“Tu sei la figlia del Teatro?” Da piccola, era la domanda che i miei coetanei mi rivolgevano al primo incontro. Sono nata in una famiglia che aveva storicamente scelto di vivere rappresentando spettacoli teatrali di paese in paese: facevo parte del PICCOLO TEATRO VIAGGIANTE PEGHINELLI-CRISTOFARI, una Compagnia di prosa a carattere familiare, che ha agito dagli anni Venti fino alla fine degli anni Sessanta. Papà Umberto era l’amministratore della Compagnia ed era lui che andava in cerca di “piazze”, cioè di luoghi nei quali potere svolgere la nostra attività. I miei ricordi iniziano negli anni Cinquanta. Papà si muoveva coi mezzi pubblici o in bicicletta, su quelle strade raramente asfaltate; si recava dal Sindaco del paese per avere il permesso di rappresentare i nostri spettacoli, visitava i luoghi disponibili e sistemava le questioni burocratiche.
Arrivavamo con un carico di trentatré bauli, che contenevano in piccolissima parte effetti personali per la vita quotidiana e poi scene, costumi, elementi scenografici, testi teatrali, chiodi, martelli, bullette, viti, cacciaviti, fili elettrici, rudimentali regolatori di potenza. Avevamo con noi tutto ciò che ci serviva per rappresentare un repertorio di una trentina di spettacoli, che allestivamo nei teatri che trovavamo, o in locali che riuscivamo ad adattare allo scopo: oratori, case del popolo, saloni di fabbriche. Sul camioncino che trasportava le nostre cose c’erano anche assi e cavalletti, per costruire un palcoscenico nel caso in cui il locale nel quale lavorare ne fosse stato sprovvisto.
L’attività di teatranti era da sempre la professione dei miei bisnonni, nonni e genitori e la dizione “Piccolo teatro viaggiante Peghinelli-Cristofari” era nata negli anni Venti, con l’incontro di nonno Edoardo e nonna Clelia e il loro matrimonio. I miei nonni avevano lavorato con compagnie importanti e avevano avuto richieste lusinghiere da parte dei gerarchi dell’epoca, ma nonno Edoardo non ha mai voluto tesserarsi al PNF e conseguentemente ha optato per un’attività meno “visibile”, preferendola ad una realtà che non rispondeva al suo ideale di libertà.
Mia sorella ed io, come capitava ai figli d’arte nelle formazioni teatrali familiari, recitavamo da sempre: quando l’occasione lo richiedeva, si saliva in palcoscenico, con le proprie gambe se si era abbastanza grandi, altrimenti in braccio a qualcuno.
Arrivate all’età scolare, col nulla-osta ministeriale in cartella, si passava da un paese all’altro. Più o meno ogni mese cambiavamo scuola: facce che si sovrapponevano e un po’ si somigliavano, una marea di maestre, pochissimi maestri e metodologie diversissime, che andavano da un timido sentore montessoriano ad un ricordo di don Bosco, ma predominava il “credere, obbedire e tacere” e quindi ho fatto in tempo a vedere la bacchetta sulla cattedra, pronta ad entrare in funzione all’occorrenza.
Il mio modo di vivere era guardato con curiosità dai bambini che abitavano sempre in uno stesso luogo; per loro era fuori dal mondo il lavoro dei miei nonni e dei miei genitori, che avevano strani orari, che non erano né contadini né operai né commercianti, insegnanti, avvocati o medici… a me piaceva la vita che facevo con i miei genitori, mia sorella, i nonni paterni e qualche attore scritturato: era la mia vita e non c’era altro da dire. Capivo che i miei coetanei avevano cose che ritenevano importanti e che per me non avevano particolare significato ed era chiaro che per loro fosse stravagante ciò che per me era essenziale, ma andava bene così.
Ci spostavamo di paese in paese, ci sistemavamo in piccoli alberghi o in appartamenti ammobiliati. Consideravo il palcoscenico la mia casa: qualunque palcoscenico trovassimo, quella era casa mia.
I miei “vicini di casa” erano i personaggi dei drammi e delle commedie che rappresentavamo.
Le storie narrate in teatro mi portavano a spasso nel tempo, fino alla vicenda di Glauco e Scilla, quando esistevano ancora le Circi che potevano con un bacio mutare un pescatore in un semidio e condizionare la vita dei mortali fino a troncarne il filo in un attimo d’ira… e poi le storie di guerra, come quella di Anna , la Nemica, che arrivava a considerare la morte del figlio legittimo come il massimo della pena per non avere saputo amare il figliastro… e ancora le vicissitudini della Maestrina, che viveva nel lutto di una morte mai avvenuta, l’accettazione della realtà e l’ironia vitale di Scampolo, adolescente senza casa, la gelosia di Otello, la perfidia della Maschera Nera, la sconvolgente scelta di Faust, la rassicurante litania della Passione di Cristo, i dubbi di Amleto, le rose in inverno di Santa Rita da Cascia, l’ironia maliziosa della Sora Rosa, la virtù del perdono di Maria Goretti, l’innocenza del Fornaretto di Venezia… Morselli, Niccodemi, Giacosa, Shakespeare, Goethe, Dall’Ongaro, Lopez … religiosi o laici, filosofi o cantastorie, geni o scribacchini, tutti avevano lavorato per me, per la mia conoscenza del mondo e della vita; così, anche se la comprensione dei termini e dei fatti era parziale, io strutturavo inconsciamente il mio pensiero con il loro aiuto.
Ignoravo la storia della panettiera del paese nel quale mi trovavo, non sapevo nulla del medico condotto, del farmacista o del padrone di casa; della maestra della mia classe, dovunque fossi, mi interessava il modo di essere maestra, ma nulla di più e neppure mi importava di sapere quanti anni avesse, se fosse sposata, se avesse fratelli o figli.
Della gente che incontravo mi interessava l’approccio.
Badavo alla qualità del sorriso, facevo molta attenzione allo sguardo che mi dedicavano. Sapevo che avrebbero fatto parte della mia vita per un po’ di tempo e desideravo che quel tempo fosse gradevole, così dal canto mio cercavo di essere una bambina piacevole, una brava scolara, attenta, gentile e pulita.
Trovo nei miei quaderni delle elementari molte volte l’aggettivo “pulito”. Ad ogni primo incontro con una nuova classe, i miei compagni dovevano scrivere pensieri su di me ed io dovevo scrivere le mie impressioni su di loro e sul paese che mi ospitava. Col tempo, mi ero costruita un cliché che variavo di poco; dei compagni dicevo normalmente che erano “gentili e puliti”; a volte scrivevo anche “ordinati e puliti”, “simpatici e puliti”, “cortesi e puliti”, “intelligenti e puliti”. Oggi a nessuno, credo, verrebbe spontaneo nella descrizione di un compagno di classe scrivere “pulito”, ma evidentemente negli anni Cinquanta era un elemento non scontato, un valore da sottolineare.
Le “piazze” nelle quali ci fermavamo con la Compagnia erano paesi che contavano dai mille abitanti in su. I paesi di campagna si assomigliavano: tutti avevano un municipio, una piazza, una chiesa parrocchiale, un ufficio postale, una scuola, un bar, una farmacia e nella mia memoria si confondevano l’uno con l’altro, fondendosi l’uno nell’altro e formando un paese-tipo, con portoni alti che si aprivano su aie spaziose, delimitate da cascine abitate da famiglie numerose con nonni, genitori, figli, suoceri, cognati, nuore, generi, nipoti, zii, cugini… e poi le rare case dalle facciate accuratamente intonacate e circondate da giardini ben tenuti, dove abitavano le poche persone che non lavoravano la campagna.
Ogni paese è un mondo e vi si trova ogni tipologia umana: persone dalla forte intelligenza pratica e con poca cultura, gente dalla cultura vastissima più o meno esibita e riconosciuta, persone ripiegate sulla propria quotidianità e apparentemente senza slanci, gente che sembra soltanto preoccupata di criticare il prossimo… bene: a Teatro si sedevano gli uni accanto agli altri e seguivano ciò che accadeva, ciascuno con identica attenzione curiosa.
Ogni sera, per chi arrivava al nostro Teatro, era come arrivare in un paese nuovo, dove arricchire in maniera inusitata la propria conoscenza del mondo.
Quando partivamo da una piazza per raggiungere “piazza nuova”, lasciavamo persone in qualche modo diverse da quelle che ci avevano accolto: agli sguardi inizialmente diffidenti e curiosi erano subentrati sguardi pieni di rispetto e gratitudine. Gli estranei erano diventati amici e, in qualche modo sottile e inapparente, gli stessi paesani avevano più confidenza tra di loro. Avevano avuto altri spunti di conversazione, avevano “vissuto” storie insieme, avevano riso e pianto gli uni accanto agli altri.Parlo di un tempo lontano, lo so. Negli anni non ho fatto del Teatro la mia professione, ma non l’ho mai abbandonato. In effetti, mi sento “la figlia del Teatro”, come dicevano i miei compagni delle elementari e il Teatro è rimasto nella mia vita come stampella forte e resistente. Ho deciso per un’attività stanziale, sono diventata insegnante e ho sempre proposto attività di Teatro a scuola e nell’Associazione che ho contribuito a fondare: Vento di Teatro, si chiama. Un vento che soffia forte e che fa di tutto per costruire ponti e far crollare i muri di divisione tra esseri umani: un lavoro affascinante che rimanda fortemente alla conoscenza di sé e al rispetto per l’altro.
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