SS337 e la SS24 (sulla quale transitano i frontalieri ogni giorno), sull’A26 nelle gallerie e sulla SSP229 (galleria Verta, chiusa completamente, di nuovo); a questi si aggiungono i nuovi disagi attesi sul tracciato ferroviario Domodossola-Milano e l’impossibilità di pendolarismo verso il capoluogo di regione visto che occorrerebbero 6 ore al giorno per raggiungere Torino e tornare; se è un tentativo di far restare i giovani nel territorio bloccando le vie di fuga è avvincente ma inefficace.

Abbiamo meno salute e non possiamo permetterci un tetto sopra la testa.

Ecco perché la creazione di una prospettiva da calare in una strategia territoriale in grado di tenere insieme tutti questi aspetti non può più essere rimandata; la politica in primis deve fare la propria parte così come il mondo imprenditoriale deve uscire dal vittimismo del “mancano i lavoratori” o con la ricetta della formazione mirata – necessaria ma non sufficiente – come risposta a ogni carenza di professionalità.

In dieci anni abbiamo perso 500mila giovani; dopo averli cresciuti e formati; per farli restare – in Italia e, in particolare, nel nostro territorio – bisogna riconoscere e valorizzare le competenze acquisite in anni di formazione proponendo contratti stabili e ben pagati; i giovani si trovano invece ad affrontare un mondo del lavoro sommerso di micro e nano imprese guidate da datori che hanno titoli inferiori ai loro, un’età elevata (55 anni) e che non investono in innovazione.

Al mismatching si risponde proponendo una concorrenza basata su occupazione stabile e incrementando i salari per attirare i talenti migliori, tutto questo, nel VCO, manca; nell’attesa che la politica faccia la propria parte proponendo una strategia di uscita dalla “riconversione ammaccata” e dai problemi del VCO diventa quanto mai opportuno rendere forte il mondo del lavoro: la crescita di iscritti della CGIL nel territorio di Novara e VCO (+3mila iscritti tra i lavoratori attivi negli ultimi 2 anni) e i referendum per il lavoro e per la cittadinanza dell’8 e 9 giugno vanno in questa direzione. 

Chi vuole bene al VCO non può che unirsi alla nostra richiesta di creare le condizioni per un lavoro stabile, in regola, dignitoso, remunerato e, soprattutto, sicuro!

  1. Gigi Bacchetta è Segretario Confederale CGIL Novara e VCO. Per un impegno sindacale imprevisto non ha potuto partecipare al Forum dedicato al lavoro che cambia.
  2. Fonti dei dati: CIV INPS VCO, Osservatorio MDL Piemonte, analisi CGIL Piemonte su MDL, Immobiliare.it, rapporto INAPP.