“Il mondo dei vinti” (senza punto di domanda) è il titolo di un fondamentale studio di Nuto Revelli sull’antropologia rurale di un’Italia che era uscita dal boom economico degli anni ’60, gli anni del “genocidio” della cultura contadina e di un mondo legato alla terra. La “cucina americana” al posto della “credenza”, il divano modulare al posto dell’”ottomana”, le prime schiavitù del mutuo. Quel libro (1977) coraggioso e forte, carico di indignazione e rabbioso per le troppe vittime di quel modello di sviluppo, mi fu regalato in anni lontani. Da allora rimane, prezioso, sempre in vista sulla scrivania. Accanto, un altro libro: “Il fondo del sacco” di Plinio Martini (maestro di scuola in Canton Ticino, socialista nella Svizzera degli anni ’50). Anche qui, il senso di desolazione per la fuga dalla montagna. La sorella che dice al fratello, in un’assolata giornata d’alpeggio in Valmaggia: “Dobbiamo andarcene, questi sono posti buoni solo per chi viene in vacanza d’estate!”.
Ho ripreso, per ringiovanire temi lontani ma sempre attuali, vecchi studi sulla Valle Anzasca. Nel Novecento molti villaggi stanziali si trasformano presto in alpeggi o cascinali e, negli ultimi decenni, in residenze estive. Questo processo di trasformazione delle dimore permanenti in temporanee si è sviluppato celermente nel secondo dopoguerra.
Nel 1950 fu abbandonato Selva per trasferimento a Castiglione dell’unica famiglia che vi abitava. Così avvenne per i centri della Val Baranca (Pianezzo, Balmo, Soi di fuori, Piana), abbandonati per scendere a Bannio. Stessa storia nel comune di Calasca Castiglione: gli abitanti dei centri permanenti di Ceresolo, Lagoncello e Gunta alla fine dell’Ottocento iniziarono a trasferirsi a valle lungo la strada carrozzabile dove fondarono il centro di Vigino. Nel 1910 fu abbandonato il Morghen dall’unica famiglia che lo abitava.
L’insediamento umano più elevato fu Lavanchetto (1500 m) la cui esistenza era legata all’attività estrattiva delle vicine miniere; con la chiusura di esse, come una città fantasma, fu abbandonato.
Negli anni ’60 furono abbandonati Cresta, Ielmala e Olino in territorio di Castiglione, centro che nel secolo scorso contava fino a 18 frazioni. Alla metà dell’Ottocento i comuni della valle erano 10 e i successivi accorpamenti spiegano il perché dei doppi nomi delle entità amministrative. Nel 1865 i comuni di Prequartera e di Borgone furono uniti creando Ceppo Morelli; nel 1875 San Carlo d’Ossola fu unito a Vanzone; nel 1928 si ha l’assetto definitivo: Cimamulera viene aggregato a Piedimulera, Castiglione a Calasca e Anzino a Bannio.


Nel primo decennio del Duemila nuovi e problematici scenari si aprono per la nostra gente (Un’unica Unione Montana in Ossola? Un comune unico di valle?). Sono convinto che la nostra gente, soprattutto i nostri giovani, sapranno affrontare le sfide del futuro. Se non altro perché la montagna di oggi, profondamente diversa da quella terribile raccontata da Nuto Revelli e da Plinio Martini, ha un’occasione storica unica per non essere più un “mondo dei vinti”, ma una terra capace di giocare un proprio ruolo decisivo in Italia e in Europa.
Come declinare oggi questa presunta contrapposizione? Dare una risposta, credo sia la sfida grande per le giovani generazioni. Unire la consapevolezza del bene sommo dell’ambiente alpino (una naturalità da non svendere, una ricchezza assoluta da difendere) con la possibilità concreta di nuove professioni che abbiano nello sviluppo sostenibile (sentieri e agriturismi invece di alberghi in cima alle montagne) occasioni di economia concreta e realizzabile. Forse in montagna non si diventa ricchi, ma si può vivere bene.
Nel 2013 è stato pubblicato postumo un libro di Mario Rigoni Stern, (l’autore de “Il sergente nella neve” …“Il mio capolavoro non sono i libri che ho scritto, ma i miei alpini che ho portato a casa dalla Russia”), che invito i nostri giovani a leggere. Si intitola “Il coraggio di dire no”: in esso la forza commovente della natura si coniuga con un’altissima coscienza morale. Sono le azioni e non i libri a cambiare il mondo, ma ci sono libri che confortano in scelte difficili e aiutano a seguire il sentiero giusto. In anni in cui tutti siamo chiamati a pensare e ad agire per il futuro delle Alpi, alcuni “pensieri corsari” possono e essere utili.
Queste riflessioni emergono nel 2026, “Anno internazionale dei pastori e dei pascoli”, indetto dall’ONU. Un’occasione per rivendicare l’orgoglio di vivere e lavorare in montagna.
Foto di copertina Monte Rosa, parete est