Le estati e gli inverni in montagna non sono più quelli di una volta. Gli inverni erano solitudine e silenzio: gli uomini migranti o dediti ad un artigianato di sopravvivenza, le donne ad accudire vecchi, bambini e mucche, aspettando che si sciogliesse la neve. Le estati erano il tempo di un lavoro spasmodico teso ad accumulare, in una stagione di pochi giorni, fieno per un freddo infinito.
A tenere insieme queste comunità fragili e rarefatte, costrette a resistere ad accidenti meteorologici estremi, vi era la solidarietà comunitaria, la consapevolezza trasmessa per generazioni che in montagna non si sopravvive da soli, ma con gli altri. Non per nobiltà etica, ma per maturata necessità storica.
Nel Novecento, l’arrivo del turismo di massa sulle Alpi, ha cambiato tutto. Tre fenomeni sociali hanno per sempre modificato il volto delle comunità alpine: i modelli culturali delle città hanno conquistato in modo invasivo le montagne (la “urbanizzazione” delle Alpi); l’antica solidarietà collettiva è stata sostituita dall’individualismo del profitto per cui il successo personale dipende dal denaro accumulato; l’antico rispetto per l’ambiente naturale si è sciolto come neve al sole in nome della massima produttività economica del territorio.
In questo quadro, di per sé desolante e che vede le Alpi sconfitte nonostante la loro potenza e bellezza naturale, due elementi improvvisi e imprevisti portano un fiato di speranza: la globalizzazione e i cambiamenti climatici.
La globalizzazione ha portato le Alpi nel mondo: i nostri giovani, che sanno l’inglese e navigano in internet, portano idee e valori nuovi, maturano sensibilità attente agli antichi valori delle comunità di montagna (la solidarietà, l’orgoglio per un lavoro ben fatto, la cura di un bosco o di un sentiero). I cambiamenti climatici (il Monte Rosa la scorsa estate è stato come sempre indicatore illuminante) impongono strategie economiche e comportamenti sociali nuovi rispetto ai modelli mutuati nell’ultimo secolo dalla società urbana.
Ancora una volta, le Alpi come espressione di salubre diversità e laboratorio di resilienza e innovazione. Così è stato nel XIII secolo con le “Alpi aperte” che hanno permesso la colonizzazione medioevale delle alte terre; così nel XVIII secolo con l’emigrazione dovuta alla piccola età glaciale; così nel XIX e XX secolo con la scoperta delle Alpi “ricreative”. Oggi, nel XXI secolo, una nuova sfida attende il mondo alpino: nel cuore dell’Europa la costruzione di un modello di società moderno, ma al contempo attento a valori “antichi”.
L’estate scorsa e l’inverno che sta per arrivare vedono nelle valli dell’Ossola (ma anche in tutto l’arco alpino) molti giovani impegnati nell’organizzazione e animazione di eventi sociali: manifestazioni sportive, feste di paese, appuntamenti tradizionali e religiosi. Un impegno non misurato in termini di euro guadagnati, ma di gratificazione personale per aver svolto bene un impegno con e per gli altri. È un processo di lunga durata che è maturato e si consolida sempre più negli anni. L’espressione di una “nuova” solidarietà alpina. La necessità di una “nuova” socialità che ci permetta di vivere insieme tutti.
Nicolao Sottile, canonico giacobino, visitò l’Ossola nel 1807 e scrisse di donne e uomini “che l’abitudine, ed amor di patria legano, ed incatenano fra l’orrore delle montagne”. Noi siamo ancora quelli, ma l’orrore è diventato bellezza e speranza per tutti.
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