Il lavoro è un tema che ci riguarda tutti e il cinema ha saputo raccontarlo in tutte le diverse sfaccettature a seconda dei contesti sociali, culturali e delle epoche, evidenziandone la complessità perché nel lavoro vi è l’identità, la crescita collettiva, la dignità, ma anche il destino e il riscatto.
Cercando di dare un ordine e un senso ai film che hanno raccontato tutto questo, possiamo provare a ragionare per contesti lavorativi e soggetti coinvolti.
La prefazione va sicuramente affidata ai fratelli Lumiere, con il primo film USCITA DALLE OFFICINE LUMIERE, che riprende gli operai all’uscita dalle officine omonime a fine turno.
In questo contesto vi sono film altamente rappresentativi, soprattutto europei, sul tema del proletariato e della lotta di classe, dagli anni 70 fino ad oggi. Il film capostipite di questo capitolo è senza alcun dubbio quel capolavoro che risale al 1927 del regista tedesco Fritz Lang: METROPOLIS. È un film muto, con diverse colonne sonore, che negli anni si sono succedute, e che mette subito a confronto il mondo dei ricchi con quello degli operai. Operai che sono al servizio di una macchina, il robot di Metropolis, diventato un vero e proprio simbolo cinematografico senza tempo, che viene scambiato come umano dagli operai. Ed in questo scambio si cela il monito del regista al pubblico: la sostituzione dell’umano con le macchine. Se pensiamo a come oggi l’AI è presente nel quotidiano, la prospettiva di Lang non era poi così lontana dalla realtà.


Pochi anni dopo nel 1936, esce il film simbolo della critica al lavoro industriale. Charlie Chaplin, in chiave umoristica, racconta in TEMPI MODERNI: la catena di montaggio, i gesti ripetitivi, i ritmi disumani e alienanti che creano nel protagonista ossessioni e allucinazioni, fino a essere ingoiato letteralmente dagli ingranaggi, divorato dal sistema, senza poter fermarsi.
Impossibile non parlare, parlando di lavoro, del film di Elio Petri, LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO, con un intenso Gian Maria Volonté che interpreta un operaio alienato, schiacciato dalla catena di montaggio e poi sedotto dall’illusione di una coscienza di classe.
Nello stesso periodo il cinema non dimentica il lavoro agricolo, lo sfruttamento e la denuncia del caporalato, già allora tema di attualità. Il capolavoro di Bernardo Bertolucci, NOVECENTO è un affresco storico di mezzo secolo in cui due uomini, un contadino e un proprietario terriero, nascono e crescono all’interno della stessa corte, conoscono gli inizi della meccanizzazione del lavoro agricolo, attraversano il lungo sciopero del 1908, la Grande Guerra, la conquista del potere da parte del fascismo grazie alla borghesia agraria.
Sempre di lavoro agricolo parla Alice Rohrwacher con il suo capolavoro LAZZARO FELICE, ispirato a una storia vera, quella della Marchesa Alfonsina de Luna che, approfittando dell’isolamento delle sue proprietà, teneva i contadini, che lavoravano al suo comando, all’oscuro dell’abolizione della mezzadria. La marchesa, detta “la serpe” considerava gli esseri umani come bestie, per lei liberarli voleva dire renderli consci della propria condizione di schiavitù.
Alcuni film sono particolarmente rappresentativi della condizione umana nei periodi di crisi, che ormai stiamo vivendo da molti anni: la precarietà, la disoccupazione.
Nel dopoguerra, il neorealismo italiano raccontò, senza edulcorazioni e falsità, le condizioni di povertà e disagio che padri e madri di famiglia vivevano. Uno su tutti, il capolavoro di De Sica, LADRI DI BICICLETTE che evidenzia la povertà, la ricerca disperata di un qualsiasi posto di lavoro e la dignità. Recentemente, il regista di origine iraniana Milad Tanjshir con il suo ANYWHERE, ANYTIME, racconta la storia di Issa a Torino che a causa di un licenziamento si ritrova a dover fare il rider e a cui viene rubata la bicicletta. Questo film ci riporta immediatamente al film di De Sica, con l’amaro pensiero di come la condizione umana non cambi mai e la povertà e la perdita di dignità umana, purtroppo, non vengano mai superate.


In tempi più recenti, il regista contemporaneo che ha maggiormente raccontato le problematiche del mondo del lavoro è sicuramente Ken Loach, con la sua intera filmografia. Già i suoi primi film evidenziavano il messaggio di lotta e di riscatto delle fasce povere della società contemporanea, con gli ultimi film, le situazioni sono sempre più estreme e cessa ogni barlume di speranza. Cito come esempi IO DANIEL BLAKE, dove emerge anche l’indifferenza crescente del contesto sociale, e SORRY WE MISSED YOU titolo che riporta alla dicitura degli avvisi che i corrieri lasciano nella cassetta delle lettere quando non riescono a raggiungere i clienti. Un lavoro contemporaneo, devastante, ritmi disumani, orari che sono controllati elettronicamente (vedi il robot di METROPOLIS) e nessuna tutela per assenze di malattia o altro. Se non si lavora non si guadagna.
Mobbing, che viene esercitato laddove un lavoro lo si trovi, violenza psicologica, condizione femminile nel mondo del lavoro, sono tematiche importanti e brutali che riscontriamo anche in film come PALAZZINA LAF, il pluripremiato esordio alla regia di Michele Riondino, ispirato da gravissimi fatti realmente accaduti negli anni 90 all’ILVA di Taranto, dove molti lavoratori, soprattutto impiegati, vennero demansionati e ghettizzati all’interno di un edificio chiamato appunto PALAZZINA LAF. Il film evidenzia e fa emergere le pratiche vessatorie utilizzate dai vertici dell’acciaieria tarantina e da molte altre realtà dell’epoca.
Oltre a Ken Loach ci sono altri due cineasti che da sempre raccontano le condizioni di disagio di tutte le fasce deboli della popolazione, in questo caso del Belgio, i fratelli Dardenne, Jean Pierre e Luc, ad esempio attraverso lo sfruttamento e l’isolamento di immigrati minori come nell’ultimo TORI E LOKITA, bambini ricattati, violentati e sfruttati per lo spaccio. E prima ancora con il film DUE GIORNI UNA NOTTE dove una giovane operaia rischia il posto di lavoro perché la crisi economica reclama il taglio di unità. Ma, cosa subdola, il suo licenziamento viene messo ai voti dai colleghi stessi, allettati da un bonus, per chi resta, di 1.000 euro.
LA STORIA DI SOULEYMANE, del regista francese Boris Lojkine ci proietta invece nell’oggi, nelle ingiustizie vissute dagli immigrati che arrivano, pieni di speranza, e vengono fagocitati da un sistema di sfruttamento e di menzogne. La storia riflette la vera vita del protagonista, che grazie al successo del film ha ottenuto un permesso di soggiorno per un anno per lavorare in una fabbrica di Amiens.
Ci sono poi commedie made in UK come la famosissima FULL MONTY di Peter Cattaneo, dove un gruppo di disoccupati per sopravvivere si inventa uno spettacolo di spogliarello di nudo integrale.
Anche sulla condizione del lavoro femminile il cinema ha parlato tanto. Tra i molti ricordiamo: in veste di regista, Michele Placido nel suo film 7 MINUTI dove racconta la lotta di operaie tessili a cui viene chiesto di ridurre la pausa pranzo di 7 minuti, in cambio del non licenziamento. Ne nasce un confronto e un dibattito tra il gruppo di donne che evidenziano il disagio, le vicende personali, le difficoltà e anche le mancate denunce per molestie, le maternità, lo stipendio basso e appunto la paura del licenziamento e quindi il ricatto. Anche in questo caso si tratta, purtroppo di storia vera, accaduta in Francia e raccontata anche dall’omonimo testo teatrale di Stefano Massini.
Un altro film molto famoso che racconta la donna e la sua protesta in ambito lavorativo, è il film del regista inglese Nigel Cole del 2010 che racconta i fatti realmente accaduti alle operaie della Ford in un paesino del Sussex, che riuscirono, grazie alle loro proteste a farsi riconoscere come lavoratrici alla pari degli uomini. Il film è WE WANT SEX.


Concluderei questa veloce panoramica con un film che non fa pensare immediatamente al mondo del lavoro così come raccontato dai film fin qui narrati, ma che a pensarci bene riflette ancora un sistema di ricatto subdolo per rimanere nel mondo del lavoro.Ed ancora è il corpo femminile il centro del discorso. Il film è THE SUBSTANCE di Coralie Fargeat, definito un body horror che rivela ed esaspera gli effetti dell’ossessione per la bellezza femminile in un mondo a misura di maschio. La protagonista, ex attrice che conduce un programma televisivo di aerobica per casalinghe, scopre che la rete televisiva per cui lavora vuole licenziarla per sostituirla con una donna più giovane e avvenente. Così inizia il processo di creazione di un clone più giovane che prenderà il suo posto. Sebbene molto pubblico non abbia resistito alle scene disturbanti che segnano il processo di alternanza tra il clone e il corpo deturpato della protagonista “la matrice”, l’intento interessante della regista era quello di raccontare l’ossessione per il tempo che passa e come, nel mondo del lavoro e dello spettacolo impregnato di maschilismo, l’immagine diventi una priorità, un prodotto su cui mercanteggiare.






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