“Xenìa” (in greco antico ξενία) è la legge di Zeus. Nell’antica Grecia è indicata comeuno dei più sacri doveri: l’ospitalità. Il codice morale dell’ospitalità prevede obblighi reciproci di accoglienza, cura, protezione e rispetto dell’Altro, sempre.
Potrebbe essere il titolo di un libro giallo ad alta tensione con un omicidio, l’occultamento di cadavere e la ricerca di un colpevole. In effetti, in questa storia c’è un crimine reiterato.
L’“Altro” viene fatto sparire, eliminato perché pericoloso. Questa idea si affaccia ogni volta che ascolto notizie in cui si descrivono le aggressioni e le soppressioni di qualcuno, spesso per motivi banali o in loro assenza. Gruppi di giovani solidali in esagerate attività ricreative, alla ricerca di eccitamento fino all’abbattimento di ogni limite, si trovano accidentalmente a incrociare un estraneo dal quale si sentono minacciati, non lo riconoscono e così agiscono per difendersi dal pericoloso contatto. Ancora più drammatiche e inquietanti le notizie che raccontano di ragazzi solitari che aggrediscono, con lo scopo di eliminare, un insegnante, un genitore, un partner o coetanei compagni di classe. E uomini che annientano donne, avverse portatrici di pensieri e comportamenti dissonanti, frustranti, quindi, pericolose. Sono tutte situazioni in cui si impatta con il proprio vuoto interiore, diventato ormai un abisso, in cui nessuno è più ospite. Lo sconosciuto diventa pericoloso e insopportabile. Ciò a cui si assiste è la difficoltà di vivere, in una desolazione interiore per assenza dell’Altro che diventa un temibile invasore da eliminare per la sopravvivenza. Basterebbe ristabilire il contatto, riprendere quell’azione di rispecchiamento reciproco, empatico, che può ripopolare le menti e le emozioni della diversità e dell’“Insieme”.
Questa tendenza all’eliminazione sistematica di colui che non riconosciamo, secondo le teorie criminologiche moderne, prevede che, dopo tre omicidi con lo stesso modus operandi, ci si indirizzi verso la ricerca di un serial killer. Invece, le cronache ci mostrano storie indipendenti, con pochi tentativi di connessione sovraordinata e la mancata organizzazione di un gruppo di lavoro tecnico che si spinga verso ricerche approfondite, per avvicinarsi a possibili risposte e dar via a processi di riparazione a breve termine e di prevenzione a lungo termine, verso una nuova visione psicologica, educativa dell’individuo e l’avvio di un nuovo modello sociale relazionale.
Da molti anni ormai è in atto un crescente cambiamento nelle relazioni interpersonali, nelle dinamiche sociali, e nella politica. Il pensiero dominante sembra essere quello della pericolosità dell’estraneo. Colui che è sconosciuto è dannoso, limitante, rende poveri e impotenti, è da temere.
Lo straniero non è più il buon elemento perturbante che genera disequilibrio interno creativo, che stimola la ricerca tesa al cambiamento, al miglioramento e alla crescita.
Questi episodi di cronaca nera sono stati uno spunto per cercare di capire dove siano iniziate le difficoltà a vedere l’altro, ad accoglierlo, a desiderare di conoscerlo. Dove sia iniziato il venir meno dell’ospitalità interiore e la conseguente scomparsa del rispecchiamento reciproco.
Le relazioni umane e la capacità di regolamentarle hanno origine dalla nascita, che è il principio dello sviluppo psicologico dell’individuo. Da qui si procede, attraverso le azioni di cura genitoriale, con i successivi primi approcci sociali nei vari ordini di scuola, fino alle reti relazionali adulte, disciplinate dai sistemi legislativi.
Per comprendere il processo di formazione di un individuo mediamente sano, capace di autoaffermarsi, di godere nella vita, di intrecciare buone e significative relazioni e di ospitare il diverso da sé, occorre necessariamente rivedere le ricerche e le teorie, relative allo sviluppo dell’età evolutiva, elaborate da vari autori del Novecento.
Significativi gli studi di René A. Spitz[1], che ha osservato e analizzato gli esiti della deprivazione materna, fino all’impossibilità per il bambino ad accedere alle relazioni. A seguire la teoria delle relazioni oggettuali che, con Donald W. Winnicott[2], ha posto l’interesse centrale nell’ambiente facilitante, per la formazione del Sé autentico. E ancora, Margaret Mahler[3] che ha focalizzato il suo lavoro sui processi di Separazione-Individuazione del bambino, analizzando il procedere evolutivo dalla simbiosi all’autonomia. Importante anche John Bowlby[4], con la teoria dell’attaccamento e la formazione della “Base sicura”, e infine gli approcci più contemporanei, con l’introduzione della “Infant Observation”, il metodo dell’osservazione psicoanalitica del neonato e gli studi con l’integrazione tra psicoanalisi e neuroscienze di Daniel Stern[5] e Peter Fonagy[6] e l’inserimento della visione intersoggettiva e della mente relazionale.
Per tutti loro, con sfumature e puntualizzazioni differenti, la formazione della capacità di relazionarsi in modo positivo risiede proprio nei primi anni della vita e prosegue nel corso della crescita, con l’ampliamento delle relazioni e dello sviluppo del pensiero. Nella prima infanzia si forma la capacità di avventurarsi nella conoscenza del mondo, popolato dagli oggetti e dalle persone, in un intreccio di scambi relazionali, con rotture e nuove ricomposizioni.
In generale, tutti gli autori indicano la madre come soggetto con un ruolo fondamentale nello sviluppo delle competenze affettive e relazionali. Attualmente, la madre è sostituita in modo più neutro con il termine caregiver. Il suo ruolo è di “primo Altro” e, nel corso della prima infanzia, gradualmente altre figure vanno ad ampliare il parco affettivo e educativo, insegnanti, educatori, allenatori, gruppi di amici e gli amici del cuore.
Mi sembra di trovare in tutti gli autori citati un filo rosso che Winnicott sintetizza in uno dei suoi
testi [7] in cui approfondisce il ruolo della famiglia nello sviluppo emotivo e psicologico della persona, dalla nascita all’età adulta. Per Winnicott, l’individuo non si sviluppa in isolamento: la maturazione psicologica dipende dall’esistenza di un ambiente umano sufficientemente stabile e affidabile. La famiglia rappresenta il primo e più importante contesto in cui il bambino può costruire un senso di sé, sviluppare fiducia negli altri e acquisire autonomia.
La famiglia offre uno spazio protetto in cui il bambino può esprimere amore e aggressività, sperimentare conflitti, imparare a riparare i danni di cui è causa, e sviluppare il senso di responsabilità. In questo contesto nasce la capacità di vivere relazioni autentiche.
Lo sviluppo emotivo passa dalla totale dipendenza alla progressiva autonomia, fino alla piena capacità, stabile e positiva, di accogliere gli altri, stabilendo relazioni che attraverseranno continue rotture e ricomposizioni. In ogni bambino felice, capace di esplorare il mondo, c’è un ambiente che lo vede per ciò che è, lo stimola secondo la dotazione che ha e lo sostiene nella gestione della frustrazione, senza eludere dolore e responsabilità.
Quando c’è l’attesa di una nascita una madre e un padre immaginano il bambino che verrà. Sono sempre racconti meravigliosi, e così deve essere. Questo bambino idealizzato deve fare i conti con quello nato e reale, in un tempo breve. I genitori devono saper vedere le imperfezioni, che fanno parte della vita, devono guardare i bisogni, la forza e le fragilità del proprio bambino e accogliere, elaborare e utilizzare ogni risorsa, nel processo di crescita.
Oggi, l’impressione è che perduri lo scollamento tra il bambino immaginato e quello reale, per un eccesso di proiezioni narcisistiche genitoriali. Sembra persistere la tendenza a negare le peculiarità del bambino reale, perdendo la possibilità di vederlo e scoprirlo.
Così inizia la vita di bambini che cercano di mostrarsi per ciò che sono, senza riuscire nell’intento e incapaci di penetrare in modo autentico nella mente dei genitori e nel mondo.
A scuola si osservano bambini che cercano di manifestare la loro vera essenza, con vistose disarmonie tra sviluppo emotivo e intellettivo, attraverso azioni agitate ed esagerate, nel tentativo confuso di autoaffermarsi. Oltre il disagio espresso nelle turbate e aggressive condotte si intravvede il desiderio di essere visti e accolti. E i genitori, invece, nel tentativo di maneggiare il senso di colpa per non essere perfetti, spesso non vedono e respingono le azioni pericolose e le responsabilità dei figli, negando loro la possibilità di essere consapevoli, di giustificarsi e chiedere perdono. Sempre più spesso ci si imbatte in bambini e futuri adulti soli e vuoti, incapaci di accogliere l’Altro, che viene vissuto come un pericoloso usurpatore.
L’ingresso nella scuola corrisponde al momento in cui il bambino può affacciarsi sugli altri mondi e scoprire la diversità, diventando attivo e responsabile nelle relazioni.
Il principale compito degli educatori è quello di stimolare il progressivo ampliamento della consapevolezza della reciproca influenza, di lavorare allo scopo di sviluppare competenze relazionali e sociali, che consentano ai bambini di organizzare strategie autonome nella gestione degli scambi dei punti di vista, fino a maneggiare i conflitti.
Nel corso degli oltre 35 anni di lavoro a scuola, percepisco il cambiamento nelle competenze relazionali e sociali dei bambini e dei genitori. La mia impressione oggi è quella che i bambini siano dotati di un eccesso ipertrofico di egocentrismo, senza intravvedere il suo naturale attenuarsi. Questo causa il persistere di relazioni tra pari con scarsi contatti di autentico riconoscimento reciproco. Spesso si assistono scambi, durante il gioco libero, dove prevalgono la difficoltà nella condivisione di regole e la conflittualità violenta, senza spazi di dialogo e confronto. La supervisione e gli interventi dell’adulto devono essere frequenti e decisivi. I bambini mantengono, con persistenza, la propria visione delle cose, con un margine esiguo o nullo di accogliere la visione dell’altro.
Come non intravvedere, nelle attuali politiche sociali, il dilagare di visioni autoritarie e opposte all’accoglienza dell’altro, vissuto come minaccioso e cattivo. Leggi sulla sicurezza che reificano l’idea di straniero, fino a farlo corrispondere ad un persecutore, portatore di male. Ormai osserviamo anestetizzati, da parte della classe politica dominante, attacchi che vanno dal dileggio fino all’aggressione verbale e fisica.
Il nostro futuro tende al distopico, ed è popolato da adulti smarriti, i “per sempre figli”, autorizzati a sbagliare, incapaci di mentalizzare e valutare gli esiti anche delle azioni più gravi, senza la maturità emotiva necessaria, perché rimasta imprigionata nei genitori. Figli disregolati e immersi nella frequente negazione, verso gli atti compiuti e le loro conseguenze, imploranti la comprensione dell’adulto, per sempre assistente, perché mai totalmente genitore autentico.
Si osservano così sempre più frequenti agiti d’impulso, senza riflessione, secondo l’idea che la responsabilità finale sia di qualcuno accanto a noi e mai dentro di noi.
A scuola si scoprono bambini fragili, in attesa di continuo sostegno narcisistico, ma incapaci di cogliere le proprie responsabilità rispetto alle azioni negative, che vengono proiettate su qualcun altro. Eterni bambini che esigono dall’adulto eterna comprensione.
Di qui la libertà nella trasgressione, senza la maturazione della responsabilità del proprio agire.
E infine, l’incredulità rispetto alle pene, proporzionate alle azioni compiute, ma sentite come ingiuste ed esagerate. La sensazione è di avere a che fare con adulti incompleti, capaci di annullare l’idea dell’azione compiuta, banalizzarla, fino a farla diventare come qualcosa di mai svolto.
Mentre scrivo, mi ha colpito la notizia di un ragazzino che durante il processo d’appello ha cambiato versione e finalmente ha confessato di aver ucciso la fidanzata di 13 anni, scusandosi di non averlo fatto prima. Un piccolo movimento di crescita verso la responsabilità delle proprie azioni, unica via per avviare processi di maturazione.
Secondo la mia esperienza come educatrice e psicologa l’incontro creativo tra due persone, tra due menti, passa attraverso il vedersi, guardarsi e concedersi di rimanere sospesi, senza timore, affinché si possa avere il tempo di gustare il nuovo panorama, di cui è portatore l’Altro.
Insomma, essere reciprocamente ospitali secondo la “Xenìa”, la legge divina.
[1] R. A. Spitz, Il primo anno di vita del bambino, Giunti, Firenze, 1976.
[2] D. W. Winnicott, I bambini e le loro madri, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2026.
[3] M. Malher, F. Pine, A. Bergman, La nascita psicologica del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 1996.
[4] J. Bowlby, Attaccamento e perdita. L’attaccamento alla madre, vol. 1, Bollati Boringhieri, Torino, 1994.
[5] D. Stern, Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 1992.
[6] P. Fonagy, M. Target, Attaccamento e funzione riflessiva, Raffaello Cortina, Milano, 2001.
[7] D. W. Winnicott, La famiglia e lo sviluppo dell’individuo, Armando Editore, Roma, 2008. L’idea fondamentale del libro è che la maturazione psicologica nasca dall’incontro tra le potenzialità del bambino e un ambiente famigliare sufficientemente affidabile. Il bambino prima deve essere sostenuto e successivamente stimolato verso l’autonomia. Questa prospettiva rende l’opera uno dei testi più importanti di Winnicott per comprendere il rapporto tra sviluppo individuale e relazioni familiari.