Ricordo perfettamente quando, circa trent’anni fa, mi portarono per la prima volta a teatro. Ero piccolissimo. Andammo a vedere una delle tante recite della storica Cumpagnia dul dialett da Intra, in un grande e vecchio Cineteatro VIP che profumava di popcorn. Ero seduto a due terzi della sala, sul lato sinistro. Affondavo nelle poltrone grigie e guardavo quello spettacolo senza capire davvero la trama o le battute: ero troppo piccolo per cogliere i doppi sensi, il non detto. Così mi guardavo intorno. Sentivo il calore della sala. Le persone che mi circondavano guardavano tutte nella stessa direzione, luminosissima. Ridevano, si commuovevano. Ricordo di aver percepito un’energia incredibile: quello scambio invisibile che tra il palcoscenico e la platea crea la magia. La vedevo persino nei piccoli granelli di polvere che danzavano nei fasci di luce. A un certo punto chiusi gli occhi, feci un respiro profondo e sentii una cosa semplice e potentissima: stavo bene. Quello era il mio luogo. Quella magia è entrata in profondità e lì è rimasta. La custodisco ancora oggi, con gelosia.
Quell’energia l’ho ritrovata pochi anni dopo, quando sono diventato la “mascotte” di quella compagnia, : avevo sei anni. Poi nelle esperienze con le realtà teatrali del territorio, negli incontri fondamentali con maestri come Marchetti e Sala. Piano piano, quello che era nato come stupore è diventato una strada.
Dopo difficili audizioni, sono entrato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma: la scuola storica, quella da cui sono usciti alcuni dei più grandi nomi del teatro italiano. Ma non mi bastava. Non mi bastava più solo interpretare bene un ruolo. Volevo capire tutto: collaborare con i reparti, dialogare con gli artisti, costruire una visione. Così ho chiesto al Consiglio Accademico di poter passare al corso di regia. Una scelta che molti non capivano. Qualcuno, che già immaginava per me una carriera in qualche fiction romana, mi chiedeva perché rinunciare alla scena per un ruolo “che non si vede”.
Il regista, invece, è la figura che tiene insieme tutto. È colui che ha un’idea e la semina sul palcoscenico come una gemma preziosa. Poi il costumista, lo scenografo, il light designer, i tecnici, gli attori fanno in modo che quella gemma cresca e diventi un albero. Il regista guida, ascolta, orienta. Per me, il regista è ancora quel bambino che, tanti anni fa, respirava a occhi chiusi in una sala teatrale di Verbania.
L’opera e l’Europa
Dopo l’Accademia ho vissuto due anni a Vienna. Poco dopo ho incontrato Emma Dante, una delle registe italiane più innovative e discusse del panorama europeo. Siciliana, istintiva, lontanissima da me per provenienza e temperamento. Eppure, ci siamo capiti subito, completati.
Con lei, circa dieci anni fa, ho iniziato a lavorare nell’opera lirica. Un mondo simile al teatro, ma amplificato: la musica, orchestre immense, cori, grandi scenografie, centinaia di persone coinvolte. Un organismo complesso e meraviglioso.
Ho lavorato al suo fianco in alcuni dei teatri più importanti d’Europa. Negli anni ho curato anche numerose riprese di spettacoli: quando un’opera già esistente viene riallestita e va ricostruita, adattata, fatta rinascere. Grandi responsabilità, grandi soddisfazioni.
Tra pochi mesi si aprirà un nuovo capitolo: l’Opernhaus di Zurigo mi ha proposto di entrare stabilmente nel loro team. Uno dei teatri più importanti al mondo. Un lavoro fisso, un trasferimento, un modo nuovo di ripensarmi. Un’opportunità che ho accettato con orgoglio e senso di responsabilità.
Verbania, una soglia
Eppure, nonostante tutto, Verbania è sempre rimasta la mia base. Vivere e lavorare qui significa abitare una soglia: tra lago e montagna, tra Italia ed Europa, tra centro e margine.
Il mio sguardo su Verbania nasce proprio da questo doppio movimento: il radicamento profondo nel territorio e l’esperienza maturata nei contesti artistici italiani ed europei. È questo attraversamento continuo che oggi mi permette di guardare alla vita culturale della città con uno sguardo forse diverso, ma profondamente coinvolto.
Verbania e il suo territorio non partono da zero. Le radici culturali qui sono profonde e stratificate. Basti pensare al Teatro Sociale di Intra, costruito nell’Ottocento come dichiarata eco dei grandi teatri d’opera italiani: un gesto ambizioso, quasi visionario, che racconta il desiderio di questa città di dialogare con i grandi centri culturali del suo tempo.
Attorno a Verbania esiste da decenni un tessuto vivo e plurale: festival letterari, stagioni musicali, rassegne storiche, compagnie amatoriali, cori, bande, associazioni culturali che tengono acceso il fuoco della partecipazione. Un patrimonio umano e creativo che non va idealizzato, ma riconosciuto.
Il mio non è uno sguardo nostalgico né celebrativo. Parlo da lavoratore culturale, da project manager, da qualcuno che conosce i meccanismi della produzione artistica contemporanea e che ha visto cosa accade quando questo patrimonio viene accompagnato, curato, messo in relazione – e cosa succede quando invece viene lasciato senza visione.
Negli anni ho visto crescere il Cross Festival e la sua progettualità. Me ne sono accorto quando, parlando di Verbania con artisti di fuori, non sentivo più dire “ah sì, il pisciatoio d’Italia”, ma: “Verbania? Dove c’è Cross”.
Quattro anni fa, insieme alla coreografa e amica Elisa Sbaragli, abbiamo fondato il Festival Scintille. Un festival che porta a Verbania artisti straordinari, gratuitamente, per tutti. Scintille è una goccia, ma fa parte di un progetto più ampio: sensibilizzazione, alfabetizzazione culturale, integrazione sociale.
Si potrebbe osare di più
La vita culturale di Verbania è viva, ma frammentata. Esistono energie, competenze, esperienze di valore. Ciò che manca non è il talento, ma una visione complessiva.
In molte città europee considerate “periferiche” ho incontrato una forte consapevolezza del valore della cultura come strumento di identità e futuro. Non si tratta solo di programmare eventi, ma di costruire nel tempo un immaginario condiviso.
In parallelo ho osservato la nascita del Centro Eventi Il Maggiore. Una struttura importante, dietro alla quale però è mancata – e manca tuttora – una progettualità chiara. Ho visto cosa può diventare un centro culturale quando è guidato da una direzione artistica capace: un organismo vivo, amato dal pubblico, in grado di attrarre risorse e talenti.
Questo è il lavoro della cultura: leggere i bisogni, coltivare il territorio, dare spazio ai giovani artisti locali. A Verbania, invece, molti se ne vanno. La fuga dei cervelli esiste anche qui.
Prima di affidare la cultura a manager di passaggio, bisognerebbe guardare in casa. A chi conosce davvero questo territorio, le sue dinamiche, le sue potenzialità. Perché Verbania ha tutto per essere un luogo culturale centrale, ma solo se smette di considerarsi periferia.
La domanda resta aperta ed è rivolta a tutti: vogliamo davvero una cultura viva, o ci basta l’illusione di averla?
Radici, visione e responsabilità culturale
Ricordo perfettamente quando, circa trent’anni fa, mi portarono per la prima volta a teatro. Ero piccolissimo. Andammo a vedere una delle tante recite della storica Cumpagnia dul dialett da Intra, in un grande e vecchio Cineteatro VIP che profumava di popcorn. Ero seduto a due terzi della sala, sul lato sinistro. Affondavo nelle poltrone grigie e guardavo quello spettacolo senza capire davvero la trama o le battute: ero troppo piccolo per cogliere i doppi sensi, il non detto. Così mi guardavo intorno. Sentivo il calore della sala. Le persone che mi circondavano guardavano tutte nella stessa direzione, luminosissima. Ridevano, si commuovevano. Ricordo di aver percepito un’energia incredibile: quello scambio invisibile che tra il palcoscenico e la platea crea la magia. La vedevo persino nei piccoli granelli di polvere che danzavano nei fasci di luce. A un certo punto chiusi gli occhi, feci un respiro profondo e sentii una cosa semplice e potentissima: stavo bene. Quello era il mio luogo. Quella magia è entrata in profondità e lì è rimasta. La custodisco ancora oggi, con gelosia.
Quell’energia l’ho ritrovata pochi anni dopo, quando sono diventato la “mascotte” di quella compagnia
,: avevo sei anni. Poi nelle esperienze con le realtà teatrali del territorio, negli incontri fondamentali con maestri come Marchetti e Sala. Piano piano, quello che era nato come stupore è diventato una strada.Dopo difficili audizioni, sono entrato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma: la scuola storica, quella da cui sono usciti alcuni dei più grandi nomi del teatro italiano. Ma non mi bastava. Non mi bastava più solo interpretare bene un ruolo. Volevo capire tutto: collaborare con i reparti, dialogare con gli artisti, costruire una visione. Così ho chiesto al Consiglio Accademico di poter passare al corso di regia. Una scelta che molti non capivano. Qualcuno, che già immaginava per me una carriera in qualche fiction romana, mi chiedeva perché rinunciare alla scena per un ruolo “che non si vede”.
Il regista, invece, è la figura che tiene insieme tutto. È colui che ha un’idea e la semina sul palcoscenico come una gemma preziosa. Poi il costumista, lo scenografo, il light designer, i tecnici, gli attori fanno in modo che quella gemma cresca e diventi un albero. Il regista guida, ascolta, orienta. Per me, il regista è ancora quel bambino che, tanti anni fa, respirava a occhi chiusi in una sala teatrale di Verbania.
L’opera e l’Europa
Dopo l’Accademia ho vissuto due anni a Vienna. Poco dopo ho incontrato Emma Dante, una delle registe italiane più innovative e discusse del panorama europeo. Siciliana, istintiva, lontanissima da me per provenienza e temperamento. Eppure, ci siamo capiti subito, completati.
Con lei, circa dieci anni fa, ho iniziato a lavorare nell’opera lirica. Un mondo simile al teatro, ma amplificato: la musica, orchestre immense, cori, grandi scenografie, centinaia di persone coinvolte. Un organismo complesso e meraviglioso.
Ho lavorato al suo fianco in alcuni dei teatri più importanti d’Europa. Negli anni ho curato anche numerose riprese di spettacoli: quando un’opera già esistente viene riallestita e va ricostruita, adattata, fatta rinascere. Grandi responsabilità, grandi soddisfazioni.
Tra pochi mesi si aprirà un nuovo capitolo: l’Opernhaus di Zurigo mi ha proposto di entrare stabilmente nel loro team. Uno dei teatri più importanti al mondo. Un lavoro fisso, un trasferimento, un modo nuovo di ripensarmi. Un’opportunità che ho accettato con orgoglio e senso di responsabilità.
Verbania, una soglia
Eppure, nonostante tutto, Verbania è sempre rimasta la mia base. Vivere e lavorare qui significa abitare una soglia: tra lago e montagna, tra Italia ed Europa, tra centro e margine.
Il mio sguardo su Verbania nasce proprio da questo doppio movimento: il radicamento profondo nel territorio e l’esperienza maturata nei contesti artistici italiani ed europei. È questo attraversamento continuo che oggi mi permette di guardare alla vita culturale della città con uno sguardo forse diverso, ma profondamente coinvolto.
Verbania e il suo territorio non partono da zero. Le radici culturali qui sono profonde e stratificate. Basti pensare al Teatro Sociale di Intra, costruito nell’Ottocento come dichiarata eco dei grandi teatri d’opera italiani: un gesto ambizioso, quasi visionario, che racconta il desiderio di questa città di dialogare con i grandi centri culturali del suo tempo.
Attorno a Verbania esiste da decenni un tessuto vivo e plurale: festival letterari, stagioni musicali, rassegne storiche, compagnie amatoriali, cori, bande, associazioni culturali che tengono acceso il fuoco della partecipazione. Un patrimonio umano e creativo che non va idealizzato, ma riconosciuto.
Il mio non è uno sguardo nostalgico né celebrativo. Parlo da lavoratore culturale, da project manager, da qualcuno che conosce i meccanismi della produzione artistica contemporanea e che ha visto cosa accade quando questo patrimonio viene accompagnato, curato, messo in relazione – e cosa succede quando invece viene lasciato senza visione.
Negli anni ho visto crescere il Cross Festival e la sua progettualità. Me ne sono accorto quando, parlando di Verbania con artisti di fuori, non sentivo più dire “ah sì, il pisciatoio d’Italia”, ma: “Verbania? Dove c’è Cross”.
Quattro anni fa, insieme alla coreografa e amica Elisa Sbaragli, abbiamo fondato il Festival Scintille. Un festival che porta a Verbania artisti straordinari, gratuitamente, per tutti. Scintille è una goccia, ma fa parte di un progetto più ampio: sensibilizzazione, alfabetizzazione culturale, integrazione sociale.
Si potrebbe osare di più
La vita culturale di Verbania è viva, ma frammentata. Esistono energie, competenze, esperienze di valore. Ciò che manca non è il talento, ma una visione complessiva.
In molte città europee considerate “periferiche” ho incontrato una forte consapevolezza del valore della cultura come strumento di identità e futuro. Non si tratta solo di programmare eventi, ma di costruire nel tempo un immaginario condiviso.
In parallelo ho osservato la nascita del Centro Eventi Il Maggiore. Una struttura importante, dietro alla quale però è mancata – e manca tuttora – una progettualità chiara. Ho visto cosa può diventare un centro culturale quando è guidato da una direzione artistica capace: un organismo vivo, amato dal pubblico, in grado di attrarre risorse e talenti.
Questo è il lavoro della cultura: leggere i bisogni, coltivare il territorio, dare spazio ai giovani artisti locali. A Verbania, invece, molti se ne vanno. La fuga dei cervelli esiste anche qui.
Prima di affidare la cultura a manager di passaggio, bisognerebbe guardare in casa. A chi conosce davvero questo territorio, le sue dinamiche, le sue potenzialità. Perché Verbania ha tutto per essere un luogo culturale centrale, ma solo se smette di considerarsi periferia.
La domanda resta aperta ed è rivolta a tutti: vogliamo davvero una cultura viva, o ci basta l’illusione di averla?
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